Mi ricordo che negli anni 80, periodo della mia formazione universitaria, Heidegger era di gran moda: la sua ricerca per superare gli orrori della tecnica, che vedeva nel pensiero debole del post moderno l'ultima sua propaggine, grondava ovunque. Era triste in effetti immaginare la tua libertà sempre più costretta a ripetere il già conosciuto o ciò che altri avevano definito il meglio per te. Che bello quindi era immaginarsi Heidegger come un druido nibelungo, che desiderando cogliere le cose in sé, vedeva in esse due movimenti, due spinte vitali: il progetto e la cura. Scrivendone come un poeta, suggerendo che solo la poesia avrebbe potuto far fronte all'invadenza della tecnica.
Gli anni a venire, quindi anche gli attuali, hanno mostrato l'appropriatezza di quella profezia, per cui oggi lo stesso fenomeno del percorso spirituale soggiace a quel pensiero debole che tutto ha toccato, con il moltiplicarsi di tecniche e manuali presenti nei mercati editoriali, nelle chiese e nelle vite degli umani.
In quegli anni per ovviare al suo romanticismo un po' crepuscolare e vago, ci si ancorava all'euristica e alla prassi. Erano due termini antitetici, perché la prima la usavano quelli che il mondo gli andava bene così com'era, mentre la seconda incontrava di più il favore di chi proponeva anche una nuova visione. Fatto sta che entrambe sottolineavano l'importanza della pratica, una pratica intesa come processo costituito da domande, tentativi di risposta, ipotesi, verifiche; un processo applicabile al progetto di una casa, la scrittura di un libro, la realizzazione di un'impresa, di una vita, di un'anima.
Che era poi la formulazione contingente del vivere filosofico, ma anche del vivere poetico, del vivere creativo, o meglio, immaginativo, visto che "creatività" è oggi una parola un po' sospetta, avendo scoperto quanto possa essere meretrice, implicata com'è con la propaganda delle corporations e di ciò che resta dei partiti e degli Stati.
Tutto questo preambolo per dire che "Tu non sei Dio" è un bel libro, non solo perché è puntuale e scritto bene, ma perché finalmente secolarizza quello che fino ad oggi era rimasto intoccato, forse perché si proponeva come ultima sponda innocente rispetto alla tecnicizzazione (?) di ogni cosa: la corsa di massa alle manualistiche spirituali di ultimo grido, dove TU non sei messo in gioco, dove non ti è richiesto di entrare in un processo in cui sai come entri ma non come esci e nemmeno cosa attraversi e come lo fai. Al più cammini su carboni ardenti, così ti rendi conto di cosa il tuo corpo può fare. O ascolti il silenzio mentre respiri, così ti accorgi che i pensieri sono come nuvole.
Sono però anche convinto che è un testo significativo perché denota che le persone si stanno accorgendo di questa "strana situazione della spiritualità contemporanea" e possono quindi coglierne pienamente l'invito ad essere più attivi, più responsabili, più critici e... più poetici, giusto per chiudere con chi ho iniziato, Heidegger. O con Nietzsche, che agli autori forse piace di più.