Già dagli esordi del commissario Melis sulla scena letteraria, Tuzzi ci abitua alle ampie digressioni che si intrecciano all’indagine e che riguardano, almeno nei due libri e nel racconto che ho letto, temi che rappresentano altri suoi interessi professionali e personali: l’editoria, il collezionismo, l’arte, la cultura in ogni sua forma, e il mondo che gravita intorno a tutto questo, nonché gli aspetti tecnici sconosciuti a tanti ma capaci di arricchire la vicenda narrata di notevole fascino.
Tuzzi, qui, ci introduce al mondo del libro antico e dei collezionisti. Un mondo ricco di storia, cultura e di risvolti sorprendenti. Ma come ogni mondo in cui il denaro ha il suo peso, nasconde le meschinità umane.
Introduce anche la figura del protagonista che ci accompagnerà attraverso molte indagini. Ho trovato il commissario Melis un personaggio estremamente misurato e credibile, che con le sue variegate origini, si inserisce benissimo nella Milano degli anni ’70. È proprio lui, infatti, con il suo stile sobrio, a identificarsi nello spirito che più ha rappresentato la città di quegli anni difficili, già in odore di una trasformazione irreversibile.
Tuzzi, con la naturalezza di chi è padrone della materia specifica in esame e della lingua italiana, riesce a mettere in relazioni temi assai tecnici legati a mondi algidi e privilegiati, e che stanno alla base del fatto delittuoso, con la routine dell’indagine, con le stanze dei commissariati segnate dagli odori di un'umanità perduta . Offre uno spaccato di mondi distantissimi che riescono a trovare coerenza attraverso la sua narrazione accurata, di qualità, dove ciascuno parla il suo linguaggio senza forzature e sbavature.
Decisamente, in un panorama editoriale dove si pubblica tutto e il contrario di tutto, Tuzzi è di quelli per cui la cura dello stile linguistico è imprescindibile, e questo un segno di rispetto verso il lettore non più così scontato.