22/08/2021 (*****)
Confermo quanto scrive Franco Cardini nella quarta di copertina: "Un autentico piccolo capolavoro".
Giovanni Brizzi è presumibilmente il più grande conoscitore della storia della Seconda guerra punica in generale e di Annibale, di cui è stato apprezzato biografo, in particolare.
Questo libro è di fatto un resoconto della prima parte della guerra, ossia dei tre anni (tre anni, quelli che tutti conoscono a grandi linee, su una guerra durata venti!) che vanno dalla presa di Sagunto alla battaglia di Canne (2 agosto 216 a.C.). In questo brevissimo lasso di tempo, con una incredibile serie di accadimenti che lasciano esterrefatti i Romani, Annibale mette in ginocchio l'Italia con una velocissima sequenza di colpi di mano che travolgono le pur formidabili difese romane, completamente impreparate a una guerra di tattica e di astuzia, contraria nei modi a tutte le convinzioni etiche e morali più profonde dei difensori.
Il culmine si raggiunge in quel caldo pomeriggio d'agosto fra i campi riarsi di Puglia, dove Annibale mette in scena semplicemente la battaglia perfetta. In inferiorità numerica schiacciante, con una manovra incredibile - pietra di paragone per tutte, e dicesi tutte, le guerre future, e che nessuno riuscirà a replicare con tanta perfezione e il medesimo successo - avvolge su tutti i lati il più grande esercito mai messo in campo dai Romani e, semplicemente, lo distrugge. Cinquantamila morti in un giorno, numeri da guerra moderna. Considerata la popolazione italiana del tempo (per fare un paragone, l'Italia raggiungerà nell'età aurea di Augusto, duecento anni dopo, gli 8 milioni di abitanti), sono cifre difficili da concepire.
Canne è il più grande successo tattico della storia. A Annibale pare sia anche il coronamento del suo disegno strategico, col collasso della federazione romana che sembra imminente e un nemico piegato che non può che chiedere la pace, come farebbe chiunque.
Chiunque, ma non Roma, che non si arrende, raschia oltre il fondo del barile, rifiutando addirittura il riscatto dei prigionieri, e inizia una terrificante guerra di logoramento che alla fine la vedrà vittoriosa in maniera assoluta, totale.
Dice Brizzi, a ragione, che Canne fece perdere la guerra a Annibale. Roma, per la quale le tattiche di guerriglia e di finte del Cartaginese apparivano come qualcosa di alieno e aberrante, non scende a compromessi; di più, dopo la guerra perde ogni freno inibitorio, riversando il suo spaventoso potenziale militare sul Mediterraneo in una serie di guerre preventive, contro nemici più presunti che reali: in pochi decenni, con una serie di vittorie incredibili ottenute con facilità assoluta, Roma sconfigge e annette i vari regni ellenistici, muovendosi con guerre fulminee su territori stranieri, inseguita da un'ombra persistente di terrore di fronte alla possibilità che da qualche parte sorga un nuovo Annibale, capace di portare la guerra ancora in Italia con lo stesso potenziale distruttivo. Mai più, sarebbe potuto essere lo slogan della politica romana di quei decenni.
La chiusa di Brizzi è perfetta: Annibale ha dunque insegnato a Roma la paura; e ha, in tal modo, spalancato il vaso di Pandora di un imperialismo romano inevitabilmente vincente. Amen. E ciò spiega l'enorme impatto che la figura di Annibale, la sua ardita discesa in Italia, la sua ferma volontà - in contrasto con la parte maggioritaria della politica cartaginese - di dichiarare guerra ai Romani e di perseguirla fino in fondo, con ogni mezzo, hanno avuto sulla storia di tutto il Mediterraneo. Senza di lui e della sua guerra, non sarebbero forse mai nate l'impeto egemonico e l'ideologia universalistica poi diventate fondanti delle azioni romane, fino alla costituzione dell'Impero.
Il libro è breve, si legge in un paio di giorni, e eppure è splendidamente completo e affatto banale. Panoramica perfetta, direi quasi impossibile trovare di meglio sull'argomento.