Gli schiavi di un dio minore vivono tra noi, anche se non li vediamo. Ne rimangono tracce sui giornali: il trafiletto su un bracciante morto di stenti in un campo di raccolta, l’editoriale sui magazzinieri che collassano a fine turno. Quelli che invece vivono lontani sono ridotti a numeri, statistiche: il tasso di suicidi nelle aziende asiatiche dove si producono a poco prezzo i nostri nuovi device, la paga oraria delle operaie cinesi o bengalesi che rendono così economici i nostri vestiti. D’altra parte si sa, l’abbattimento dei prezzi, senza intaccare i guadagni, si ottiene sacrificando i diritti e a volte la vita dei lavoratori, a Dacca come a Shenzhen o ad Andria.
Ma non si tratta solo di delocalizzare o impiegare manodopera immigrata. La schiavitù si insinua nelle pieghe della modernità più smagliante: non c’è in fondo differenza tra i caporali dei braccianti e i braccialetti elettronici, i microchip, le telecamere e le cinture GPS, strumenti pensati per la sicurezza ma votati al controllo. Per non parlare della mania del feedback, del commento con le stellette, l’ossessione per il costumer care che mentre coccola il cliente dà un altro giro di vite alla condizione dei lavoratori.
E dove manca il padrone, c’è lo schiavismo autoinflitto dei freelance, che sopravvivono al lordo delle tasse, senza ferie pagate, contributi, tempo libero. Indipendenti, sì, ma incatenati alle date di consegna e al giudizio insindacabile dei committenti, ai loro tempi biblici di pagamento.
Nella trionfante narrazione dell’oggi, tutta sharing economy, start up e “siate affamati, siate folli”, non c’è spazio per questi schiavi moderni. Ed è proprio raccogliendo le loro storie, le loro voci soffocate, che Giovanni Arduino e Loredana Lipperini smascherano gli inganni del nostro tempo, in cui la vita lavorativa si fa ogni giorno più flessibile, liquida, arresa: se la struttura legislativa del lavoro si smaterializza, tornare a parlare di corpi, a far parlare le persone, è un modo per non rassegnarsi e resistere.
Schiavi di un dio minore vi farà arrabbiare, piangere, maledire il mondo, riflettere. Direte: cavolo, ma questa/o sono io, possibile che mi meriti di vivere e lavorare in questa situazione? Possibile che nessuno si accorga di niente? , vi chiederete più volte. Se ne accorgono, come se non se ne accorgono: è che a loro fa comodo così. E a voi? Leggi la recensione completa qui: http://illunedideilibri.it/schiavi-un...
Diversi spunti e riflessioni interessanti ma il libro manca di imparzialità, proponendo un punto di vista puramente anti capitalistico. È solo una campana a senso unico senza nessuna possibilità di contro ribattere, e quando punti di vista differenti vengono esposti, sono quasi denigrati; mi affiderò anche ad altri libri per capire meglio la situazione nel suo complesso. Fa riflettere, ma non indignare, però a parte questo è stato molto interessante leggere questo libro e guardare le cose dal punto punto di vista dei lavoratori. È scritto bene e le varie citazioni sono decisamente un qualcosa che arricchisce la narrativa.
"'Divide et impera', si diceva una volta. Schiavi di un dio minore ci ricorda che non è solo una frase in latino, forse mai come adesso. Racconta storie vere i cui dettagli arrivano una virgola e una congiunzione dopo l’altra a colpirti in pieno stomaco. E le numerose citazioni, letterarie, cinematografiche, giornalistiche e perfino musicali, anziché indorare la pillola la spingono in profondità". Continua su La finestra di Hopper.
Una disamina tanto lucida quanto accorata della propagazione di condizioni di sfruttamento a moltissimi ambiti lavorativi, da quelli tristemente noti (che pure ritornano nell'oblio mediatico finché una nuova tragedia non li riporta alla ribalta) a quelli meno prevedibili, inclusa la libera professione (nei paesi dove tempistiche, pretese e ritardi nei pagamenti invalidano il termine "libera"). Non tanto giornalismo d'inchiesta (ambito in cui per altro entrambi gli autori hanno ottenuto risultati eccellenti), quanto serie di storie solo apparentemente lontane, mirate a mostrare la deleteria deriva etica comune a molti settori del lavoro post-millennial (liquido, flessibile e costantemente soggetto al giudizio popolare) e a combatterla con il recupero dell'autocoscienza personale e collettiva, con l'informazione e l'istruzione.
"E' vero, una cultura è cambiata, e torna a guardare al proprio passato, perché ogni cosa torna nella ruota del Ka: sta cambiando (è cambiata per sempre?) una cultura che pone il sapere al primo posto per formare persone e cittadini competenti e in grado di leggere non solo i libri, ma il proprio presente. Una cultura che rispetta chi è portatore di quei saperi e non lo umilia. Una cultura che, da parte di chi è mediatore (giornalista o scrittore o autore o pubblicitario) non si abbassa, non semplifica il proprio linguaggio per conquistare lettori o compratori, e cerca invece non la pedagogia delle masse, ma un terreno di incontro dove si possa dare e prendere, il lessico e gli umori, la profondità e la chiarezza. Ecco invece una cultura dove il tempo che si presuppone sprecato a studiare per un voto alto, o semplicemente per sapere, per capire, per concedersi formazione e istruzione, viene contratto in favore 'del mercato del lavoro'. Dove la parola 'lavoro' è svuotata di significato, e ne nasconde uno solo: purché sia. Nessuna aspirazione, nessun sogno: zitto e accetta quel che ti viene dato. E non lamentarti, perché ti stiamo facendo un piacere."
Di certo quanto questo libro descrive circa il mondo del lavoro è vero però noto un certo gusto per il macabro e lo splatter. Su certi punti gli autori ci intingono il pane. Un po' alla Giletti per capirsi