Realizzato con mezzi che sembrano poverissimi, ogni racconto di Natalia Ginzburg è una rivelazione, una vicenda che scorre su piú nastri, che imperturbabile va addizionando gesti, oggetti e battute di dialogo, che si toccano per vie segrete e non si dimenticano. Il mezzo capace di fare accadere tutto questo è la voce, ruvida, duttile, scontrosamente intonata, di una narratrice che si è rivelata infallibile nel descrivere la realtà. E Un'assenza è la storia di questa voce nel suo lungo percorso. I lettori vi scopriranno ben undici racconti finora ignoti, una suite autobiografica in cui la Ginzburg racconta di sé senza trarsi in disparte, e sorprendenti cronache dalle fabbriche di Torino o dalla desolazione di Matera. S'imbatteranno in Memoria, una poesia scritta per il marito Leone Ginzburg, e nel Discorso sulle donne: due testi da rileggere, da ripensare, da custodire.
Natalia Ginzburg (née Levi) was an Italian author whose work explored family relationships, politics during and after the Fascist years and World War II, and philosophy. She wrote novels, short stories and essays, for which she received the Strega Prize and Bagutta Prize. Most of her works were also translated into English and published in the United Kingdom and United States. An activist, for a time in the 1930s she belonged to the Italian Communist Party. In 1983 she was elected to Parliament from Rome as an Independent.
Chi legge Natalia Ginzburg ascolta una voce, che arriva prima delle storie raccontate, delle persone – reali o inventate – o degli ambienti descritti. Questo libro, curato da Domenico Scarpa, si propone di comprendere meglio e assaporare il formarsi e il cambiare di questa voce: le sue diverse modulazioni, comprese le stonature o comunque le emissioni considerate più deboli dall’autrice stessa, quelle ritenute non abbastanza significative da entrare in un libro. Si intitola Un’assenza, perché prende il nome dal primo testo che Natalia (ricorre ora il centenario della nascita: 14 luglio 1916) considerò non puerile, scritto nel luglio 1933, a diciassette anni, e pubblicato solo quattro anni dopo, su “Letteratura”. Scopo dichiarato del volume nel suo complesso – e non soltanto del saggio del curatore che si intitola Vicende di una voce – è “rendere visibile il cammino di un autore che si sperimenta e procede nella scrittura breve, primo genere di composizione cui affidi il proprio talento” e quindi “ricostruire la storia di una voce che racconta”. Per farlo mette insieme testi ben noti, inseriti più volte da Natalia Ginzburg nei suoi volumi, altri rimasti invece dispersi su riviste o quotidiani e anche qualche inedito, reperito nel Fondo Carocci della Fondazione Primo Conti di Fiesole o nell’archivio Eredi Ginzburg di Bologna. Ad esempio, tra gli scritti più dimenticati, e forse inattesi, alcuni sono di argomento industriale: cronache di visite nelle fabbriche torinesi lungo la Dora, denuncia di condizioni di lavoro estremamente nocive e pericolose, e soprattutto un testo del 1952 che rimase inedito ma in qualche modo anticipava le riflessioni che Vittorini proporrà una decina di anni dopo sul “Menabò”, sulla letteratura che stenta a porsi all’altezza del tempo industriale. Per Ginzburg i primi tentativi di scrittura sull’industria – ben prima dei libri di Ottieri o di Volponi – erano “brutti romanzi, e non potevano essere letti da nessuno: né dagli operai, né da altri”, perché non le pareva ancora possibile “scrivere di una fresatrice in un romanzo così come si scrive di un tavolo o di una sedia”. La visibilità, la provenienza e il genere dei testi raccolti sono molto diversi, come indica il sottotitolo necessariamente plurale: prima vengono i racconti, poi – insieme – le memorie e le cronache; una caratteristica formale, però, li riunifica, ed è la brevità, un criterio certo relativo, ma la cui importanza era ben chiara all’autrice di un libro come Cinque romanzi brevi. Si potrebbe dire che il libro unisce, nel segno della brevità, alcune delle storie raccontate da Natalia, la sua storia personale, e come quest'ultima ha incontrato la Storia. La storia del Novecento, a partire dalle persecuzioni razziali e dalla repressione fascista, segna profondamente l’identità della scrittrice, perfino nel nome. I primi testi sono pubblicati col nome anagrafico: Natalia Levi, poi col nome coatto (ma scelto in modo significativo) Alessandra Tornimparte; infine quello che diventa il suo vero, definitivo: Natalia Ginzburg, assumendo su di sé la Memoria del marito ucciso. Scarpa, che ha già curato diverse edizioni di libri ginzburghiani, offre qui notizie sui testi molto ampie e ricche, citando molti documenti, appunto “per ricomporre la storia di una voce dentro la Storia”. Dei caratteri di questa voce parla anche Giorgio Bertone in un libretto uscito un po' prima (Lessico per Natalia. Brevi “voci” per leggere l’opera di Natalia Ginzburg), in un “discorso per scorci”: brevi saggi che partono da citazioni esemplari e temi particolari per cercare di raggiungere sempre l’essenza dell’opera complessiva. I più interessanti mi sembrano quelli che la avvicinano individuando caratteri stilistici decisivi, come la prevalenza dell’imperfetto: “un tempo usato e persino consapevolmente abusato per fissare la ripetizione e la continuità memoriale”, che giostrato insieme ai verba dicendi forma quella “cautela morale dell’autore nei confronti degli eroi e di se stesso”. O ancora, l’azzeccato riconoscimento di una figura retorica come emblema dell’intera opera di Ginzburg: la ‘sillessi’, intesa in senso ampio come il congiungimento, la “connessione tra due campi oggettuali o figurativi, che sono anche due livelli semantici e ideologici”. Ad esempio, in Lessico famigliare, la dichiarazione di guerra alla Francia di Mussolini e la partenza della balia sono detti con lo stesso tono e occupano lo stesso spazio: per cui “lo scambio tra riflessione sulla propria individuale esperienza e il giudizio sul mondo si rafforzano e si elidono a vicenda”.
Tornando a Un’attesa, si troveranno gli esordi, finora mai documentati così attentamente, con la ricostruzione di tutte le vicende che hanno portato alle prime pubblicazioni, che – un altro caso di ‘sillessi’? – vedono quasi affiancarsi una rivistina manoscritta redatta con l’amica Bianca Debenedetti, “Il Gallo”, e uno dei periodici più importanti della letteratura italiana del Novecento come “Solaria”, dove compare la prima pubblicazione ufficiale, I bambini (1934). La forma del racconto, molto importante in questi esordi e ancora significativa nell’immediato dopoguerra, non avrà però un peso decisivo nel percorso successivo: dopo la fine dell’apprendistato, la misura narrativa principale di Natalia Ginzburg sarà quella del romanzo breve. È però molto interessante riconoscere qui una netta svolta nell’ambientazione e nel linguaggio. Nei primi racconti dominano gli interni borghesi: i protagonisti si muovono tra ville, servitù, automobili; spesso sono bambini o ragazzi; i nomi propri sono ben in vista ma scarse risultano le indicazioni sul preciso luogo e tempo della narrazione, che solitamente illumina brevi momenti, episodi rivelatori di una condizione di vita, di un sentimento, di un aspetto delle relazioni tra i personaggi. Nei racconti scritti durante e dopo l’esperienza abruzzese del confino con i figli e il marito Leone “internato civile di guerra”, come nel Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, si avverte invece la scoperta di un mondo oltre Torino, fuori dalla città, dalle famiglie borghesi; l’incontro con la dimensione del paese, della campagna, del popolo, della povertà.
Un ruolo fondamentale di cerniera può essere affidato in questo percorso a Mio marito (scritto nel 1941 a Pizzoli e pubblicato nel 1942), dove sono compresenti l’interno borghese, le difficili relazioni all’interno della famiglia e un mondo diverso, popolare dove contano molto anche gli esterni; e l’impatto tra i due ambienti è fatalmente tragico. [e vedi anche il primo romanzo: La strada che va in città] Il cambiamento è anche di scrittura, come la stessa Natalia avverte nell’importante Discorso sulle donne (1948) e già qualche anno prima nelle lettere scritte a Silvio Micheli: la volontà è di non scrivere più con “belle frasi ben studiate e girate bene”. In realtà, anche in seguito le frasi saranno ben studiate e ben girate, ma la ricerca del proprio stile porta ad abbandonare quello che viene sentito come un eccesso di correttezza “scritta”, a favore di una maggiore aderenza all’oralità, con predominio ad esempio di ripetizioni e anacoluti.
Il percorso cronologico parte più tardi nella seconda parte, dove testi tratti da Le piccole virtù o da Mai devi domandarmi sono affiancati a scritti pubblicati su vari periodici, scelti per costruire “l’autobiografia più attendibile di Natalia Ginzburg”: una storia di sé mai scritta integralmente ma sempre per frammenti, e a molti anni di distanza. Ad esempio, la fuga dal confino di Pizzoli il 1° novembre 1943, per raggiungere il marito a Roma, sarà raccontata solo vent’anni dopo in La paura. E la forbice temporale si allarga fino agli ultimi anni: l’ultimo pezzo del libro (Fiore gentile) è un ricordo del 1948 scritto quarant’anni più tardi per «l’Unità», rievocando il “giornale parlato” realizzato, per la campagna elettorale del Fronte popolare, con Pavese, Balbo, Calvino, Antonicelli.
In alcuni casi si crea quasi spontaneamente un forte legame tra le due parti del libro, come tra il già citato La paura (1965): precisi ricordi della fase finale dell’internamento, con la paura costante tra l’8 settembre e il 1° novembre 1943, e il racconto Passaggio di tedeschi a Erra, di vent’anni precedente, dove alla memoria personale si aggiungevano personaggi e vicende paesani, in uno sguardo collettivo dal sapore quasi verghiano. O ancora tra i due testi più struggenti: il racconto La madre (1948) e Estate (1946), la memoria che più tocca i terribili mesi successivi alla morte del primo marito. Un’assenza, alla fine, anche se mai troppo esibita, rimane sempre anche quella di Leone.
"A un tratto erano entrate nella mia vita la noia, l'ansia, la solitudine e la malinconia".
"Un'assenza è un'opera della Ginzburg divisa in due parti. La prima parte è composta da alcuni racconti, per la maggior parte inediti, che danno il titolo alla raccolta. Sono racconti in cui si avverte l'assenza vivida, pungente, chiara di alcuni elementi che caratterizzano la raccolta e che descrivono la realtà in ogni suo aspetto e attimo. La seconda parte presenta il titolo Memorie e Cronache contraddistinto da una poesia in memoria del marito, Leone Ginzburg e da un discorso sulle donne e su ciò che rappresentano. In questa seconda parte, la Ginzburg si lascia andare, si racconta dando libero sfogo a quello che è stata la sua vita. Ua vita vissuta e trascorsa tra la desolazione di Matera e le fabbriche di Torino, una vita alla scoperta dei poeti e i primi insegnamenti. "Un'assenza" non è altro che la voce ora malinconica, ora nostalgica di una grande scrittrice, la cui presenza/assenza è ora più viva che mai.
Natalia Ginzburg è una scrittrice per nulla maliziosa, dalla profonda e rivendicata sincerità, per la quale non adopererei mai l’espressione “affabulatrice”. Eppure queste sue prose brevi hanno precisamente il meccanismo di una trappola: un argomento qualsiasi viene introdotto da un incipit ordinario ("In Abruzzo non c’è che due stagioni: l’estate e l’inverno"), cui seguono una sequela di frasi semplici, dal ritmo quasi instupidente; intorpiditi, ci lasciamo andare fiduciosi al grigio e alla prevedibilità di questa prosa, ignari delle ripide che ci attendono più avanti. Poi, all’improvviso, un paragrafo come questo: “C’è una certa monotona uniformità nei destini degli uomini. Le nostre esistenze si svolgono secondo leggi antiche ed immutabili, secondo una loro cadenza uniforme ed antica. I sogni non si avverano mai e non appena li vediamo spezzati, comprendiamo a un tratto che le gioie maggiori della nostra vita sono fuori della realtà. Non appena li vediamo spezzati, ci struggiamo di nostalgia per il tempo che fervevano in noi. La nostra sorte trascorre in questa vicenda di speranza e di nostalgie”. Questo è reso possibile da uno stile disadorno ed essenziale, ma non in perpetua tensione (in quanto troppo occupato a dissimularne lo sforzo - vedi Hemingway), che grazie all'illusione della banalità ti avvolge implacabilmente.
Con questa raccolta di racconti mi avvicino per la prima volta a Natalia Ginzburg, scrittrice che desidero leggere ancora. La raccolta, che segue un ordine cronologico di stesura dei testi, è suddivisa in due parti; la prima raggruppa racconti di fantasia, la seconda scritti autobiografici. Mi è piaciuta la prosa limpida e chiara e ad impreziosire il tutto, alla fine è presente una sezione di "Notizie sui testi" che dà una serie di informazioni sulla genesi dei racconti e sulle loro pubblicazioni. Struggente la poesia "Memoria" ad aprire la sezione autobiografica e dedicata alla memoria di Leone Ginzburg ucciso dalla Gestapo.
L'occasione è il centenario della nascita della Ginzburg; il carattere della raccolta non è quello di rivelare inediti - anche se ce ne è qualcuno - ma quello di testimoniare la crescita di una voce narrante, dagli inizi più goffi e impacciati alla maturità. Nei racconti iniziali ci sono piccole dissonanze, una rigidità nella scelta dei tempi verbali, un fiorire di "egli" e "ella" che raggelano un po' le frasi. L'autrice descrive il mondo della borghesia austera che conosce e che continuerà a descrivere più avanti con maggior acutezza , ma qui è tutto ancora un po' forzato e angusto; la sottotraccia autobiografica presente anche nei racconti di invenzione - e che in futuro sarà la sua forza - qui rappresenta ancora un limite. Le donne sono silenziose e solitarie, le cameriere si chiamano serve, i fratelli sono sempre maggiori e c'è una ricerca dell'effetto, un voler dare spessore al racconto con argomenti forti - tradimenti, morti - come non ci si fidasse che possa reggersi sulle sue gambe. Ma poi man mano che si va avanti la voce si affina, il racconto si asciuga, perde gli orpelli inutili e viene a galla la naturalezza e la concretezza della Ginzburg matura, a riprova che la semplicità è tanto più preziosa se non è punto di partenza ma di arrivo che contenga in sé la selezione del superfluo. La "ricca povertà " di Natalia, come la definisce Scarpa nella bella postfazione. Nella seconda parte della raccolta non più narrativa di invenzione ma racconti di memoria e di cronaca, sempre filtrati dal suo guardare al mondo in modo curioso e attento e a volte - come lei stessa sottolinea - ingenuo e perplesso ma è l'ingenuità e lo straniamento di chi davvero vuole capire quello che ha intorno. E un raccontare il quotidiano minimizzandolo, con un tono colloquiale come si condividesse tutti lo stesso lessico familiare. Malgrado la sua scansione armoniosa delle frasi, i suoi aggettivi esatti, la pulizia della costruzione del testo, la Ginzburg sembra sempre dire al lettore, Non mi interessa la letteratura, mi interessa la vita
"Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi. Le donne cominciano nell’adolescenza a soffrire e a piangere in segreto nelle loro stanze, piangono per via del loro naso o della loro bocca o di qualche parte del loro corpo che trovano che non va bene o piangono perché pensano che nessuno le amerà mai o piangono perché hanno paura di essere stupide o perché hanno paura di annoiarsi in villeggiatura o perché hanno pochi vestiti, queste sono le ragioni che dànno loro a se stesse ma sono in fondo solo dei pretesti e in verità piangono perché sono cascate nel pozzo e capiscono che ci cascheranno spesso nella loro vita e questo renderà loro difficile combinare qualcosa di serio. Le donne pensano molto a loro stesse e ci pensano in un modo doloroso e febbrile che è sconosciuto a un uomo. È molto difficile che riescano a identificarsi col lavoro che fanno, è difficile che riescano ad affiorare da quelle acque buie e dolorose della loro malinconia e dimenticarsi di se stesse."
“Ho vissuto per tre anni in un paese dell’Italia del Sud. Per tre anni ho veduto tramontare il sole sulle colline tondeggianti e spoglie, per tre anni ho veduto mietere il grano, per tre anni ho mangiato il pane bianco e insapore, impastato con le patate, che fanno laggiù.” (p. 122)
La scrittura di Natalia Ginzburg mi fa sempre pensare a lei, seduta accanto a me su una sedia a dondolo, che mi racconta di sé, della sua vita, della nostra storia.
Non ho mai letto qualcosa di simile. Tanti racconti brevi che descrivono spaccati di vita domestica. Partendo da una parola, perno e tema del racconto, la Ginzburg riesce a tratteggiare in poche pagine personaggi dalla psiche complessa e strutture familiari e relazioni vivide e chiare.