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Indagine sulla crocefissione

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115 pages, Paperback

Published January 1, 1982

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Ferruccio Parazzoli è autore di numerosi saggi e romanzi tra i quali Trilogia di piazzale Loreto (2003-2006), Altare della patria (2011), Il vecchio che guardava tramontare i tramonti (2013), Né potere né gloria (2014), Infinita commedia (2015).

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Profile Image for Jacques le fataliste et son maître.
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August 10, 2016
Scorante il dato di fatto.
«Mio padre steso sul lettino con gli elettrodi attaccati ai capezzoli, al ventre, alle caviglie, mentre noi si parlava di lui: ricorda, non ricorda, è svenuto, ha vomitato, ha la salivazione, si è allentato nei movimenti. Così, come se lui non ci fosse. ‘Perché ha chiuso gli occhi?’ gli ha chiesto il medico, e lui ha sorriso. Poi il medico gli ha rivolto delle domande come a un bambino: cosa ha mangiato ieri sera, dove abita, a che piano, quanti anni ha. E lui ha sbagliato l’età e ha cercato di raccontare qualcosa sulla carne al sugo: poi ha ammesso di non ricordare. Finita la visita si è tirato in un angolo ad aggiustarsi la maglia nelle mutande a braghetta, si è tirato su i calzoni ma si è dimenticato aperto la patta. Poi si è infilato in bocca una mezza sigaretta spenta, già bruciacchiata, che doveva avere nascosto frettolosamente in tasca prima della visita. ‘Niente più fumo; ma questa, via, gliela concediamo’; e lui ha ancora sorriso, con la bocca chiusa come non avesse i denti, ma in verità è perché le labbra gli si sono fatte sottili e serrate. Ma poi, mentre aspettavamo nel corridoio dell’ospedale, improvvisamente l’ho visto come aprirsi e sorridere a lungo, come non vedesse nessuno di noi che gli eravamo infinitamente lontani nella nostra salute invereconda che ci faceva tanto superiori e fieri e complici, noi che lo avevamo consegnato, per dovere e paura, alla mortificazione. Sorrideva a se stesso con infinita, accorata pazienza.» (p. 49)

Obbligata la ricerca di una via d’uscita (e la consapevolezza della sua impraticabilità).
«Continuavo ad alzarmi all’alba. Nella mia cecità avevo ideato un Saggio sulla Crocefissione: mi sembrava che se avessi potuto scrivere sulla crocefissione di Cristo avrei conciliato la ribellione con il quarzo della teologia, attraverso l’utopia dell’arte avrei affrontato e reso vano il doloroso tranello di Dio. L’arte, mi illudevo, rende l’uomo libero nel suo universo fittizio, levigato, controllabile attraverso la forma, ben chiuso, dove l’artefice, ed egli soltanto, è signore in una finzione assoluta fino all’allucinazione. La realtà, con la sua molteplicità, sarebbe stata messa al bando e solo avrebbe imperato la ripetizione ossessiva di alcuni moduli fittizi, filtri sottili e delicati attraverso i quali la corporeità greve del reale, l’unicità irriproducibile dei corpi, sarebbe stata filtrata dalla forma.
Era il cammello che attraversa la cruna, era il mare nel ditale di Agostino.
Ricordo una notte: in principio era buio; poi, dalle stecche della tapparella, cominciò a filtrare l’alba, una di quelle albe estatiche, assolute. Lungo la congiuntura della tappezzeria a identiche bande di fiori, tracciai, come in ogni altra alba, il Corpo lungo la verticale del Legno, lo vidi mentre le braccia, distese ad angolo retto, cedevano al peso fino a incassare la testa nelle clavicole. Ma ero ancora assolutamente incapace di suscitare la realtà di quel Corpo. Quella che riuscivo a immaginare era soltanto un’immagine artistica, pittorica: non era ancora possedere quel Corpo, neutralizzarlo. Rimasi a fissare la parete a fiori, disperatamente vuota. Nel silenzio sentivo l’acqua scorrere nelle tubature, i piccoli uomini si stavano preparando per la loro porzione di dolore quotidiano; senza neppure sospettarlo, ciascuno di quei corpi che stava detergendosi dalle tracce della notte e del sogno, aveva di nuovo assorbito una infinitesima porzione di quel Corpo in croce e il mare, ancora una volta, non entrato nel ditale. Alzai le tapparelle e la città era là fuori, intatta.» (p. 67)

Inevitabile la conclusione.
«Il rapporto con Dio precede e supera ogni religione così come l’amore e l’odio superano ogni convenienza sociale: non si fanno chiacchiere con chi si odia, non si fa conversazione con chi si ama. La religione è soltanto un modo per intrattenere un rapporto indolore con Dio, di riempire decorosamente quei vuoti che sono terribili e sconcertanti in ogni storia di odio e di amore. Per questo siamo religiosi: per l’impossibilità di vivere costantemente alla presenza di Dio. Cristo non era un uomo religioso, Cristo non era soltanto la perfetta imitazione di Dio. Ogni religiosa “imitazione” di Cristo è vana. Cristo nasce e vive dolcemente dentro di noi, non c’è alcuna gara da fare con lui, nessuna affannosa sequela, si tratta semplicemente di vivere. Ancora dunque: “Io sono la vita”: non il modello, non l’archetipo, ma la vita. Nessuno assomiglierà mai a Cristo. Ma ciascuno vivrà come una briciola di Cristo, infima eppure perfetta.» (p. 79)
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