Michael Davenport è un giovane e promettente poeta, che lavora in una rivista per sbarcare il lunario. Lucy Blaine una ragazza colta e sensibile, che forse deciderà di recitare, forse di dipingere, forse di scrivere. Si amano e si sposano; e poiché sognano in grande, la loro vita dovrà essere migliore di quella che accontenta la maggioranza delle persone.
Qualcuno, leggendo le prime pagine, potrebbe pensare: ancora! ancora una coppia di giovani che aspirano a una vita migliore, più interessante, più creativa, una vita speciale. Ebbene sì, più di vent’anni dopo aver scritto Revolutionary Road Yates è ancora lì, su quello che chiaramente è stato il tema centrale della sua vita. Sappiamo che suo padre era un aspirante tenore che per vivere faceva il rappresentante, e sua madre una scultrice sempre sul punto di sfondare: e l’infanzia non si dimentica mai.
Chi pensa che questi personaggi siano insopportabili, lasci perdere subito questo romanzo. So che molti lettori li giudicano mediocri e al tempo stesso vanitosi, inetti e al tempo stesso ambiziosi; essenzialmente dei frustrati, parola sprezzante che andava tanto di moda anni fa. Inutile discutere su percezioni così differenti. Ci sono perfino lettori che detestano Madame Bovary! (Non a caso, il mito letterario di Yates: tutti i suoi personaggi sono Madame Bovary). Chi si accontenta gode, si sa, e oltre a godere, riscuote sempre la simpatia della gente.
I personaggi di Yates, invece, non si accontentano. Vorrebbero qualcosa di meglio. Ma se la meritano?
Mai, nemmeno una volta, in nessuno dei suoi romanzi, Yates ci dice se i suoi protagonisti hanno davvero talento oppure no. Questo cambierebbe tutto. Ma Yates non lo scrive, perché sa che nessuno può dirlo con certezza, e questa è l’essenza (terribile) del mondo dell’arte. Per questo i Davenport, come tanti altri personaggi yatesiani e come probabilmente Yates stesso, non smettono mai di chiedersi se hanno talento, se lo avranno sempre, se gli sarà riconosciuto presto o tardi; e se gli altri, quelli che hanno successo, hanno davvero più talento di loro.
È un poeta mediocre Michael, il protagonista, oppure un poeta poco compreso? Ed è davvero un genio Tom Norton, il suo amico pittore che fa soldi a palate? Paul Maitland è realmente un artista così puro da non volere il successo commerciale, o la sua è una posa? Perché, dopo aver scritto un bellissimo romanzo, Carl Traynor non riesce a scriverne altri? E il regista Ralph Morin si merita davvero il colpo di fortuna che lo porta dritto a Broadway?
I Davenport infatti, a differenza dei Wheeler di Revolutionary Road, sono circondati di persone ugualmente speciali, e per certi versi è peggio della solitudine. Yates ci descrive in modo acuto, ironico e doloroso al tempo stesso, la mortificazione di non essere invitati a una festa di amici vip, l’invidia di leggere sul giornale che un collega ha sfondato, lo sforzo umiliante di interessare un editore distratto, la ferita d’essere considerati dilettanti dai professionisti; le rivalità, i colpi bassi, le frecciatine malevole. Aggiungo: ce lo descrive come può descriverlo solo chi ci è passato, con sentimenti contraddittori, sperdimento, rabbia, fatalismo, autocommiserazione, orgoglio, disgusto di sé.
Non si sa chi merita il successo e chi no, e soprattutto, a Yates non importa. Quello che vuole raccontarci è il tormento incessante di questi giovani, via via non più giovani, che si spremono sulla macchina da scrivere, fra tele e pennelli, dietro le quinte di teatri. Con tutte le loro debolezze, e anche qualche meschinità. Perché i Davenport, come tutti i personaggi di Yates, sono tutt’altro che perfetti.
Sono egocentrici, insicuri, e irascibili, facili a perdere il controllo. Intravedono davanti a sé la minaccia della disperazione, la minaccia della pazzia. Se rinunciassero all’arte, potrebbero avere una vita facile e spensierata: ma non lo fanno. Perché la loro è una condanna. Il loro è un calvario. Ed è questo calvario che Yates ci racconta, come nessun altro; con la sensibilità, l’umanità e soprattutto con la franchezza unica che lo distinguono, sempre.
«Vorrei proporre un altro brindisi, se permetti». E Lucy alzò il bicchiere di vino all’altezza degli occhi.
«Affanculo l’arte», disse. «Davvero, Michael. Affanculo l’arte, d’accordo? Non è buffo che abbiamo continuato a inseguirla per tutta la vita? Morendo dalla voglia di entrare in intimità con chiunque sembrasse comprenderla, come se questo potesse esserci di aiuto; senza mai indugiare a chiederci se non fosse irrimediabilmente fuori dalla nostra portata... o se addirittura non esistesse. Perché eccoti un concetto interessante: e se l’arte non esistesse?»
Lui ci pensò su, o meglio assunse un’aria grave per dare a vedere che ci stava pensando su, tenendo il proprio bicchiere ben fermo sul tavolo.
«Ecco, no, mi dispiace, cara», cominciò, «su questo non posso essere d’accordo con te. Se mai pensassi che non esiste allora dovrei... non lo so. Farmi saltare le cervella, o qualcosa del genere».