Qui non si parla solo di persone, si parla anche di cibo, in tutte le sue sfumature. Si, perché cibo non significa solo mangiare, significa anche ricordi, sensazioni, persone. Ogni piatto importante della nostra vita è collegato, a volte senza volerlo, a un’esperienza che ci ha segnati profondamente.
In questo libro, ad esempio, il cibo fa da input alla storia delle tre protagoniste: Ikuko, Koko e Matsuko, che ci raccontano i loro pensieri tramite i Noodles al sugo di pesca, il Riso con piselli, e così via. Tutte e tre ci raccontano qualcosa di loro stesse, qualcosa che loro stanno affrontando: Ikuko la perdita, Koko il divorzio e Matsuko le difficoltà legate all’amore e la vita, che la portano a costruirsi una maschera che pian piano crolla davanti ai nostri occhi.
Tutt’e tre sono sessantenni ma hanno una vitalità bellissima, che personalmente invidio. Spesso pensiamo che ad un certo punto la nostra evoluzione si fermi, e invece loro tre ci dimostrano che non si smette mai di cambiare. Ikuko, ad un certo punto, infatti, si chiede: «In che periodo sono adesso?». Che grande insegnamento.
A dare una scarica alla situazione è sicuramente la comparsa del fattorino Susumu, di cui tutte si “innamorano” ma che indirettamente prende un significato diverso per ognuna di loro.
Spensierato ma che affronta temi importanti, leggero ma con una pesantezza d’animo, questo libro è una coccola dolce ma allo stesso tempo un insegnamento su quanto non sia mai troppo tardi per affrontare la vita.
Dopo aver messo da parte la letteratura giapponese per un po’, tornare su questo tipo di scrittura è stato un po’ difficile: il non detto resta sempre un grosso ostacolo per il la mia immersione nel libro. Ho imparato, però, con il tempo che le cose è giusto accettarle così come sono, anche se lasciate all’interpretazione.