“Scrivere è la mia vita e il mio unico modo per celebrare un evento, un pensiero o una persona e renderli eterni”+
C’è un’adolescenza “spensierata e forse banale e forse scontata”, e poi c’è la malattia che all’improvviso divora tutto. Alla fine di quello smarrimento, Chiara – la protagonista di questo romanzo, il primo di Chiara Gamberale, che dell’autrice porta il nome e il cognome – sente che per riemergere, per ritrovare il filo dell’identità, non deve insistere a guardare in faccia il buio, ma piuttosto spostare lo sguardo sulle persone che la circondano. Perché non ci esauriamo nel nostro dolore, anzi: forse la nostra vera essenza continua ad agitarsi ai bordi del dolore, che nel caso di Chiara è quello di una terribile forma di anoressia e bulimia, “un dolore lungo e magro, in bianco e nero”. Chiara appare attraverso i legami con gli altri, che sia la scrittura dei diciotto diarietti riempiti insieme a Cinzia sui banchi di scuola o l’amicizia quasi d’amore con Emiliano, che sia la professoressa Ricca del liceo Socrate oppure il cane Jonathan, a cui “importa solo che io sia e ci sia”. Gli anni dell’adolescenza scorrono attraverso una scrittura che, com’è stato immediatamente notato dai recensori, “è ariosa, delicata, penetrante, toccata dalla grazia della leggerezza”, ma nello stesso tempo rivela in controluce tutta la sofferenza, la fatica di vivere che riempie ogni storia di senso e di gratitudine. Chiara Gamberale esordisce a vent’anni con un romanzo accolto con entusiasmo da pubblico e critica, dove già molto si scopre dei libri che l’autrice darà successivamente alla luce.
Ragazza impaccata di soldi perde la bussola perché trooooooppppo dotata e te la mena per cento pagine di diario segreto. Interessanti, almeno? Quanto può esserlo un'estenuante diarrea verbale fatta di aucompiacimento, citazioni scontate e camei della cricca del tempo che fu. Evitabile.
E poi boh, pensi di star leggendo un libro che parla di una ragazza e i suoi problemi alimentari, e invece ti ritrovi a sorbirti le pare adolescenziali di un’egocentrica presuntuosa che pretende di definirsi letterata. Una vita sottile mi ha ricordato un po’ Tutto il pane del mondo: opera biografica, una scrittura di getto molto di pancia, caotica, abbastanza difficile seguirne il filo logico. Solo che in Tutto il pane del mondo il tema di base, per quanto frettolosamente e confuso fosse stato narrato, c’era. Qui invece dei disturbi alimentari della protagonista se ne parla solo negli ultimi due capitoli. Tutti i precedenti sono un’accozzaglia di frasi, voli pindarici pseudo-intellettuali, incontri di cui l’autrice ci vuole mettere al corrente come se ce ne importasse qualcosa, come se fossero fondamentali per il concetto del disturbo alimentare, cosa che non è. Si rivolge alla bulimia e all’anoressia che l’ha colpita definendole “malattia” nel bel mezzo di un discorso solo come dettaglio, come rifinitura, senza approfondire nemmeno una – e dico una – volta.
Si perde tra i passi, tra la smania di voler conquistare non so cosa. Non mi ha catturato, anche se il dolore c'è, il modo in cui è scritto lo camuffa un po' tanto. Forse avrei preferito anche evitare di leggere e rileggere frasi sulla propria bravura nella scrittura. Una persona che è sicura di esserlo non se lo ripete cosí tante volte, credo.
E anche questo libro della Gamberale mi è piaciuto. Non quanto gli altri suoi che ho letto, ma secondo me è un ottimo esempio della sua grande scrittura (e quindi ci sta come libro di esordio). Inutile dire che ho sottolineato molte parti.
Penso però che la trama sia fuorviante, all'inizio infatti avevo timore a leggerlo pensando che il tema del dca sarebbe stato prominente nella storia. Invece mi sono ritrovata a leggere tante "lettere" a persone che hanno lasciato un segno nella vita dell'autrice, e solo all'ultimo si è parlato di anoressia. In genere non leggo le trame, e dopo questa continuerò a non farlo.
Mi è piaciuta davvero tanto la parte finale dedicata alle vite sottili dei lettori. Bella bella la poesia di Federica Magri.
Mi dispiace molto perché dalla trama mi aspettavo un libro importante sui dca, sul racconto in prima persona di una tematica così importante e cruda. Invece l'ho trovato lento, un lento racconto di persone che l'autrice incontra (idea che poteva essere molto innovativa sotto il punto di vista della narrazione). Il linguaggio è pretenzioso e non racconta troppo
Gli ultimi capitoli si riprendono e sono molto forti,ma ahimè arrivi già stanca dalla lettura.
Mi darò forse un'altra possibilità con un altro libro dell'autrice per conoscere meglio la sua scrittura
Ho fatto un po' fatica a terminarlo.... Mi ha spronato l'idea di averne già un altro pronto da leggere. Mi sembrava un resoconto di amicizie di una ragazza di CL, l'ultima parte è un po' più interessante e scorrevole.
Penso che il libro di per se sia carino, facile e veloce da leggere, eccetto alcuni punti dove il filo del discorso si perde in un mucchio di paroloni senza senso.
Mi è piaciuto il viaggio all’interno delle persone che la stessa Gamberale ha incontrato nella sua vita; credo che evidenzi bene l’idea che ogni uomo/donna/animale che entra anche per poco nel tuo vivere, possa lasciarti tanto, come pezzi di un puzzle.
Mi aspettavo più riflessioni sul disturbo alimentare, che si concentra negli ultimi due capitoli, scritti tra l’altro molto bene, pur trattando un argomento tanto complicato.
Davvero ben scritto, l'autrice ha saputo ricostruire una rete di relazioni tra protagonista e mondo realistica e che contribuisce a rendere viva la narrazione, insieme ai pensieri di Chiara. Lei è il personaggio principale, di cui si conoscono i pensieri, le emozioni e si prova a comprendere ciò che ella vive e come reagisce, creando un forte legame tra lettore e personaggio. Consiglio a tutti la lettura, perché il tema trattato, i disturbi alimentari, sono sempre più diffusi al giorno d'oggi e comprendere cosa si nasconde dietro a comportamenti simili è quasi un dovere morale♡
No, un immenso no. Io adoro la Gamberale come scrittice, ho amato "Le luci nelle case degli altri", "avrò cura di te", "adesso". Ho adorato tantissimi suoi libri, ma questa è proprio una caduta di stile. Sembra quasi che il suo modo di scrivere sia diventato di colpo infantile e confusionario.
Nonostante la tematica mi è sembrato piuttosto superficiale. Vi sono numerosi confronti con gli altri in cui l’autrice pare ribadire il suo essere migliore di tutti (per quanto riguarda il campo della letteratura, ma anche solo per intelligenza e sensibilità) e allo stesso tempo il suo stare peggio di tutti. Io penso che per raccontare il dolore bisogna prima essere coscienti che è una costante nella vita di tutti, altrimenti il racconto dei propri limiti e della propria sofferenza risulta sterile. Inoltre ritengo che per descriversi sia necessaria più umiltà, perché anche la divisione in capitoli dedicati mi è parso un espediente per farsi ulteriori complimenti per mezzo della voce di altri, più che per raccontarci effettivamente di loro. La maggior parte delle riflessioni erano abbastanza banali e ho trovato interessanti solo le pagine in cui non parlava di lei.
Premessa: ho scoperto Chiara Gamberale solamente con il suo romanzo “Dimmi di te”, che ha rappresentato per me un’avventura nel suo modo di raccontare e emozionare e l’ho apprezzata moltissimo. Così ho scelto di recuperare questo suo romanzo d’esordio, che in qualche maniera, mi ha leggermente spiazzato. La sua poetica si intravede, ma risulta caotica e a tratti i pensieri si fanno inconcludenti, gonfiando un pathos emotivo che si fatica ad interiorizzare. Il tema del “mostro” (il disturbo alimentare) resta marginale finché sul finale sembra imporsi forzatamente. Mi ha lasciato una sensazione di incompiutezza e resterà nella mia memoria come un insieme di immagini e aforismi, spesso banali. D’altra parte, molte lettrici e molti lettori ne hanno apprezzato la delicatezza nel trattare il tema dei disordini alimentari. A me è sembrata più una espressione superficiale o frutto di pensieri ed emozioni non ancora troppo chiari/decisi. Credo, mio malgrado, che se ne possa evitare al lettura.
Ammetto di non averlo capito benissimo. La trama era molto asciutta. SO solo che è la storia di CHiara, la sua biografia giovanile, resoconto atipico di una ragazza che ad un certo punto della sua vita è caduta e sta ancora lottando per rialzarsi. Ero curiosa di leggere il primo libro di una scrittrice che sa parlare del quotidiano nei suoi libri di oggi. Però mi ha confuso il suo narrare per persone che l'hanno conosciuta ed amata perchè io ho visto loro e non lei nei loro racconti e il legame mi è risultato difficilmente evidente se non in alcuni casi. L'unica cosa eloquente è stata che Chiara è una ragazza molto intelligente, anche un prodigio, e che per qualche ragione si è ammalata di anoressia e bulimia, faticando ad uscirne ed a trovare chi la possa capire. Pare normale che ad una ricoverata in reparto "disturbi alimentari" regalino torroncini? Su questo condivido anche io. Purtroppo questi disturbi li conoscono sempre più adolescenti , sia quelli normali, quelli superficiali e quelli con situazioni difficili. Ed è per una gran maggioranza un male di oggi. Non di suo padre che pure ebbe un'infanzia dura e difficile, ha dovuto sudare per tutto eppure, apparentemente, non ha disturbi, ma è sano ed equilibrato e dal suo capitolo emerge un amore reciproco e tantissimo rispetto. Si sente che è la sua prima opera pubblica, che lo stile non è quello di oggi e che aveva bisogno di buttare fuori tante cose rimaste chiuse dentro. Grazie per questa condivisione e per i lavori venuti dopo.
Io amo Chiara Gamberale, questo era, credo, l’unico suo libro che non avevo ancora letto. Mio dio, una lagna incredibile, mi sono forzata di finirlo perché odio lasciare i libri iniziati ma è stato veramente un parto. Senza né capo né coda, terribile da seguire, nessuna trama, veramente pessimo nonostante la sua scrittura sia sempre eccellente. Niente a che vedere con gli altri suoi romanzi che ho amato e divorato.
Non penso di aver mai arrancato così tanto per finire un libro con si e no 100 pagine scritte. Un libro di una pesantezza unica, pieno di frasi da teenager con la smania del "sono un'intellettuale". Sarà che sono fuori dalla fase adolescenziale ma non ci ho trovato veramente niente di piacevole o stimolante..
"Quante volte, allora, prima d'allora e dopo d'allora, mi ero vomitata addosso alle persone per legarle a me, per ottenere consensi, per sfiducia nelle altrui facoltà di sentire l'essenziale, senza capire che chi non lo percepisce non lo potrà cogliere neanche se esplicitato".
Quando ho comprato questo libro mi aspettavo una descrizione della battaglia che l'autrice ha combattuto contro l'anoressia; aspettativa totalmente errata. L'argomento è trattato, ma poco, negli ultimi capitoli. Nel libro sono descritte principalmente le persone che l'autrice, chiara, ha conosciuto, e l'impatto che ognuna di esse ha avuto su di lei. Anche se mi aspettavo tutt'altro, non mi è dispiaciuto. Alla fine del libro sono stati aggiunti commenti più o meno brevi di diverse persone che hanno letto, e amato, questo libro. Questa è stata forse la parte che ho preferito: alcune mi hanno fatto venire i brividi. "Quanto è dura essere sensibili e non avere nessuno che si cimenti nei tuoi abissi. Con il tempo ho capito che le persone non danno un peso alle parole, e non lo sanno, ma ciò che può solo sfiorare loro, sulla mia pelle brucia fino in profondità".
Ho percepito questo libro come uno sfogo da parte dell'autrice e proprio per questo motivo non è facile da giudicare. Sicuramente è intimo e a volte è stato quasi doloroso leggere i suoi pensieri. La sensazione che mi ha lasciato non riesco a descriverla, mi sono sentita capita ma mi ha anche lasciato un sentimento di "oppressione".
Ho apprezzato davvero tanto le frasi che chiudono ogni capitolo. "Tu non sei carina, sei bella, e te lo devi ripetere tutte le mattine guardandoti allo specchio, non perché tu debba credere di essere l'universo, ma una parte stupenda e irripetibile di universo"
𝑷𝒓𝒆𝒕𝒆𝒔𝒆 𝒐 𝒂𝒔𝒑𝒆𝒕𝒕𝒂𝒕𝒊𝒗𝒆 𝒕𝒓𝒐𝒑𝒑𝒐 𝒂𝒍𝒕𝒆? Probabilmente andrò contro il parere di molti ma l'onestà è una mia prerogativa. Oggi vi voglio accennare il mio pensiero sul libro di Chiara Gamberale 𝑈𝑛𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑖𝑙𝑒 edito #feltrinelli. Un libricino di 142 pagine che ho letto in due giorni un po' a fatica. Quando l'ho acquistato la trama mi ha attirato come api col miele (per dirla male) e nel leggere la trama si sono create aspettative completamente discordanti con quello che poi è la realtà del testo. Le parole riportate non sono nient'altro che un diario scritto a casaccio da una ragazzina omonima dell'autrice, dove vengono riportate vicende e problematiche scritte alla rinfusa. Vi sono problemi di anoressia, sociali e quasi tutto ciò che succede nella vita di chi soffre di queste cose ma raccontate molto male. Forse non riesco a percepirne l'essenza perché non ho avuto nella mia vita certi problemi, ne ho dovuti affrontare altri (come chiunque) ma mai di questo genere e quindi forse è per questo che non mi arriva una qualche essenza. Non lo so, ma trovo che per sensibilizzare le persone che non hanno mai affrontato certe situazioni questo libro sia una pessima scelta. Lo stile di scrittura della Gamberale è impeccabile, vorrei scrivere io come lei ma ho trovato nel suo testo solo capricci e superficialità di chi ha tutto nella vita ma si annoia decorata con qualche frase carina che ho sottolineato. Insomma, non c'è un senso logico ed è un vero peccato. Vorrei essere "sensibilizzata" di più sulla tematica, ecco... Impeccabile invece è la sezione dedicata ai lettori "𝐼 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑜𝑛𝑜...". Questa parte l'ho trovata vera, meravigliosa. In particolare mi hanno colpito le parole di 𝙶.𝚂. e 𝙰𝚕𝚋𝚊 𝙴𝚕𝚎𝚝𝚝𝚘.
Ho dovuto riflettere un po' prima di scrivere qualcosa su questo libro perché, onestamente, non sapevo bene cosa pensarne. Di certo mi aspettavo qualcosa di totalmente diverso. Pensavo fosse interamente incentrato sulle cause e sulle conseguenze psicologiche di un DCA, ma quest'ultimo rappresenta a parer mio una porzione decisamente marginale del romanzo, gli ultimi due capitoli, scritti però in maniera magistrale. Il romanzo è invece il diario di una giovane Chiara, liceale, che ci accompagna negli anni da adolescente con una tendenza al perfezionismo e alla consapevolezza, forse un po' egoriferita, di essere superiore agli altri per cultura e pensiero. Ci parla dei suoi amici, dei suoi amori platonici e della sua vita assottigliata da un disturbo che ti divora giorno dopo giorno. Ho trovato la narrazione altalenante. Ci sono dei passi meravigliosi, in cui mi sono ritrovata pur non avendo mai sofferto di questa tipologia di disturbo, altri che sembrano infilati a caso tra le pagine, senza un reale nesso con i pezzi precedenti. 10 e lode per il capitolo finale sulle opinioni di altre lettrici, forse la parte più bella del romanzo insieme agli ultimi due capitoli. Lo stile di Chiara è particolare, un linguaggio ricco e ampolloso che a molti sta antipatico ma che io, personalmente, adoro.
Esistono libri e libri. Esistono quelli che ci fanno sorridere, piangere, quelli che ci emozionano e quelli che ci deludono, quelli che ci trasportano in luoghi fantastici mai esistiti e quelli che ci immettono in realtà difficili da scoprire. Poi ci sono libri come Una vita sottile di Chiara Gamberale che arrivano diretti al cuore. Entriamo nella vita della protagonista adolescente, nella vita dell’autore, in punta di piedi: attraverso i suoi amici, i suoi fidanzati, i suoi incontri e la sua malattia, l’anoressia. Ognuno di noi ha un lato oscuro, l’anoressia come la depressione sono malattie che prendono l’anima e consumano. L’autrice ci porta con gentilezza e freschezza nel suo inferno quotidiano, in un tunnel dal quale non vediamo l’ora di uscire mano nella mano con l’autrice che ci conduce a una rinascita morale e fisica. Bisogna toccare il fondo per poter risalire : è vero ma qual è il fondo per una persona che soffre di anoressia? Qual è la vita (im)perfetta che cerca di seguire? Chiara Gamberale ci offre una lezione di vita tra le pagine delicate di questo romanzo autobiografico.
Opera prima di questa autrice di cui per ora non ho letto altro. È una sorta di diario degli anni dell'adolescenza in cui l'autrice mette a nudo con spontaneità e freschezza le pulsioni, i tormenti, le difficoltà tipiche dell'età. C'è, lungo tutto il libro, il riferimento più o meno velato ai suoi disturbi alimentari (ma non solo quelli). Per tutti coloro che si avvicinassero al libro per capire qualcosa di più sui disturbi citati, dico che forse è meglio lasciar perdere. Nel complesso una lettura veloce e interessante che lascia aperti tanti interrogativi.
Ho apprezzato molto l'ultima parte, prima delle lettere delle lettrici, perché Gamberale descrive la sua esperienza. Mi è piaciuto meno che per arrivarci occorre passare da tante storie di incontri, amicizie e quasi-amori della scrittrice. L'idea forse era anche brillante, ma per me non ha funzionato, perché i pezzi del puzzles che racconta inizialmente non si incastrano come dovrebbero, ma rimangono scomposti e raffazzonati. Peccato perché sarebbe stato un libro più incisivo se fosse entrato già inizialmente nel vivo dell'esperienza della malattia.
Date le premesse, pensavo di addentrarmi in un libro che parla di DCA ma arrivata alla fine, posso dire che questo libro è un bellissimo diario che contiene delle lettere scritte per le persone che hanno fatto parte in maniera incisiva nella vita dell'autrice. Il tema dei DCA è trattato in modo appena accennato. Ho trovato degli spunti e delle frasi interessanti e acute che sono arrivate dritte dritte al mio cuore. Ho letto di alcune relazioni, vissuti ed esperienze che ho condiviso con l'autrice e questo mi ha fatto tenerezza.
Le 4 stelline sono per gli ultimi due capitoli. Dritti al punto, e profondamente veri. Leggere la tua sofferenza nero su bianco ti fa venir voglia di abbracciare chi ha permesso ciò. Per il resto il libro è un racconto della sua adolescenza, un po' fuori tema, ma ne vale la pena aspettare. Aspettare che la Gamberale riesca a prendersi il tempo per riuscire ad esternare la sua malattia e al sua guarigione. Consigliato.
È un libro molto breve, scritto sotto forma di diario, in cui l'autrice racconta un periodo buio della sua vita, in maniera però particolare. Il diario non si focalizza su l'anoressia e sul suo percorso di cura, ma ci fa conoscere le persone, amici e familiari, che prima e durante la malattia hanno influenzato la sua vita, celando tra le righe un po' di sé e del suo modo di pensare. Avevo sentito nominare spesso quest'autrice e spinta dalla curiosità ho letto questo libro scovato nella libreria di casa. Essendo un diario, non è proprio un genere nelle mie corde e ho trovato la scrittura un po' acerba (⚠️era il suo romanzo d'esordio). Tutto sommato non mi è dispiaciuto
"Io un giorno me ne andrò via di qua, oltre la montagna e allora la amerò, quella montagna che ora odio perché serve solo a fare tanta ombra, la amerò perché la supererò e ricorderò sempre che sarà dalla sua cima che potrò dire di aver visto il sole per la prima volta."
"Tu non sei carina, sei bella e te lo devi ripetere tutte le mattine guardandoti allo specchio non perché tu debba credere di essere l'universo, ma una parte stupenda e irripetibile di universo."
Un libro scritto con intensità e delicatezza, che immerge il lettore nel dolore ma anche nella speranza della rinascita. L'esordio di Chiara Gamberale mostra le sue indubbie doti di scrittrice in un testo dalla grande poeticità, anche se personalmente preferisco i suoi romanzi successivi, le cui protagoniste vivono una grande crisi ma in cui il cambiamento già maturo e il dolore più lontano.
Ho paura che cercare di descrivere il dolore nell’anoressia come lo fa Chiara qui sia un po’ troppo riduttivo, banale, scontato, limitato. Al termine di questa lettura posso solo apprezzarne il tentativo.