Allora, Ilja, Leonard, Leonardo, che facciamo?
La prima reazione a un libro così è, banalmente, un belin, ma che ne sa un foresto di Zena?
E un po' la sensazione rimane, forse nell'emotivo bisogno di proteggere la mia città, che è uno stupendo casino, un groviglio di contraddizioni umane, sociali, urbanistiche...
Devo scindere le cose, perché se da un lato il mio campanilismo è forte, fortissimo, dall'altro ho un problema con te. Tu, un foresto, che non solo viene a sentenziare sulla mia città, ma che non so quanto a fondo l'abbia capita (soprattutto dal fondo dei bicchieri dei bar in Piazza delle Erbe). Devo scindere Ilja, scrittore e/o personaggio, dal libro. Il libro contiene delle cose molto interessanti, ma tu non mi piaci, Ilja, non so perché sei foresto o perché ti atteggi come uno dei tanti che vive qui da poco (anche fosse qualche anno, è poco) e si atteggia a genovese, a persona che ha capito tutto. Perché io qui ci sono nata e mi meraviglio ogni giorno, a causa di questo casino di città.
Ma non è solo perché sei foresto. Noi genovesi siamo tutti a pelle un po' sospettosi quando arrivate, che siate della parte ricca del mondo o no, ci prendiamo il nostro tempo. Non mi piace come descrivi le donne, nel tuo libro, proprio non mi piace. Questa ossessione per la ragazza più bella di Genova, che rotola sul finale nell'assurdo... non lo so, non conosco sinceramente nessuna ragazza del "Sud Europa", come dice lei (ma poi, che dialoghi, dai), che si farebbe trattare in quel modo. Con meno sesso nel complessivo, mi ricordi un po' Henry Miller, e anche a lui le cose "capitavano", lui non era mai responsabile di niente. Neanche di andare a sedersi con un'altra donna sotto al naso della sua amata e sorprendersi se questa non la prendeva bene.
Probabilmente la mia antipatia è proprio per questa assonanza che ho percepito, perché Henry Miller è un altro che non sopporto con ogni cellula del mio corpo.
È strano perché poi dall'altra parte racconti la Genova storica, la Genova città di passaggio, che è stata da sempre terra di migrazioni, volenti o no (avrebbero qualcosa da dire i pisani che diedero il nome alla piazza sorta dove erano tenuti prigionieri, per dire), è stata purtroppo la porta della Peste Nera in Europa - perché i nostri comandanti non volevano rinunciare alla flotta rientrata da Caffa, è stata l'imbarco per milioni di italiani in partenza (e probabilmente se andassimo a cercare come abbiamo trattato i nostri compatrioti di terza classe in attesa di un imbarco ci vergogneremmo almeno un po'), oggi terra di passaggio per chi cerca di arrivare in Europa.
Il confronto più forte è quello tra gli immigrati ben accetti, come lo stesso autore, come Don, l'inglese che incontriamo nella prima parte, e come questi, per quanto spiantati, per quanto disastrati, siano ben accetti, e gli altri, come Rashid e Djiby, costretti a fare una vita da bestie per mantenere la favola al paese natio della terra delle mille opportunità.
È un romanzo strano. Per molti aspetti mi è piaciuto (un po' ridondante in certe immagini, come la grotta di porcellana, con cui descrive prima il Caffè degli Specchi - uh, ci ho fatto colazione qualche tempo fa - e in seguito diventa metafora della città intera), per altri no.
Poi, belandi, la città non si esaurisce con i vicoli, per quanto siano il suo mistero più affascinante e seducente. Ma sali un po', ogni tanto: prendi gli ascensori, le funicolari (siamo una città unica, l'ho già detto?), oppure ancora meglio, sali al Righi e passeggia fino alla cresta dei Forti... e respira. Perché il buio sempiterno dei vicoli è intrigante, ma ogni tanto bisogna guardarla dall'alto. Lei è Superba, ma bisogna guardarla dall'alto in basso, le fa bene.