La realtà con cui De Marchi si misura nel "Demetrio Pianelli" è quella della Milano fine Ottocento, una città tumultuosa e fervida, già percorsa dalla febbre della speculazione e degli affari. Egli la ritrae nella quotidianità dimessa e faticosa della vita piccolo-borghese, dove più acuti si soffrono i contrasti tra le esigenze autonome dei sentimenti e le costrizioni frustranti della routine di lavoro. Il protagonista è un modesto impiegato del registro,cresciuto al senso dell'onestà e del dovere. Soccorrendo con puntigliosa dedizione la famiglia del fratello suicida, egli riscopre l'intensità di un'energia vitale lungamente repressa e ignorata, aprendosi infine all'esperienza sconvolgente dell'amore e della rinuncia.
Emilio De Marchi, chi era costui? La mia scuola media gli era intitolata. Da studentessa non mi venne mai in mente di chiedermi chi fosse, le scuole secondarie di primo grado quando non sono intitolate ai soliti Manzoni, Giulio Cesare (grazie Venditti) Beccaria etc, etc a volte dietro nomi meno noti celano pregevoli letterati caduti nell’oblio come accade per Emilio De Marchi, che ho già avuto la gioia di leggere in uno splendido noir d’antan intitolato Il cappello del prete.
Demetrio Pianelli invece è un romanzo tradizionale, scritto a fine ‘800 con una lingua che ha il sapore del fin de siècle, ricca che accarezza le righe in volute sinuose che rinnovano il piacere della bella prosa. L’ambientazione è a Milano, tra i motivi che hanno indirizzato la mia scelta e che rappresenta uno dei pregi principali del libro. E’ già la città che è vivace, operosa, trafficata, l’ambiente descritto quello della classe borghese impiegatizia, città che incute timore e diffidenza ai forestieri campagnoli che vengono da fuori: dalla bassa lodigiana, da Melegnano o dalle zone dintorno all’abbazia di Chiaravalle. Una Milano non ancora slabbrata in un moto centrifugo verso le periferie ma che si concentra soprattutto nel suo centro storico.
Il romanzo nel suo raccontarsi ci guida attraverso una mappa di luoghi familiari, per chi li conosce è una fitta di piacere, come vedere fotografie in bianco e nero di luoghi di una volta sulle bancarelle delle fiere d'estate.
Il Duomo solenne e magnificente nei suoi ricami di marmo, con le sue alte vetrate da cui fuggono luci colorate sanguigne e violette, la Galleria Vittorio Emanuele, salone pubblico dei milanesi
Il bel mosaico del pavimento, quasi sgombro, spiccava in tutta la nitidezza de' suoi marmi e de' suoi arabeschi nel chiaro riverbero che il cupolone di vetro, tocco dal sole, sbatteva nel vasto ambiente, sui cristalli dei negozi, sui globi, sugli ori delle ditte, sugli stucchi delle pareti liscie come specchi, su tutto
Piazza Mercanti, il Carrobbio , il Campanile delle Ore, l’Arco della Pace
Spiccava l'arco della pace, co’ suoi cavalli neri sul marmo bianco, e dietro l'arco uscivano le cime nevose delle prealpi lontane e del Monte Rosa, che nei giorni asciutti si rivela ai milanesi come l'idea un po' confusa d'un mondo migliore
Ma davvero, anche a prescindere da luoghi familiari e nativi, la storia è bella.
Demetrio Pianelli è un impiegato solitario, schivo che conduce una vita frugale rifuggendo sentimenti e consessi umani, un giorno, per uno dei casi fortuiti della vita, si trova pressochè obbligato a prendersi carico della giovane cognata (ahimè un po’ sciocca) rimasta vedova del marito, morto suicida per debiti, e dei suoi tre figli.
La sua vita prende una direzione inattesa che lo obbliga a schiudere il suo guscio di uomo selvatico; sasso sterile sente per la prima volta il sussulto dell’amore, scoprendo che dietro un fardello che la sorte gli ha riservato si nasconde quell'universo femminile che finora aveva prudenzialmente rifuggito.
La trama segue poi i suoi percorsi romanzeschi inseguendo le gesta di un’accolita di personaggi a volte meschini, spesso buffi, lasciando a fine lettura un senso di amarezza per quel conformismo sociale allora come oggi così difficile da scardinare, ma anche consegnando al lettore un personaggio letterario, quale è Demetrio Pianelli, non facilmente dimenticabile un anti eroe, uno sconfitto, un vinto, ma dalla dignità intatta.
"Demetrio Pianelli" sembra un'opera nata da un profondo disincanto. Sia il protagonista, sia i comprimari, nel bene o nel male, per destino o sorte, completamente rapiti dai propri sogni in un mondo parco di felicità, sembrano non riuscire mai a vederli coronati o a non cogliere la felicità sperata anche quando la provvidenza par sorrider loro. Pare non esistere via di scampo all'infelicità in una vita che non si perita di premiare la bontà di cuore più dell'arrivismo o della malvagità. Quasi a far eco alla prima filosofia leopardiana, solo i dolci sogni restano all'uomo per veder un po' di luce in un'esistenza spesso triste e scura.
Leggere questo romanzo farà piacere ai milanesi: in ogni pagina si susseguono squarci di vita della operosa città che nell’ottocento prometteva di diventare la metropoli di oggi, della quale De Marchi descrive con minuzia angoli, tetti, campanili, chiese ma anche popolani, borghesi indaffarati che formano la originaria classe imprenditoriale italiana, impiegati pubblici dal moralismo un po’ bigotto, rispettosi delle formalità e sussiegosi verso i superiori, invidiosi e pettegoli tra loro, pronti tanto a tenersi buono quello che conta quanto a gettarlo nel discredito senza un minimo di compassione quando non serve più, proni di fronte al cavaliere o commendatore di turno, approfittatore della sua posizione per circuire ed irretire al fine di ottenere favori sessuali (ogni riferimento a persone o cose attuali è puramente casuale). La particolarità di rilievo del romanzo , che in alcuni momenti della parte centrale cominciava ad annoiarmi ma poi nel finale si è riscattato alla grande con alcune pagine bellissime che ricordano in modo evidente il manzoniano Addio ai monti, è proprio quella di tratteggiare in modo perfetto, dando profondità e complessità ad ognuno, i personaggi della storia, a partire da Demetrio Pianelli, un antieroe modesto, umile, onesto e generoso che si trova all’improvviso scaraventato, a seguito della morte del fratello Cesarino, da una vita solitaria trascorsa in compagnia dei suoi amati canarini in una soffitta che guarda i tetti di Milano nella famiglia piena di guai finanziari del fratello, dove la cognata Beatrice, detta la bella pigotta per la sua avvenenza accompagnata ad una certa immobilità anche d’animo quale una bambola, si ritrova sola con i tre figli a dover far fronte alle avversità della vita. Ma è soprattutto con Arabella, la nipote di Demetrio, figlia maggiore di Beatrice e Cesarino, che De Marchi crea un personaggio femminile che, secondo me, è uno dei più belli della letteratura, e comunque uno dei personaggi femminili meglio riusciti che abbia letto. Arabella è una bambina all’inizio del romanzo, la morte del padre la fa diventare donna; Arabella è una fanciulla dolcissima, silenziosa, con gli occhi” profondi e intelligenti che guardavano molto lontano, al di là delle cose, come fanno tutti gli occhi che pensano”, è docile e rassegnata al suo destino, ma non passiva come la bella pigotta, lo è consapevolmente, perché ha compreso che “c’è una grande Provvidenza al di sopra delle nostre tegole, delle nostre miserie e della nostra presunzione… “ e che nella vita “Tu fa il bene per il bene e lascia che Dio aggiusti il conto. Dio è un ricco cassiere che non scappa mai”.
Milano, 1889. C'è tutta Milano: il dinamismo, il rumore, l'affaccendarsi (a volte senza che ci sia un reale motivo), ... in questo romanzo. Non conosco abbastanza la letteratura dell'epoca per cogliere tutti i riferimenti che De Marchi semina (primo fra tutti una sorta di Addio ai monti), ma è comunque una lettura piacevole. E' un romanzo datato, ci sono delle parti in cui davvero le riflessioni e le vicende sembrano trascinarsi all'infinito, girando in tondo. Quello che però continua ad essere "di valore" è l'analisi dei sentimenti dei personaggi, diversissimi tra loro e quasi degli archetipi che acquistano una terza dimensione. L'antieroe Demetrio, Beatrice impermeabile a tutti i pensieri che non siano i suoi, l'amica "vespa" che finirà male per aver tirato troppo la corda con il marito e Arabella, che sappiamo già sarà quella che soffrirà di più nell'età matura perché sensibile ed "essere pensante".
Un bel romanzo, cui ripenso sempre con piacere. Certo, è parecchio "datato" come linguaggio e come situazioni, ma vivissimi e molto manzoniani sono i personaggi. Ottima l'introspezione psicologica.
Demetrio è un modesto impiegato chiuso in un guscio di religiosità che lo tiene lontano dalle tentazioni della vita. Rimasto orfano di madre si vede mettere letteralmente in un angolo dal padre in seguito al secondo matrimonio e alla nascita del fratello Cesarino. In età adulta entrambi vivono a Milano, Demetrio in una soffitta senza agi ne affetti, tranne quello di due canarini, mentre Cesarino vive in una bella casa con moglie e tre figli. Cesarino incarna il tipo di persona che cura in maniera maniacale la propria immagine, nella sua voglia continua di ascesa sociale egli fa di tutto per mettersi in mostra conducendo un tenore di vita dedito alle apparenze e decisamente al di sopra delle sue possibilità. A seguito della perdita di una somma ingente al gioco si ritrova immerso nei debiti che salda “prendendo in prestito” dei soldi dalla cassa. Trovandosi smascherato, e soprattutto disonorato, si suicida. Demetrio si ritrova, suo malgrado, costretto a farsi carico del pagamento dei debiti, del sostentamento e della sistemazione della bella vedova e dei tre nipoti per non disonorare il nome Pianelli. Beatrice, la cognata vedova, è una bella pigotta: una bambola bella ma vuota, di cui Demetrio finirà per innamorarsi. Arabella è l’unica nipote che comprende l’animo ruvido ma buono del burbero zio e a sapere come sollecitarne l’intervento e il soccorso. Intorno a loro si muovono altri uomini e donne, artigiani, operai, impiegati, funzionari, contadini e possidenti, con i loro desideri di agio e ricchezze e con le loro passioni. Il tratto peculiare dello stile narrativo di De Marchi è lʼironia, la quale si alimenta di modi di dire e di espressioni della lingua lombarda. L’ambientazione a Milano mi ha colpito particolarmente perché le vie e i luoghi raccontati esistono tuttora, anche se dall’ottocento le cose sono sicuramente cambiate.
Cesarino Pianelli, colpevole di peculato, si toglie la vita e affida la bellissima moglie Beatrice, insieme ai suoi figli, al fratellastro Demetrio, figura scialba (alla "Stoner", per intenderci) di povero impiegato che a poco a poco "s'apre un varco a dominare moralmente ogni altro personaggio".
Non voglio dirvi di più sulla trama, che vi invito a scoprire. Quello di cui voglio scrivere è il personaggio di Demetrio. È straordinario, nella sua semplicità. Nella sua vita, "secca come una siepe d'inverno", dove "non era mai passata una sola farfalla, ecco che s'abbatte l'uragano degli Eventi: la preoccupazione per il futuro dei nipoti; la necessità di risarcire i debiti; quella "brace in fondo al cuore" che l'amore sta accendendo nei confronti della della cognata. Demetrio si muove come un equilibrista, in una Milano piccolo-borghese di fine 1800, città "più buona che cattiva" , pronta a dare "da mangiare a chi lavora", ma dove, come in ogni altro paese del mono", chi "non sa fingere non sa regnare." Perché, purtroppo, il mondo è "degli eleganti, degli ingegnosi", ma, sopratutto, è "dei furbi". E ne incontrerà parecchi di questi "furbi", Demetrio. Ma andrà avanti, lottando contro i vivi, i morti, e contro sé stesso. Abituato alla sconfitta, questa volta non ha alcuna intenzione di perdere.
Recuperatelo.
"C'è nelle stesse sofferenze un limite, oltre il quale non si sente o non si capisce più nulla, ma sottentra quasi l'abitudine al dolore, da cui si va, a seconda dei casi, o verso l'indifferenza, o verso la rassegnazione."