Aprire un cassetto, una scatolina rossa, una bella cassapanca coi piedi di leone, un’angoliera – tutti oggetti che stavano nella vecchia casa di famiglia – e trovarci dentro “un richiamo come all’indietro”. Un richiamo a un passato ricevuto in eredità ma di cui il cinquantenne Ugo ha solo pochi ricordi: la casa di Guzzano, un tempo piena di vita ma già vuota dopo la sua nascita, già solamente casa di vacanze, e poi la zia Bruna, la zia Maria, la zia Fila, il nonno, lo zio Peppo, lo zio Arrigo… Di fronte a questo vuoto, a questo buco impossibile da riempire ma che è ormai necessario attraversare, Ugo non può che inventarsi il proprio modo per creare “un piccolo centro d’ordine in mezzo alle forze del caos”. E il modo che si inventa è raccontare. Allora ecco che dal passato sorgono frammenti, piccole avventure, le corse in macchina con il nonno, l’aia di notte, il favo dei calabroni nel sottotetto, la prima volta a far l’amore alla falsa diga del Limentra, visi in penombra, frasi che ritornano, che non si è mai finito, sembra ieri, forza e coraggio. Ma soprattutto emozioni, piccole angosce, malinconie, un po’ di sollievo. Sennonché chi racconta ha l’abitudine di evitare, di scantonare, di “slaterare”, perciò alle emozioni sigillate dentro a quei cassetti antichi arriva piano e slaterando, appunto, parlando di chi ha conosciuto appena per arrivare infine alla perdita dei genitori: allo smantellamento degli affetti più cari. “E altri smantellamenti ci saranno ancora, nell’universale e continuo smantellamento di tutte le cose.” Con una comicità intrisa di nostalgia, Ugo Cornia affronta il “mistero grande delle emozioni” attraverso un romanzo nutrito di scarti spiazzanti e docili riprese, restituendoci le contraddizioni e le seducenti insensatezze del nostro mondo interiore.
Laureato in filosofia a Bologna, è insegnante di filosofia e di sostegno in una scuola superiore di Modena, dove vive. Ha cominciato a pubblicare sulla rivista «Il semplice» (1995-1997), a cura di Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni e Daniele Benati. Suoi racconti sono anche apparsi su altre riviste, come «Diario» (quando era diretto da Sandro Onofri) e più recentemente su «Il Caffè illustrato» e «L'accalappiacani». Ha intervistato Lietta Manganelli, figlia dello scrittore Giorgio Manganelli, per un libro di aforismi e paradossi (Giorgio Manganelli, Il delitto rende ma è difficile, Milano: Comix, 1997). Ha pubblicato diversi libri. Con l’editore Sellerio: Sulla felicità a oltranza; Quasi amore; Roma; Le pratiche del disgusto. Con Quodlibet: Sulle tristezze e i ragionamenti, Operette ipotetiche, Scritti di impegno incivile. Con Feltrinelli: Le storie di mia zia; Il professionale; Animali. Con EDT il libro Modena è piccolissima, illustrato da Giuliano Della Casa. Con i Topipittori Autobiografia della mia infanzia. Nel 2004 ha vinto il Premio Nazionale Letterario Pisa per la sezione Narrativa. Per la collana "Il mondo è pieno di gente strana" della Marcos y Marcos ha pubblicato la biografia di Montaigne "Sono socievole fino all'eccesso".
Con un sorta di parlato messo nero su bianco, Cornia si aggira tra frammenti di ricordi famigliari e, tra di loro, buchi da colmare ovvero da conservare come tali. Un'ottantina di pagine in tutto, originali, scorrevoli, simpatiche.
Sembra scritto da mio fratello perché non si capisce chi sia il soggetto delle frasi. E io sono figlia unica. Strano modo di usare la punteggiatura: tante virgole e spazi fra una riga e l'altra: forse mancano le parole come i ricordi che non trova nel cassetto?
Buchi di Ugo Cornia #LLCChallenge2022 #categoria48 , (11/50) Un libro con meno di 100 pagine.
Buchi Il protagonista scova dei ricordi in un cassetto di una scrivania che la madre, quando era viva, teneva in camera da letto. “Potenze infere” le chiama, escono fuori, come escono fuori i ricordi, gli odori, le case dove ha vissuto. Case che subiscono spostamenti dell'architettura interna a seconda che i famigliari si ammalino o deambulino bene. Ed è così che in una sorta di rituale, chi si ammala e non riesce a far più le scale, va a vivere al piano terreno nella camera "lumaca", camera che ospiterà tutti i parenti che di lì a qualche anno lo abbandoneranno. Ricorda di quando è risbucato fuori il romanzo " Oblomov" di Gončarov, fra le cui pagine era schiacciata una lettera di sua madre a sua sorella, che parlava di loro due fratellini piccoli. Commozione nel rileggerla, voglia di tornare all’indietro come una “U” rovesciata. Dopodiché il racconto è un flusso di coscienza comprensibilissimo ma senza articoli, con verbi all'infinito o al participio passato come in un vecchio telegramma. Come se un bambino piccolo raccontasse, o un adulto vomitasse episodi della propria vita allo psichiatra durante una seduta di ipnosi regressiva. Segue un elenco ininterrotto di parenti morti uno dopo l’altro, alcuni dei quali hanno significato qualcosa, altri niente, perché era troppo piccolo. Inizio a spazientirmi, ho trovato questo libro perché rispondeva a dei criteri di una challenge ed ora mi sta facendo immalinconire perché penso spesso anch’io a tutti coloro che perso nella mia vita e non avevo assolutamente voglia di ascoltare l’elenco dei morti in un libro che pensavo fosse un romanzo. Mi sta scattando un po’ il disagio che ebbi leggendo la seconda parte de "Il Colibrì", bel libro certo, ma anche molto forzatamente triste e non amo le forzature. Andiamo avanti con la lettura. Vediamo se c’è un plot. C' è un finto plot in effetti, che rompe la monotonia di questi due fratelli che hanno accompagnato, fino all'ultimo periodo di vita, i loro parenti più anziani. Una volta che la casa di campagna di Guzzano si svuota, un uomo entra di nascosto in essa. I due fratelli lo spiano grazie alle telecamere interne di sorveglianza. L'uomo vive lì per un po' indisturbato ma senza rubare niente, non chiamano la polizia, in effetti è una sorta di guardiano mai richiesto. E poi arriva il momento del distacco vero e proprio, superati i 50 anni, il protagonista decide di abbandonare la casa in affitto di città ancora piena di mobili ingombranti, fisicamente ed affettivamente. Compra una casa che ha un pezzo della pianta esattamente simile a quella che aveva prima, questa cosa è accaduta anche a me, so che può sembrare difficile da capire, un pezzo della mia casa è esattamente lungo e dislocato (corridoio lungo esattamente gli stessi metri, due porte a sinistra ed una in fondo) com'era la casa dei miei nonni, quando lo percorro di notte, alcune volte, nell'oblio notturno che ci avvolge, ho l'impressione di essere a casa loro. Cosa posso dire? E' un non romanzo, è una non autobiografia, è un parlar-scrivendo, non so sia un'operazione letteraria troppo facile o rivoluzionaria, non lo so. Non sembra nemmeno che ci sia un editor che abbia fatto un'operazione sulle reiterazioni, ci sono periodi ripetuti e non per amor di musicalità, è un qualcosa che ad un lettore impegnato infastidisce. Concludo questa recensione con la definizione che Cornia dà di buco "Se ci fosse un grande buco.
Uno esce e dopo un po’ trova un grande buco. È in un posto che prima non c’era. Ci gira un po’ intorno. Si affaccia anche a guardarci dentro. E dentro il buco cosa c’è? Niente. Non c’è niente di niente, se no non sarebbe stato un buco, era qualcos’altro. Invece quello era proprio un buco, e la natura dei buchi è proprio di essere senza niente dentro. Intorno al buco c’era restato tutto quello che c’era prima. E invece dentro il buco non c’è niente.
Chiusa la storia. Chiuso tutto."
Probabilmente questa definizione vale tutto il libro, o è il libro.
Buchi è un libro difficile da incasellare. Non è un romanzo, non è un’autobiografia, non è nemmeno un racconto: è piuttosto un flusso di memoria, tramite cui Ugo Cornia si aggira tra ricordi di famiglia, case che cambiano forma e vuoti che restano tali.
Lo stile è inconfondibile: frasi interminabili, spesso senza un vero soggetto, con una punteggiatura che segue più il ritmo del pensiero che quello della lingua scritta. Sembra di ascoltare qualcuno che parla a voce bassa, inciampando nei propri ricordi, con le parole che si accavallano e lasciano spazi sospesi. A tratti è affascinante, ma a volte anche faticoso: ci si perde dentro queste frasi che non finiscono mai, come dentro i buchi del titolo.
In altri libri di Cornia si ride — amaramente, ma si ride — grazie a quel suo modo surreale e tenero di raccontare le cose. Qui invece no. In Buchi il tono è più cupo, il sorriso scompare, e resta solo una grande quantità di dolore trattenuto, una malinconia che non si risolve mai.
Un libro breve e intenso, che lascia addosso un silenzio più che una storia. Non tutto funziona, ma qualcosa resta, come un’eco che non si sa bene da dove provenga.
Cornia riesce sempre, nei suoi libri, a farci rivivere il suo piccolo mondo. Un mondo fatto di un macro-organismo, i suoi luoghi, e di micro-organismi, i vari nuclei della famiglia e tutte le storie che si diramano. Questo libro, rispetto a "Sulla felicità a oltranza", è più lirico e meno costruito, almeno all'apparenza. Ne viene fuori una grande malinconia della vita e della morte, che si intrecciano e si infossano e alla fine non rimane più niente.