continuano tutti a pubblicare poesie
ma è dubbio cosa una
poesia possa veramente ottenere.
secoli di poesie
e ci ritroviamo al
punto di partenza.
come la filosofia, la storia,
la medicina, le scienze, le poesie sembrano
modificare le cose,
sembrano condurci verso una via
d’uscita
poi si perdono contro il
mutamento delle correnti e i crescenti
contrasti.
una poesia non è meglio di un
buon apriscatole,
di una ruota di scorta,
o
di un’aspirina per il
mal di testa.
la poesia non è granché
ma lasciami dire
se non l’avessi
scoperta
sarei morto
o
tu saresti morto
o tanta altra gente
sarebbe
morta
o
se non morta
almeno orrendamente
mutilata
in un senso o
nell’altro.
eppure, una poesia non può
che essere una poesia.
versi come questi
che galleggiano su una pagina
buchi incandescenti sul volto della
morte
svitando il tappo al tubetto
della
notte
seguendo il cane dell’estate
fino alla fine del suo
guinzaglio.
eh?
La seconda parte mi ha colpito di più. In particolare Non dimenticare, La parola, Ti prego, La poesia.
È questa la poesia bukowskiana che mi piace: cruda, spietata, reale e maledettamente devota alla scrittura.