L'anno della, vittoria è quello che va dal novembre 1918 all'inverno successivo, e si annuncia con «un silenzio profondo e impressionante» che segue i furiosi cannoneggiamenti degli ultimi giorni di guerra. Quando il giovane Matteo, saltando i posti di blocco militari, riesce a salire fino al suo paese sull'Altipiano, che aveva abbandonato quattro anni prima, rimane impietrito. La guerra non ha lasciato più nulla di quello che il ragazzo aveva custodito nel ricordo, né case, né prati, né boschi. Il regno dei cervi, degli urogalli e degli abeti bianchi non esiste più: affiora soltanto una distesa lunare di macerie e di crateri spenti. Quella che Mario Rigoni Stern racconta è la storia di una famiglia e di un paese, il lento e faticato ritorno alla vita. Moderni Robinson, Matteo e i suoi devono arrangiarsi con i relitti di un immane naufragio, riprendere una fatica di formiche, riannodare i fili degli affetti e dei sentimenti, tornare a cercare un dialogo con la natura di casa, sullo sfondò di tensioni e di inquietudini.
Mario Rigoni Stern was an Italian author and World War II veteran. His first novel Il sergente nella neve, published in 1953 (and the following year in English as The Sergeant in the Snow), draws on his own experience as a Sergeant Major in the Alpini corp during the disastrous retreat from Russia in the World War II. It is his only work to be translated into English and Spanish. Other well-known works also include Le stagioni di Giacomo (Giacomo's Seasons), Storia di Tönle (The Story of Tönle), and the collection of short stories Sentieri sotto la neve (Paths Beneath the Snow). He was awarded the Premio Campiello and the Premio Bagutta for Storia di Tönle, and the Italian PEN prize for Sentieri sotto la neve.
Finalmente la Grande guerra è finita e gli sfollati dell’Altopiano di Asiago ritornano alla spicciolata a ciò che resta delle loro case e dei loro poderi scavati dalle bombe. Per questi uomini, donne e bambini non c’è tempo per crogiolarsi nel dolore delle perdite, ora bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare per ricostruire le case prima dell’inverno, non c’è tempo nemmeno per aspettare gli aiuti promessi dal governo, si fa subito quello che si può, un po’ anche prelevando ciò che gli austriaci hanno abbandonato (assi di legno, attrezzi di vario genere, oggetti di cucina ecc). La ricostruzione degli edifici pubblici, delle strade e dei ponti appaltati a grandi imprese porta anche il lavoro tanto atteso e promesso, ma pur sempre precario perché portato a termine l’appalto gli operai vengono licenziati, ma anche sull’Altipiano arrivano gli echi della lotta operaia iniziata in pianura e nelle grandi città industriali e i primi scontri con le neonate camicie nere, preludio dell’imminente “biennio rosso” che porterà al potere il fascismo di Mussolini. Con una prosa fresca e leggera che non si perde in inutili e compiacenti descrizioni, Mario Rigoni Stern ha saputo dare un affresco preciso e oggettivo di quei primissimi anni del dopoguerra, senza scadere mai in moralismi o giudizi di parte. In questo anno che festeggia il centenario della sua nascita, ho deciso di leggere quanto più mi è possibile di questo autore che sto gradualmente scoprendo e amando sempre più, sia per le tematiche trattate che sento stranamente molto vicine, sia per lo stile di scrittura che lo rendono uno dei più importanti scrittori del Novecento a torto relegato in un cantuccio se non addirittura dimenticato dal mainstream della cultura.
Mario Rigoni Stern, nei suoi libri, segue di solito due filoni narrativi: quello della guerra, che ritroviamo nel famoso Il sergente della neve, e quello della natura, che egli sa descrivere, ad esempio in Uomini, boschi e api, in modo sapiente e diretto. A volte capita che i due filoni si intreccino, come possiamo constatare in L’anno della vittoria, l’opera di cui vi parlo oggi.
Il libro segue le vicissitudini di una famiglia del Veneto dal novembre 1918 al novembre 1919. La prima guerra mondiale è appena finita, l’Italia ne è uscita vincitrice, ma gli abitanti delle colline e delle vallate, come il giovane protagonista Matteo, stentano a riconoscere i luoghi in cui hanno vissuto. Davanti ai loro occhi non vedono altro che macerie, brandelli di muri, armi abbandonate e foreste devastate dai bombardamenti. [...]
Un peu de mal à y voir un roman, l’ensemble a la forme d’un documentaire (le déroulé des informations, le côté très factuel et docte, les informations très précises sur tout ce qui concerne le contexte historico-physique), mais avec des personnages pour donner un côté plus « savoureux ». Mais ! ces mêmes personnages manquent de profondeur, ils existent parce qu’on a donné un nom à un « ils » ou un « nous » très général et impersonnel. Les situations n’ont que peu de liens entre elles, sont très spécifiques mais manquent à la fois d’intérêt scénaristique et développement autour d’informations qui font très rapport de fin de mission ; les deux font qu’il y a un intérêt historique, mais rien de très intéressant pour qui aurait envie de faire preuve d’empathie ou de sympathie.
Tableau désolé d'une région pauvre d'Italie après l'armistice de 1918, ceci est aussi une dénonciation du sort qui est fait aux survivants ainsi qu'un réquisitoire contre la bureaucratie et les arguties d'une administration aussi pointilleuse qu'inefficace. Ces pages sont plus un document qu'une œuvre littéraire et on y trouve un éclairage sur des faits trop peu connus. Triste aveu : le style en rend la lecture de plus en plus fastidieuse à mesure que l'on avance.
Un récit sur les désolations de l'après-guerre en 1918 dans une région pauvre d'Italie. Notre héros découvre les décombres de sa maison après les combats. Il ne reste rien. Tout est à reconstruire. Malheureusement la bureaucratie leur met de nombreux bâtons dans les roues. L'auteur dénonce cette administration si éloignée des problématiques des réfugiés. Un récit intéressant mais ni passionnant ni trépidant.