Un libro strepitoso, un libro che mi è dispiaciuto che fosse finito. L’autore, un giornalista del Guardian, non che appassionato velista, si chiede cosa spinga l’Uomo ad imprese di scoperta straordinarie, qual è la loro utilità (se esiste) ed infine in che cosa consiste questo “fattore Ulisse”. Al primo punto dà una risposta che non mi ha convinta del tutto, ovvero che l’Uomo, storicamente, si lancia in imprese di scoperta verso terreni sconosciuti, per la sopravvivenza della specie (per esempio, alla ricerca di nuovi territori di caccia). Al secondo punto, dà una risposta che mi è piaciuta moltissimo: l’Uomo “scopre” perché rivelando nuovi aspetti del pianeta, sblocca delle barriere interiori che gli dicevano che era impossibile avventurarsi in nuovi territori, cioè, che gli suggerivano di restare fermo dov’era. L’importanza della curiosità e l’ammirazione per il coraggio di quell’Uomo che parte verso l’ignoto e che si confronta con esso e rientra arricchito principalmente perché avrà conosciuto meglio sé stesso e si sarà quindi migliorato, non solo è l’aspetto più bello delle riflessioni dell’autore ma anche quello più nobilitante. L’Uomo non ‘deve’ scoprire, ma è importante che lo faccia – perché solo così potrà avere una vita migliore, di significato (e quindi di gioia). Ovviamente arriva anche la faccenda della situazione attuale, quella in cui, cioè, praticamente tutto il pianeta è stato scoperto (tranne gli abissi). Cosa resta all’Uomo allora da scoprire? Principalmente sé stesso. Se prima questa scoperta era collaterale a scoperte geografiche vere e proprie, oggi invece sono diventate la materia principale di questi exploit (che vanno ben distinti da quelli meramente sportivi, che perseguono altri obiettivi) e per supplire alla mancanza dell’ignoto, l’Uomo allora incrementa le difficoltà dell’impresa (che attualmente, nella stragrande maggioranza dei casi, è una ripetizione). Infine o dapprincipio nel testo, evidenzia quali sono le caratteristiche del fattore Ulisse ed esamina poi tutta una serie di exploit di navigazione intorno al mondo avvenuti da dopo la Seconda Guerra Mondiale, verificando che la sua tesi sia corretta. Secondo Anderson (l’autore), il fattore Ulisse è composto da: coraggio, egocentrismo, persone con alto spirito pratico, forza fisica, immaginazione potente, capacità di guidare un gruppo, auto-disciplina, resistenza, furbizia, spregiudicatezza e forte carica erotica. Non sempre tutto mi ha convinta di questo libro, ma si è trattato di un paio di punti (che ho trovato un po’ stupidi perché troppo britannici – e quindi poco comprensivi dell’introspezione) ma per tutto il resto, proprio tutto, mi è piaciuto da impazzire, specialmente per il peso delle considerazioni che tira: da buon britannico, come dicevo, non va verso l’introspezione, ma le motivazioni umane che porta sono state non di meno toccanti, profonde e foriere di nuove riflessioni per me. Così bello che lo aggiungo ai miei livres de chevet.
I found the author’s analysis of the Ulysses Factor in a range of explorers, long distance sailors, and climbers quite absorbing, although at times rather extended. I guess that my interest was increased by the fact that many of these subjects were contemporaries of mine. I myself was a young man in the 1960s and undertook my own “voyage of discovery” at that time. I have reflected afterwards on the reasons why I undertook the risks I did, and how fortunate I was that I survived without injury or worse. The conclusion I came to was that a major factor was World War II. I grew up during and after the War and while growing read a great many books written by escaped prisoners , and the like. Of course the common characteristic of the people who wrote books about their adventures is that they lived to tell the tale. Those that died, of course, did not write books about their adventures.