“Dove vai alla sera in Scozia se non vuoi bere?”
Questa volta Welsh decide di ritornare sul luogo dei precedenti delitti (di tutti i tipi, ma soprattutto legati all’abuso di sex & drugs &… alcool, perché di rock fra queste pagine ce n’è pochino) ricorrendo ad uno soltanto dei suoi ineffabili personaggi, protagonisti della scena edimburghese da Trainspotting in avanti.
Ma si dà il caso che quell’ “uno” sia il terribile Franco Begbie, il più cattivo e violento della cricca, che qui compare nella prima metà del romanzo completamente trasfigurato rispetto ai ricordi nostri e degli altri personaggi del libro, un Begbie californiano, ripulito in apparenza da tutti gli eccessi, scontati gli anni di galera, felicemente accasato e riciclatosi oltre Atlantico come artista d’avanguardia, scultore sui generis ma di inaspettato successo. Soprattutto un uomo che sembra rasserenato, tranquillo, immune da ogni ricaduta nell’alcool e nelle leggendarie reazioni violente, irriconoscibile insomma.
E la parte più divertente del romanzo è il suo ritorno per cause di forza maggiore nella natìa Leith (natìa di Begbie ma anche di Welsh!) e la perplessa e preoccupata accoglienza con cui gli amici, i parenti e i nemici di un decennio prima faticano a credere al nuovo Begbie pacato nel linguaggio e nelle azioni, refrattario alla bottiglia, mentre lui stesso “si sente isolato, segregato fuori dalla città, e in breve anche stufo. Dove vai alla sera in Scozia se non vuoi bere?”
Ma se Franco nella sua testa ha deciso, non si sa con quanta determinazione e fermezza, di liberarsi dalla violenza, la violenza, come una bomba ad orologeria, ha deciso altrimenti e le circostanze (la morte del primogenito, tossico e bisessuale) lo riportano sulla strada che tutti ci aspettavamo, in un’esplosione di rabbia e vendetta che tuttavia finisce con l’assumere via via caratteri eccessivi e ripetitivi, trascinando l’equilibrio del romanzo sul terreno di uno splatter di serie.
Inoltre, sull’incompleta riuscita di L’artista del coltello rispetto ai precedenti romanzi ambientati a Leith, pesa più del previsto l’assenza dei compari di cui, lungo tutto il racconto, aspettiamo invano l’entrata in scena: dallo stralunato “Spud” all’intraprendente “Sick Boy”, a “Renton” che era il protagonista ai tempi del primo Trainspotting con la faccia dell’allora esordiente Ewan McGregor. Oltre alla nostalgia per ognuno di questi riusciti personaggi, manca la coralità del gruppo, quel contrappunto di ironia, follia e (perché no?) simpatia, che sapevano conferire alla monolitica e perenne incazzatura del personaggio Begbie!