Un bel dì vedrete...
Premetto che la mia esperienza con l’opera lirica è abbastanza limitata e conta soltanto, per il momento, la Cenerentola di Rossini, Aida e Rigoletto di Verdi, la Tosca di Puccini e, finalmente, Madama Butterfly. Momentaneamente, Madama Butterfly si attesta in pole position, seguita dalla Tosca. E nei prossimi anni spero che avrò occasione di assistere alla Bohème e alla Turandot. Ebbene sì, sono innamorata di Puccini. Nella mia limitata esperienza io sono innamorata di Puccini, e vi racconto anche perché.
È un amore cominciato su un autobus che filava verso Vienna, durante la gita della terza media. Siccome anche allora ero una bambina triste e strana, io sedevo vicino al professore. Il professore in questione, che insegnava matematica, era mio amico e mio confidente e, sebbene potesse essere mio padre, col senno di poi riconosco che avevo probabilmente una cotta per lui. Lui? Credo mi volesse bene. Negli anni abbiamo perso i contatti, ma penso che la sua influenza su di me sia stata determinante e duratura. Ebbene, su quell’autobus che filava verso Vienna, forse alle due, forse alle tre di notte, il professore mi infilò una cuffia nelle orecchie. E nelle orecchie andava Nessun dorma, la più grandiosa aria della Turandot.
Quell’eco nelle mie orecchie, quella sensazione di maestosità e di tristezza, di forza e di passione non se ne sono mai andate. E sebbene non sia mai riuscita a vedere la Turandot (perché vivo in un posto al di fuori dello spazio e del tempo, e beccare un’opera a teatro è miracolo che accade una volta l’anno) l’amore per Puccini è cresciuto e si è approfondito.
Scriverò questa recensione in modo del tutto sentimentale, perché io non capisco niente di musica. Tutto quello che sono riuscita a fare con una pianola è stato l’attacco di Fra Martino campanaro.
Ecco, in modo del tutto sentimentale io credo che Puccini sia molto attento alla consonanza tra musica e testo, tra strumenti e parole. Per questo assistere a una sua opera è assistere a qualcosa di totale e totalizzante, uno spettacolo che soddisfa contemporaneamente la vista, l’udito e l’intelletto. Uno spettacolo che, come il teatro greco, come la tragedia (e qui ci viene in aiuto il signor Nietzsche), diventa per lo spettatore un’occasione di catarsi, di liberazione dalle passioni. Lo spettatore vede messi in scena i propri drammi e pulsioni e ha modo così di purificarsene. Se la memoria non m’inganna, Nietzsche lo diceva per la musica di Wagner. Io lo dico di Puccini, e speriamo che nessuno s’offenda.
Generalmente i libretti d’opera (e anche questo lo dico in maniera sentimentale) sono un accostamento di frasi messe a casaccio più per stare bene con la musica che per avere un senso proprio. Quando il lettore moderno si trova naso a naso col libretto, scrolla la testa e sgrana gli occhi e dice: “Cos’è mai ‘sta roba?”. Gente che parla una sopra l’altra. Un vocabolario da tremila avanti Cristo. Elisioni dappertutto. Ripetizioni. Rime balorde.
Ecco, il libretto della Madama Butterfly non è così. Il libretto della Madama Butterfly è poesia. Non so quanto questo sia dovuto ai librettisti Illica e Giacosa e quanto invece a David Belasco, autore della tragedia omonima, tratta a sua volta dal racconto dell’americano John Luther Long. Non sapendo stabilire come distribuire i meriti, ci limiteremo a dire che Madama Butterfly ha un libretto bellissimo, non bellissimo, splendido, un libretto che fa piangere da solo.
Siamo in Giappone e Madama Butterfly è un’incantevole geisha quindicenne, che si unisce in matrimonio al tenente della marina statunitense Pinkerton. Il nostro Pinkerton è un furbone d’uomo, un emerito stronzo, come tanti suoi colleghi di libretto. Questo Pinkerton vive secondo una filosofia di vita espressa così:
“La vita ei non appaga
Se non fa suo tesor
I fiori d’ogni plaga…”
Vale a dire che al signor Pinkerton basta avere una donna in ogni porto per essere contento e che le sue intenzioni verso Butterfly non sono punto serie, in quanto l’unica sua vera ambizione è quella di maritarsi con una sposa americana e fare tanti figlioletti americani. Per questo ha contratto con Butterfly un matrimonio all’uso giapponese, “così mi sposo all’uso giapponese / per novecento-novanta-nove anni. / Salvo a prosciogliermi ogni mese”. A Pinkerton basterà lasciare il tetto coniugale per mettere una pietra sul matrimonio con Butterfly, perché l’abbandonare una moglie equivale a divorziare da lei.
E tutto sarebbe assolutamente splendido, se Butterfly condividesse il suo punto di vista. Ma Butterfly no, Butterfly non capisce niente, Butterfly s’è innamorata di Pinkerton dal primo momento in cui l’ha visto. Per amore ha rinnegato la sua religione per abbracciare il cristianesimo (e nello stesso momento i suoi parenti hanno rinnegato lei), per amore si dichiara una sposa americana, crede nelle usanze americane, si fida del suo americano sposo. Ma noi lo sappiamo bene come sono fatti gli americani, ahimè: dovunque vanno fanno dei grossi pasticci.
I pensieri che Madama Butterfly formula sono tutti di una delicatezza e di una bellezza straordinaria, e la musica non manca mai di farcelo notare. Verrebbe voglia di stringere questa sposina quindicenne e di asciugare tutte le sue lacrime. Meravigliose le sue parole a Pinkerton la notte delle nozze:
“Vogliatemi bene,
un bene piccolino,
un bene da bambino,
quale a me si conviene.
Vogliatemi bene.
Noi siamo gente avvezza
Alle piccole cose
Umili e silenziose,
ad una tenerezza
sfiorante e pur profonda
come il ciel, come l’onda del mare!”
Straordinariamente triste e profetico anche il successivo dialogo tra i due:
Pinkerton, “Dammi ch’io baci le tue mani care. Mia Butterfly! Come t’ha ben nomata tenue farfalla…”
M. Butterfly, “Dicon che oltre mare se cade in man dell’uom, ogni farfalla da uno spillo è trafitta ed in tavola infitta!”
Pinkerton, “Un po’ di vero c’è. E tu lo sai perché? Perché non fugga più. Io t’ho ghermita, ti serro palpitante, sei mia.”
M. Butterfly, “Sì, per la vita”.
Mentre i due si abbandonano sul talamo nuziale sulle note di una musica che è erotismo puro, noi quasi cominciamo a pensare che questo Pinkerton un pochino la ami, se le dice queste belle parole. Invece il sipario si chiude e, quando si riapre, capiamo che non è affatto così.
Sono passati tre anni da quella notte. Pinkerton se n’è andato. Butterfly è povera, assistita solo dalla fedele ancella Suzuki, si prende cura del figlio nato dal matrimonio, unico bambino con gli occhi azzurri e i riccioli biondi in tutto il Giappone. Un bambino che adesso si chiama “Dolore” e potrà chiamarsi “Gioia” solo quando conoscerà per la prima volta suo padre. Ebbene, nonostante questi tre anni di solitudine, Butterfly crede ancora che Pinkerton tornerà, perché le ha promesso di tornare:
“O Butterfly, piccina mogliettina,
tornerò colle rose alla stagion serena
quando fa nidiata il pettirosso”
E nella sua ingenuità disarmante e con quel candore che ce la fa amare, Madama Butterfly dice:
“Mio marito m’ha promesso,
di ritornar nella stagion beata
che il pettirosso rifà la nidiata.
Qui l’ha rifatta per ben tre volte
ma può farsi che di là (in America)
usi nidiar men spesso”
E così Madama Butterfly aspetta e aspetta e immagina sempre il suo ritorno e ci descrive quella scena tanto desiderata in un passaggio che non ha niente da invidiare a un romanzo:
“Un bel dì, vedremo
levarsi un fil di fumo
dall’estremo confin del mare.
E poi la nave appare.
Poi la nave bianca
entra nel porto,
romba il suo saluto.
Vedi? È venuto!
Io non gli scendo incontro. Io no.
Mi metto là sul ciglio del colle e aspetto,
e aspetto gran tempo e non mi pesa,
la lunga attesa.
E uscito dalla folla cittadina
un uomo, un picciol punto
s’avvia per la collina.
Chi sarà? Chi sarà?
E come sarà giunto
che dirà? Che dirà?
Chiamerà Butterfly dalla lontana.
Io senza dar risposta
me ne starò nascosta
un po’ per celia…
E un po’ per non morire al primo incontro,
ed egli alquanto in pena chiamerà,
chiamerà: piccina mogliettina
olezzo di verbena,
i nomi che mi dava al suo venire”
È quasi scontato dirlo, ma questa storia finirà male. E Pinkerton si dimostrerà ancora più mostruoso, vile e spregevole di quant’è stato finora. Tanti i punti e le arie toccanti, come lo splendido coro muto. Ma la musica non si può raccontare come il libretto, e per quella vi rimando al suo creatore e al luogo adatto.
Io non capisco come si possa non amare l’opera. È l’unica performance artistica che ti proietta davvero fuori del tuo corpo e ti fa appassionare alla vicenda rappresentata come se fosse la tua. Certo, succede anche con i libri, ma all’opera c’è la scena, all’opera c’è la musica.
Note di merito e di demerito per lo spettacolo cui ho assistito ieri sera. A una Madama Butterfly chiaramente occidentale corrispondeva un Pinkerton chiaramente giapponese (interessante esperimento intellettuale, ma forse un po’ troppo intellettuale, specialmente atto a confondere chi all’opera non è mai stato e sa poco della trama). Tre punti in più per la scena finale, che ha messo alla prova le mie conoscenze di harakiri. Mi ero tanto prodigata nello spiegare alla mia amica e accompagnatrice come andasse squarciato il ventre col pugnale e invece mi trovo davanti una Butterfly che si sgozza. Ma certo, mi dico, perché questo è jigai, non harakiri! (no, non sto farneticando, e chi conosce la mia Agenzia dei suicidi mi capirà).
Conscia di aver ormai tediato i vostri nervi e di aver scritto più per me che per voi, vi saluto. E smettete di storcere il naso, perché Opera is the way!