E poi, ecco spuntare dal nulla questi libri-spettacolo, scritti da perfetti sconosciuti eppure assolutamente stupefacenti, tanto da entrarti nelle viscere, da mozzarti il fiato, da spingerti a divorarli tutti in un colpo solo, per non disperdere nemmeno un poco di quel gusto che la loro lettura ti reca.
"Topi" è proprio uno di questi, un dono che il mio destino mi ha regalato...perchè confesso che se l'occhio non mi fosse caduto sulla sua scheda di Anobii non l'avrei mai e poi mai scoperto. E invece....
Shelley e la madre sono due "topi", due persone passive, paurose, remissive, costrette ad abbassare ogni giorno la testa subendo le angherie della loro vita frustrante. Shelley è una sedicenne vittima del mobbing di tre sadiche compagne di classe, che arrivano al punto di appiccarle il fuoco ai capelli lasciandole in ricordo delle brutte cicatrici sul volto e sul collo; la madre è un valoroso avvocato che lavora in uno studio legale dove è costretta quotidianamente a subire i soprusi e le avances del suo capo. Le due, abbandonate dal padre e marito che ha pensato bene di lasciarle per una ragazza di trent'anni più giovane, si trasferiscono a Honeysuckle Cottage, una casa di campagna isolata, circondata da campi, giardini e dal nulla per decine e decine di kilometri. Poi, una notte, d'improvviso, qualcuno entra nella loro casa. Allarme, panico, angoscia, i battiti del cuore che accelerano. Shelly e la madre si rendono conto di essere in pericolo e per la prima volta nella loro vita sono obbligate a reagire, con un'azione di cui poi dovranno pagare le amare conseguenze. Seguono ore scioccanti in un crescendo di suspense e paura, ad ogni azione, ad ogni pensiero, ad ogni pagina. Sino al finale, che, in una storia simile, rischia facilmente di essere rovinoso e invece si rivela tutt'altro che banale. E i topi si accorgeranno di non essere più topi.
La copertina del romanzo cita, in basso a sinistra, "thriller". In realtà, "Topi" non ha nulla dei tratti classici dei thriller cui siamo abituati: non c'è un serial killer, non c'è un'indagine, non ci sono azioni splatter o alla FBI. C'è però un grosso incubo reale la cui evoluzione ci incolla alle pagine più di tutto quello che potrebbe esserci al suo posto, un po' come nei migliori romanzi del grande King, che questo Gordon Reece mi ha ricordato. Una situazione pura e semplice che diventa un incubo da gocce di sudore sulla fronte, una tensione adrenalinica, una soglia d'allarme che non si abbassa mai. E in più c'è una bella riflessione sul significato della parole "vendetta" e le conseguenze che implica, c'è un'ambientazione, fra i campi e il nulla, che da sola genera paura e smarrimento, c'è un sublime approfondimento psicologico dei personaggi, topi che diventano gatti, e c'è una scrittura fluida che rende la lettura ancora più gustosa.
Che cosa si può desiderare di più? Nulla. Solo che Gordon Reece scriva ancora, sperando che questo fologrante esordio non sia un primo e isolato colpo di genio.