Primo capitolo della trilogia dedicata al personaggio di Enrico Mancini, “È così che si uccide” è un perfetto noir che conquista il lettore per trama solida, protagonisti strutturati e ben caratterizzati, mistero da risolvere e stile fluido e accattivante che tiene letteralmente incollati alle pagine. Se da un lato, infatti, a conquistare il conoscitore è l’enigma che ci viene proposto dallo scrittore, un arcano che porta a ricomporre e scomporre il puzzle insieme alla squadra stessa, dall’altro quel che affascina è anche l’accurata ricostruzione tecnica che coinvolge e appassiona dal punto di vista dell’aspetto criminologico e investigativo. I confronti tra maestro e allievo, i confronti con la squadra, i rilievi, i fondamenti radicati nei principi della scuola forense, arricchiscono il panorama del titolo e ben si bilanciano con la psicologia dell’omicida che è quella di un uomo che agisce con cognizione di causa, metodo, precisione. Non si tratta di un mitomane né di un assassino d’impulso quanto di un killer che agisce in virtù di un disegno più grande che chiede di essere attuato e che vedrà il più inaspettato degli epiloghi.
I personaggi del libro sono descritti con meticolosità, mettendo in risalto in particolare l’aspetto psicologico ed emotivo di ognuno di loro, per creare sintonia tra i protagonisti e il lettore. Non si potrà non amare la spigolosità del commissario Mancini, uomo fragile e determinato allo stesso tempo, che nel privato dimostra di essere intimamente legato all’amore che ancora prova verso la moglie.
Il primo dettaglio che sfarfalla agli occhi del lettore, è che in questo romanzo non sono i fatti in sé e per sé il fulcro, bensì lo sono i personaggi che li compiono. Così, il commissario che nel genere solitamente resta il motore dell’investigazione, una figura appena delineata con il puro scopo di rivelare il folle piano dell’omicida, in questo romanzo diventa un protagonista effettivo, tridimensionale, ambiguo, disturbato, mortalmente affascinante.
Il romanzo alla fine si presenta davanti al lettore come un’analisi intesa, dolorosa della psiche umana, degli effetti del passato sul pensiero presente, delle emozioni che travolgono i personaggi e che si ripercuotono sul loro agire futuro.
Ad esaltare questo aspetto emozionale corre in aiuto lo stile dell’autore: ricercato, curato fino ai minimi dettagli, incisivo, personale e soprattutto fortemente spinto all’emozionalità, alle sensazioni. L’alternanza di due tempi verbali, un presente per l’assassino e un passato per le indagini, crea nel lettore un effetto quasi di stordimento, di disorientamento, accentuato dall’ambiente in cui il tutto si svolge.
Roma, la città in cui il libro è ambientato, appare nella sua bellezza e nella sua pericolosità pagina dopo pagina, diventando spesso il fulcro della storia. E lo scrittore Mirko Zilahy è davvero bravo a realizzare tutto questo con una scrittura aulica, ricercata e bella, ma anche alla portata di tutti.
Un altro grande merito di Zilahy è quello di riuscire a scandagliare l’animo umano nelle sue ombre più profonde: chi legge è chiamato a guardarsi dentro, ad interrogarsi, a chiedersi perché, a porsi domande, a cercare risposte. Risposte che non sempre esistono o possono esistere.
Roma viene dipinta quasi come un organismo vivente a più volti, sempre in aperto contrasto tra loro; da un lato l’antichità, la storia, questo fardello di monumenti, di musei, di arte che la circondano e la marchiano. Dall’altro l’innovazione, l’industrializzazione, che compete con la prima nella creazione di giganti immutati che svettano tra le case. La particolarità e che i due aspetti sono mischiati, fusi in un tutt’uno in cui grossi mostri di metallo diventano quasi opere d’arte, mentre la struttura simbolo di Roma viene paragonata ad un enorme mostro di pietra a bocca spalancata.
Il contrasto più evidente però è quello che svetta indisturbato tra le pagine; un contrasto duro, che colpisce il cuore del lettore nel profondo; l’eternità dell’arte, dell’opera in ogni sua forma, contro la fragilità dell’essere umano, la sua debolezza, il suo essere quasi effimero.
Così queste vite umane che scorrono davanti agli occhi con il loro dolore, la loro lotta, il loro agire all’apparenza devastante, in realtà soccombono sotto l’implacabile fardello del tempo, lasciandosi dietro solo edifici che richiamano ciò che sono stati.
È così che si uccide è uno di quei libri che coinvolge dalla prima pagina fino alla sua conclusione, in cui il pathos cresce e appassiona, spingendo il lettore ad andare oltre per sapere qualcosa in più dell’indagine e della vita di chi è coinvolto in questa tremenda storia. L'italiano usato è davvero buono e il racconto scorre velocemente, spingendo il lettore a continuare la lettura, nonostante ci siano alcuni passaggi che possono apparire leggermente oscuri. Un elaborato corposo, godibilissimo, capace di conquistare i cuori dei più appassionati del genere che non. Un componimento che incuriosisce, avvince, spinge ad andare avanti e avanti. Un esordio, al tempo, di tutto rispetto e che in alcun modo può – e poteva – passare inosservato.