La vita di Inge Sargent è una di quelle storie nelle quali la realtà supera la fantasia: nata in Austria, vince una borsa di studio in Colorado, ed è proprio durante una festa universitaria che conosce Sao, uno studente birmano. I due si frequentano, si innamorano e infine si sposano, decidendo di trasferirsi nel Paese d'origine di lui.
...Immaginate la sorpresa di Inge quando, all'arrivo in Birmania, scopre che suo marito è in realtà il principe ereditario di Hsipaw, uno dei piccoli stati di etnia Shan che compongono la Birmania!
Una storia degna di una fiaba, non fosse per il crudele epilogo: un colpo di stato militare distrugge il loro sogno, e Sao viene prelevato dai soldati per non fare mai più ritorno (non è spoiler, la cosa è chiara fin dall'inizio del libro), lasciando Inge della più cupa delle disperazioni...fuggita in Austria, anni dopo Inge deciderà di raccontare la fine del principato di Hsipaw, per mostrarlo al mondo e chiedere giustizia.
L'autrice ha scelto di narrare la sua storia in terza persona, facendo ricorso ad un narratore onnisciente, una scelta curiosa per un'autobiografia ma credo che porre una certa distanza emotiva abbia aiutato l'autrice a raccontare una storia per lei troppo intensa e piena di ricordi dolorosi, oltre a darle la possibilità di dare una sua personale ricostruzione della prigionia del marito.
Un libro molto suggestivo, nel bene e nel male: affascina per le descrizioni della selvaggia natura birmana, della cultura e tradizioni shan, e al tempo stesso è amaro e malinconico, a causa delle crescenti vessazioni da parte dell'esercito birmano sulla popolazione shan, e della percezione che l'iniziale favola è destinata ad infrangersi.