Sebbene molti credano che di fronte alla guerra e alla violenza le reazioni più diffuse siano l'orrore e la condanna morale, la letteratura e il cinema hanno invece mostrato come esse siano anche una formidabile fonte di seduzione, certo sinistra e perversa, ma innegabile. Da tale premessa muovono i saggi qui raccolti, tutti attenti a cogliere questo aspetto sicuramente scomodo. Il primo cerca di spiegare, risalendo ai miti dell'antichità, quel "culto nostalgico" del conflitto armato che ancora domina il nostro immaginario (Scurati). Seguono un'analisi dei discorsi venati di retorica marziale che accompagnarono la "riconquista" inglese del Sudan nel 1898 (Villa) e una rilettura intertestuale di Addio alle armi di Hemingway (Rossi) che pone l'accento sulla disfatta di Caporetto. La guerra del Vietnam è al centro sia di un intervento sulle costanti ideologiche del cinema di guerra americano dal 1968 al 2003 (Young), sia dell'analisi di La voce del Vietnam, il bestseller di Philip Caputo, in cui emerge senza pudore l'ammissione del "piacere della violenza" (Rosso). Segue un saggio sulle difficoltà incontrate dal recente cinema western statunitense a liberarsi dal mito della "rigenerazione attraverso la violenza" (Mariani). Chiudono il volume un'analisi dettagliata di A History of Violence, l'ultimo film di David Cronemberg (Ghislotti), e una bibliografia ragionata sulla violenza (Scurati).