Quando leggo un saggio, personalmente mi aspetto due cose:
1. Che l’autore non intervenga troppo mettendosi in mostra.
2. Che l’autore non tratti da demente il lettore.
Questo libro è riuscito a fare l’opposto di entrambe in un colpo solo.
I saggi, soprattutto quelli di argomento scientifico, sono opere tecniche ed essenzialmente argomentative. Il che significa che ci si aspetta una struttura dialettica tale da comprendere: una tesi di partenza, il tentativo da parte dell’autore di provarla ricercando in fonti autorevoli del materiale che possa sostenerla (o anche confutarla, chi l’ha detto che è necessario solo riportare argomenti a favore?) e l’analisi del materiale trovato.
Va da sé che non c’è spazio per aneddoti, o sfoghi autobiografici che spostano l’attenzione dall’argomento di partenza e la focalizzano sulla vita dell’autore. Parliamo di un saggio, dunque, un’opera che non è di carattere personale e che le persone di solito leggono per accrescere la loro conoscenza, ma non sulla vita dell’autore. Se avessi voluto leggere un’autobiografia, mi sarei letta un’autobiografia. Al di là del fatto che l’autore egoriferito dà fastidio anche nelle opere di narrativa, ma dal momento che la narrativa è un ambito pressoché libero, ognuno fa le proprie scelte stilistiche, se io compro un saggio di astronomia, mi aspetto che il fulcro dell’opera sia l’universo, le stelle, non il temino delle elementari dell’autore negli anni Settanta che francamente non ambivo a conoscere.
Dal momento che il libro non era nemmeno così corposo (composto da 145 pagine circa), il peso degli aneddoti autobiografici si sente di più e dà ancora più fastidio.
Oltretutto l’impostazione stile “autore che vuole fare l’amico con i suoi aneddoti” produce solo la fastidiosa sensazione che si voglia “semplificare apposta” i concetti espressi per un pubblico “non adeguatamente preparato”. Dato che poi si parla di una disciplina universalmente ritenuta complessa e “difficile”, il confine tra l’esporre le proprie considerazioni in maniera distesa e lineare e dare al lettore la sensazione di essere preso per idiota è labile.
L’autore di un saggio dovrebbe esporre la sua disciplina come se ne stesse discutendo con un collega altrettanto. Deve dunque dare per scontate alcune cose e spiegarne invece altre, quelle strettamente necessarie a comprendere la sua tesi.
Di solito chi si approccia ad un saggio, conosce i rudimenti della disciplina, o ha già letto altri titoli al riguardo, quindi dare per scontato che il pubblico sia ignorante non è carino, lasciarlo trapelare dal testo ancor meno.
Prima di questo saggio, avevo letto un saggio di Stephen Hawking e Roger Penrose (l’ultimo peraltro ha vinto il Nobel pochi mesi dopo la mia lettura), o meglio una raccolta di interventi ad una conferenza. Ovviamente, non ho compreso tutto quanto nello specifico, anche se mi sono orientata sufficientemente per comprendere la portata della tesi di Hawking e Penrose all’interno dell’astrofisica.
Preferisco di gran lunga rendermi conto da sola delle mie lacune ed eventualmente sanarle con altri titoli o con della manualistica di base, piuttosto che leggere tra le righe di un saggio: “Siccome sei un povero ignorante, faccio lo sforzo di spiegarti le cose come se le stessi spiegando ad un bambino di cinque anni facendo pure provinciali riferimenti a film di fantascienza così ci capiamo” … anche no, grazie!
Ad ogni modo, qualche spunto filosofico interessante e bioetico c’era e perfino qualche cenno al punto in cui sono gli studi della disciplina, anche se erano un po’ nascosti dall’autobiografia stile “nostalgico presente” (cit.), e qualcosa (poco) di nuovo ho comunque imparato.