"Professional cycling has always exercised an "omerta" and it has played a significant role in the endurance of a drug culture. But more than a code of silence is at work here and it is not coincidental that the Sicilian word has become so associated with the peloton, because when a rider breaks the code, he can expect a mafia-like response."
Questo libro ruota attorno alla ricostruzione di una, se non della, frode sportiva più clamorosa della storia. David Walsh è un giornalista irlandese, grande appassionato di ciclismo, ma che vedrà svanire presto la visione romantica che si è costruito di questo sport (la fatica, la sportività, la sfida ai propri limiti e tutto il resto) di fronte all'avanzata prepotente del doping. Ovviamente, quando si associano ciclismo e doping, il primo nome che salta alla mente è quello di Lance Armstrong, l'uomo che per anni è stato dipinto come il grande eroe americano, sopravvissuto ad un cancro gravissimo per tornare a dettare legge nella più grande competizione ciclistica europea, il Tour de France. Chi riesce a vincere la Grande Boucle entra nella storia, figurarsi a vincerne sette tutte di fila...peccato che nessuno di quei successi abbia mai avuto valore.
Walsh assiste incredulo alla clamorosa vittoria di Armstrong al Tour del 1999, quello che sarebbe dovuto essere il Tour della riscossa dopo il terribile scandalo doping scoppiato l'anno precedente (quando il team Festina era stato beccato con una macchina dal bagagliaio pieno di ogni sostanza dopante possibile immaginabile): per alcuni la vittoria di Lance è un vero miracolo, ma altri l'accolgono con grande scetticismo. Walsh fa parte di questo secondo gruppo e non lo fa per cattiveria, ma perché sono i dati cronometrici e i fatti a parlare forte e chiaro: tanto per dirne una, Armstrong non era mai stato uno scalatore, eppure farà da lì in poi incetta di vittorie nelle grandi tappe di montagna. Il 1999 segna l'anno di inizio di un vero e proprio regno del terrore, un sistema mafioso, durante il quale chiunque si fosse permesso di parlar male del nuovo dio del ciclismo, si sarebbe trovato a pagarne le conseguenze. Questo libro è in larga parte anche dedicato a descrivere le difficoltà vissute da quanti hanno osato dire la verità: i ciclisti che si spingevano a denunciare la cultura del doping ampiamente diffusa tra i ciclisti, vedevano la loro carriera fatta a pezzi (ostracizzati persino dai compagni di squadra); anche quelli già ritirati ma desiderosi di continuare a lavorare nel mondo delle due ruote, vedevano chiudersi in faccia tutte le porte. Nemmeno i giornalisti erano immuni a questo genere di vessazioni: a quanto pare lo staff di Armstrong era molto attento a individuare le voci fuori dal coro ed erano pronti a fare pressioni presso i relativi giornali per far fuori i "troll" (come li chiamava lui). Umiliazioni, angherie e minacce hanno seguito per anni tutti quelli che hanno parlato con David Walsh nel corso delle sue indagini.
Nel libro fanno una comparsata anche certi personaggi di nostra conoscenza, come l'ambiguo "Dottor" Michele Ferrari, l'uomo che aveva messo a punto il programma per l'utilizzo sistematico delle sostanze dopanti tanto amato da Armstrong, oltre ai relativi metodi per evitare di risultare positivi ai test dopo le gare. Dall'altro lato della barricata, compare la nemesi di questo cretino, ovvero Sandro Donati, grande sostenitore delle politiche antidoping e spina nel fianco, con le sue denunce, di molte istituzioni sportive, compreso il CONI. Da quanto ricostruisce Walsh, Armstrong iniziò a doparsi già verso il 1995 con l'aiuto di Ferrari...a dirla tutta, vien da chiedersi se tutte quelle schifezze che aveva in corpo non abbiano contribuito alla formazione del cancro che lo colpirà l'anno dopo. Peraltro la sua malattia gli fornirà spesso la scusa giusta per rimandare al mittente i sospetti sulle sue vittorie: ma scusate, dopo aver avuto una malattia del genere, non penserete mica che mi rovini prendendo sostanze pericolose, giusto? Sbagliato! Quello che emergerà dopo anni di testimonianze e indagini è il ritratto di un uomo troppo smanioso di vincere, di essere l'indiscusso numero uno e che, non riuscendo a raggiungere questo risultato con le sue sole forze, decide di prendere la via più breve. La US Postal, la squadra con cui ha vinto i Tour de France, era né più né meno che un'associazione a delinquere: tutti erano a conoscenza del giro di sostanze dopanti e tutti dovevano accettarlo senza fiatare, persino i familiari non facevano una piega a vedere questi pazzi che si riempivano delle peggio schifezze. Alla fine tutto questo sistema è stato smantellato non tanto dal coraggio di quanti, negli anni d'oro del regno di Armstrong, si erano fatti avanti per dire la verità, ma dal desiderio di rivalsa di Floyd Landis, l'uomo che si presentò all'USADA (l'agenzia statunitense anti-doping) a vuotare il sacco. Amico ed ex-compagno di Lance, nel 2006 Landis vinse il primo tour dell'era post-Armstrong, peccato che non chiamandosi Armstrong di cognome, la sua positività è saltata fuori subito.
Alcuni alla fine riescono a provare persino pena per Lance Armstrong che, fino all'ultimo, ha cercato di screditare i suoi accusatori, ma che poi ha dovuto cedere: per lui squalifica a vita dalle competizioni e annullamento di tutte le sue vittorie. Francamente non mi è dispiaciuto nemmeno un attimo per questo borioso mammasantissima americano che pensava di essere un novello Al Capone e di tenere in mano tutti i fili della situazione. Ancora più squallido è il mondo in cui, come qualcuno fa notare nel libro, ha "tenuto in ostaggio il mondo dei malati di cancro": si è fatto scudo della sua malattia, presentandosi come il paladino di quanti, nonostante le condizioni avverse, sono capaci di sognare in grande e centrare la vittoria. Peccato che degli altri malati di cancro non gliene fregasse un tubo, però farsi vedere in compagnia di queste persone, organizzare iniziative in favore della ricerca, faceva bene alla sua immagine e attirava sponsor.
Un'ultima parola anche sull'infamia delle grandi istituzioni ciclistiche, l'UCI (International Cycling Union) in testa e anche la WADA (sì, l'agenzia antidoping mondiale che oggi si diverte tanto a bacchettare i russi). Al momento della squalifica di Armstrong, anche loro gli voltarono le spalle, cercando di coprire il fatto che avevano spesso chiuso un'occhio nei confronti del ciclista americano: provette risultate positive, ma a cui non aveva fatto seguito nessuna sanzione. Ad aiutare saranno stati anche i versamenti fatti da Armstrong allo scopo di acquistare macchinari più efficienti per pescare tutti i disonesti...strumenti "gentilmente offerti" dal peggior truffatore di tutti!
Insomma, il nocciolo della questione è semplice: ci si incazza da morire leggendo questo libro, ma ne vale la pena, se non altro perché non tutto è perduto e ci sono ancora persone pronte a rischiare pur di non dover rinunciare alla loro integrità e onestà.