Come si fa a diventare maschi? Questa domanda ci introduce in un territorio assai pericoloso se è vero, come diceva Simone de Beauvoir, che è impossibile per un autore maschio scrivere un libro sull'essere uomo. La Cecla tenta l'impresa nella sua solita maniera provocatoria, ma al contempo ben documentata su culture, società ed epoche diverse. L'antropologia del maschio che ci propone parte dall'idea che la mascolinità preceda la nascita - con buona pace delle teorie transgender e queer che ritengono il genere una scelta individuale arbitraria - e ci restituisce un quadro per la prima volta non caricaturale, non demonizzante, e ovviamente neppure machista. L'identità maschile è una lunga costruzione culturale che esiste a prescindere dalle scelte sessuali individuali e che concorre in maniera essenziale alla costituzione dell'intera società. Con questo libro Franco La Cecla rimette in discussione le posizioni politically correct che identificano la mascolinità con il male, la violenza, il dominio. E lo fa richiamandosi alla grande tradizione di Foucault, Lévinas e della più recente antropologia.
Franco La Cecla (Palermo, 1950), antropologo e architetto, insegna Antropologia visuale alla NABA e Arte e Antropologia allo IULM di Milano. Ha insegnato Antropologia culturale presso l’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano, allo IUAV di Venezia e al DAMS di Bologna. Ha insegnato inoltre all’Università di Berkeley, all’EHESS di Parigi e all’UPC di Barcellona. Il suo documentario In altro mare ha vinto il “San Francisco International Film Festival” nel 2011. Autore di numerosi saggi sulla contemporaneità, ha intrecciato la riflessione antropologica con temi quali lo spazio, l’architettura, l’urbanistica, il genere maschile, i media. Tra i suoi libri ricordiamo: Contro l’urbanistica (Einaudi, 2015) e Ivan Illich e l’arte di vivere (Elèuthera, 2018). Con Stefano Savona ha curato l’installazione Praytime e, con Lucetta Scaraffia, la mostra Pregare, un’esperienza umana, alla Reggia di Venaria (2016). Sempre per Einaudi ha pubblicato Essere amici (2019), il suo ultimo libro è Mente locale (Elèuthera, 2021). Per Einaudi è in uscita il suo Tradire i sentimenti.
Modi bruschi è la prosecuzione ideale delle riflessioni sulla fisicità maschile presenti in Saperci fare, unite a delle osservazioni sulla mascolinità nelle sue varie sfaccettature. E' un saggio molto interessante, ma non capisco l'avversione dell'autore verso la biologia; dando per buona la sua idea che l'identità maschile sia mobile e che la mascolinità sia un qualcosa di ricercato e che si acquisisce per imitazione, per esercizio, e che questa dinamica sia causata dal fatto che "proprio all'inzio della vita, il maschio è obbligato a compiere uno sforzo, un tentativo di maggiore autodifferenziazione" nei confronti della donna, perché con la femminilità non accade altrettanto? Perché l'uomo ha necessità di definirsi e la donna no? E perché tentare di definirsi sempre attraverso un certo tipo di azioni, piuttosto simili al netto delle varie differenze culturali? In ogni caso è un ottimo lavoro, e le pagine sull'adolescenza, la paternità e i legami maschili sono illuminanti. Condivido anche la critica finale fatta ai Queer Studies:
"Le richieste e i desideri di coloro che ora pensano che il genere e il sesso, insieme, siano solo divisioni imposte da un apparato repressivo della società, e plaudono a una de-sessualizzazione dell'identità, rimandano per un verso a un discorso estremo dell'individualismo americano e per l'altro alla radice della nostra modernità, di cui parla Giorgio Agamben [2000] per Paolo di Tarso. L'universalismo è l'abolizione di qualsiasi identità precedente legata all'origine, alla comunità di appartenenza, al censo, al sesso. Non ci saranno più uomini o donne, ma una sola nuova identità. Nella forza dei manifesti post-sessuali, per quanto blasfemi e intimidatori vogliano essere, c'è una buona dose di millenarismo. Come se Judith Butler e i Queer Studies, gli studi «bizzarri», fossero l'avanguardia di ciò che tutti dovremmo essere. E chiedono che la società si ristrutturi in base all'annullamento delle determinazioni di sesso tramite pratiche sessuali de-genitalizzate. [...] La libertà conclamata da Judith Butler o dal manifesto controsessuale è una libertà liberale, una libertà in cui si concepisce l'individuo come staccato da una comunità, da un ambito, da un insieme di pratiche comuni. Ora, non è che questo non sia possibile (è ciò verso cui ci porta la frammentazione in monadi prodotta dalla globalizzazione attuale, altro millenarismo di ritorno), ma non è una cosa auspicabile all'interno del progetto di una nuova cultura da costruire. La sessualità non è una pratica solitaria, anzi presuppone anche una solidarietà sessuale e anche una guerra dei sessi. Ma perché ci sia un campo di battaglia, occorre che ci si metta d'accordo sul luogo dello scontro e dell'armistizio. La sessualità queer o è davvero una sessualità in grado di costruire relazioni che diventano una cultura «acquisita», o si riduce a una rabbia che si autosoddisfa e che non si incorpora certo nella società. L'embodiment, l'incarnazione di una nuova cultura sessuale, interessa tutti, perché questa società nel suo insieme ha costretto i soggetti a un impoverimento spaventoso della sessualità, a una sua genitalizzazione e a una sua discriminante miseria di possibilità. Come ricorda Foucault, de-sessualizzare la società significa liberarla dallo sguardo normativo, morboso e indagatore, che parte dalla confessione, finisce sul lettino dell'analista e passa attraverso il controllo genetico e biologico. Ma l'idea che una certa queer society abbia delle tecniche sessuali ricorda più le pratiche di manipolazione genetica e di bioingegneria che l'idea delle tecniche del sé di cui parla Foucault. Le tecniche del sé non sono «protesi» ma proprio il contrario: l'assunzione nel proprio corpo della simbolicità delle relazioni, la trasformazione del proprio corpo dall'interno per una pratica ascetica dei rapporti affettivi e sessuali. Dove, ricorda Foucault, ascesi vuol dire solo controllo di sé, gestione del sé verso un fine."