Ho letto il secondo volume della trilogia di Marsiglia, per ultimo: a gennaio 2024 avevo letto "Casino totale", che non mi aveva entusiasmata più di tanto; ad agosto ho letto "Solea" con il quale mi sono definitivamente innamorata della scrittura di Jean-Claude Izzo; ho quindi riletto "Casino totale", per poi passare a "Chourmo". Sì, lo so, non seguo mai un ordine lineare e non mi smentisco, poi, del resto.
In questo secondo volume, il personaggio del commissario Fabio Montale è più definito: un uomo solitario, con un suo codice di comportamento, che ha lasciato la polizia per i metodi repressivi nei confronti dei giovani immigrati e soprattutto per le collusioni di alcuni colleghi con mafiosi e appartenenti al Front National di Le Pen.
In questo secondo episodio, Montale se la deve vedere con il mondo degli adolescenti: il figlio sedicenne di una sua cugina è stato ritrovato morto.
Viene a scoprire così che oltre al basket, c'è il Chourmo. “Sorrise. «E c'è il chourmo. Sai cos'è?».
Lo sapevo. Chourmo, in provenzale, significa la ciurma, i rematori della galera. A Marsiglia, le galere, le conoscevamo bene. Per finirci dentro non c'era bisogno, come due secoli fa, di aver ucciso il padre o la madre. No, oggi bastava essere giovane, immigrato o non. Il fan-club dei Massilia Sound System, il gruppo di raggamuffin più scatenato che ci sia, aveva ripreso quell'espressione.”
Il Chourmo era un modo per aggregarsi, “un gruppo di incontro e di supporto di fan. [...] Ma non era questo lo scopo del chourmo. Lo scopo era che la gente si incontrasse. Si «immischiasse» come si dice a Marsiglia. Degli affari degli altri e viceversa. Esisteva uno spirito chourmo. Non eri di un quartiere o di una cité. Eri chourmo. Nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme.
Rastafada!”
La morte di Guitou è l'occasione per Montale per ritornare indietro a quel suo passato doloroso, legato alla perdita della madre “No, per quanto riguardava Guitou, non ne facevo una questione personale. Era più di questo. Come un colpo apoplettico. Una voglia di piangere. «Quando sei sull'orlo delle lacrime» mi aveva detto mia madre, «se sai fermarti in tempo, saranno gli altri a piangere». Mi accarezzava la testa. Dovevo avere undici o dodici anni. Era a letto, incapace di muoversi. Sapeva che sarebbe morta presto. Anche io, credo. Ma non avevo capito il senso di quelle parole. Ero troppo giovane.”
Il commissario Montale, profondamente umano, nonostante la sua scorza dura, ritorna a fare i conti con la morte, la sofferenza e il dolore. Quando era giovane “La morte, la sofferenza, il dolore, non erano reali. Avevo trascorso una parte della vita a piangere, l'altra a rifiutare di farlo. E mi ero fatto fregare alla grande. Dal dolore, dalla sofferenza. Dalla morte.”
Lui stesso arriva a definirsi “Chourmo dalla nascita”, perché aveva “imparato l'amicizia, la fedeltà nelle strade del Panier, sulle banchine della Joliette. E l'orgoglio della parola data sulla Digue du Large, guardando un cargo partire. Valori primari. Cose che non si spiegano. Quando qualcuno era nella merda, si poteva essere solo della stessa famiglia. Era semplice. C'erano troppe madri che si preoccupavano e soffrivano in questa storia. E troppi ragazzini anche, tristi, allo sbando, già persi. E Guitou morto.”
Le indagini del commissario sono una lotta contro i grandi numeri che azzerano la morte, sono un modo per riscattare quelle giovani vite spezzate che meritavano solo di continuare a vivere
“«I grossi numeri azzerano la morte. Più ce ne sono, meno contano. Troppi morti sono come l'ignoto. Lontano, non reale. È vera solo la morte individuale. Quella che ti tocca personalmente. Quella che vediamo con i nostri occhi, o negli occhi di un altro».
Si perse nel silenzio. Aveva ragione. Per questo sulla morte di Guitou non si poteva lasciar correre. No, non potevo. E neppure Gélou. E Cûc neanche. Capivo il suo stato d'animo. Tornando a casa, quella sera, aveva visto Guitou. Il suo viso d'angelo. Bello come doveva esserlo anche Mathias. Come lo erano tutti i ragazzini di quell'età. Chiunque siano, di qualsiasi razza. Ovunque.
Cûc aveva guardato la morte nei suoi occhi. Anche io, all'obitorio. La schifezza del mondo ci era saltata in faccia. Basta una morte, una sola, ingiusta e priva di senso come quella, e tutte le atrocità di questa terra si mettono a urlare. No, non potevo abbandonare Guitou nel conto costi-benefici di questo mondo marcio. E lasciare le madri in lacrime, per sempre.
È chourmo! che lo volessi o meno.”
E solo alla fine Fabio Montale potrà concedersi di riflettere la propria ombra, quella di un uomo consumato, e lasciarsi andare alle lacrime, in un mare calmo che accoglie senza giudicare
“Mi infilai in testa un vecchio berretto da pescatore e scesi verso la barca.
La mia fedele amica.
Vidi la mia ombra riflessa nell'acqua. L'ombra di un essere consumato.
Uscii a remi, per non fare rumore.
Sulla terrazza credetti di vedere Honorine e Fonfon, abbracciati.
Allora mi misi a piangere.”
Tra 4 e 5 stelle