Derrière la dune, au-delà du Grand Erg occidental, c'est le désert, sa lumière aveuglante, sa chaleur et ses vents de sable, son ciel immense qu'ont oublié les citadins. Mais aussi ceux qui ne marchent plus. Zohra, hier nomade, a dû arrêter cette marche éternelle qui était sa raison de vivre, le contraire d'une errance. Avec une partie de son clan, elle s'est installée là, au pied de la dune, à la frontière des deux mondes, où elle est devenue l'inoubliable conteuse des temps anciens, le pilier de la sagesse et des traditions bédouines. De nombreux enfants l'entourent, l'écoutent, fascinés, entretenir la magie de la route du sel et des longues caravanes qui sillonnent le Sahara - tandis que l'Algérie bascule dans la guerre. Sa petite fille Leïla, l'une des premières jeunes femmes de la tribu à maîtriser l'écriture, est aussi la plus rebelle à la condition de recluse qu'on veut lui réserver. Elle puisera dans ses racines nomades la force de s'opposer à son destin, au poids des coutumes d'un autre âge...
Malika Mokeddem spent her childhood in a ksar, a traditional village. She now lives in Montpellier, France, where she divides her time between practicing medicine and writing. Her works (published in French, and also available translated into English) include The Forbidden Woman and Of Dreams and Assassins.
Zohra -voce narrante- è una donna tatuata nata e cresciuta nel deserto. Il suo popolo è da sempre quello che cammina: un eterno movimento che non si può ridurre definendolo semplicemente come un differente stile di vita. Il nomadismo cambia la prospettiva con cui si osserva e si giudica la vita stessa. E’ qualcosa di molto profondo che porta ad un legame indissolubile.
Una serie di eventi, tuttavia, costringono Zohra a fermarsi. La vita immobile, sedentaria la fa soffrire e, dunque, si aggrappa a ciò che ha di più prezioso. E' un talento, un dono della natura: l’arte di narrare. Come un giocoliere si destreggia con le parole e così tramanda la storia del suo popolo: les hommes qui marchent.
” Ma l’avventura più pittoresca che Zohra amava raccontare era quella di Jellùl, soprannominato “Bùhalùfa”, l’uomo del maiale.”
Bùhalùfa abbandona il suo popolo inseguendo un sogno: quello della scrittura. Dalle sue avventure e da quelle che verranno dopo di lui prosegue il racconto.
Una saga famigliare, quella degli Ajalli, che galoppa nel tempo e a cui si affiancano gli eventi della Storia: la Seconda guerra mondiale e i movimenti anticoloniali, la Guerra d’indipendenza, l’Islam…
Il fulcro del racconto è essenzialmente al femminile. Ben presto la vera protagonista appare: è Leyla – nipote di Zohra – e lei sarà l’erede destinata a cambiare le regole.
La condizione della donna araba, già segnata alla nascita dal disprezzo, dal marchio indelebile d’inferiorità é accettata sì ma come una sorta di maledizione a cui non ci si può sottrarre.
La sottomissione coloniale che voleva i Bougnoul (così i colonialisti francesi chiamavano in modo dispregiativo gli arabi autoctoni) relegati solo ai lavori manuali vale per le donne come doppia oppressione.
La storia di Leyla riflette la storia reale della stessa autrice e ci accompagna in una lotta portata avanti tra grandissime sofferenze per potersi liberare da pesanti e arcaiche catene. Oltre alla tradizione che la vuole sottomessa c’è la scuola a cui – eccezionalmente- le è permesso di andare. L’istruzione, però, è il dominio dei colonialisti, di un'altra cultura che non accetta compromessi:
” La bambina viveva nel deserto, ai piedi della Barga, la sua duna, e a scuola le si chiedeva di disegnare uno chalet montano o una casa di campagna, cose che lei non aveva mai visto. Che aberrazione! Questo la riempiva di una strana sensazione d’irrealtà che le faceva tintinnare in testa tanti campanelli dissonanti…”
Leyla soffre e si sente spezzata e contesa tra due lingue, due culture mentre la tradizione che continua a nutrirsi di pratiche primitive che sottomettono e violano corpi e menti femminili fin da bambine. I pied-noirs che- tranne poche eccezioni – non perdono occasione per comunicare la propria superiorità in un continuo ripetersi di umiliazioni.
Insomma, un continuo essere schiacciate da ogni lato fino alla beffa dell’indipendenza quando:
” (…) la prima preoccupazione degli uomini fu quella di segregare, di nascondere le loro donne. Libertà, sì, ma non per tutti. Bisognava rimettere subito le cose in ordine, rivalutare le tradizioni e non abbandonarle all’ebbrezza e alle ciance! Per questo eressero rapidamente barriere cieche, cancrene di facciate. Bisognava nascondere le donne ad ogni costo, anche dietro un cumulo di immondizie. Allora circondarono le proprie compagne di orrori e di brutture, nel seno stesso della bellezza. Come per mantenerle nell’antica condizione. La libertà non era per le donne.”
I francesi passano il testimone a qualcosa di peggiore: gli integralisti, L’Islam. Più subdolo e dunque più potente del colonialismo, l’oscurantismo s'insinua nelle case, nella vita quotidiana e si appropria di facilmente di corpi e menti:
Prima un foulard...
” Un foulard? Era sempre così che tutto incominciava: foulard, fùta e poi il velo e la morte di ogni sogno, di ogni speranza, sotto una valanga di gravidanze; e l’universo che si restringe, si restringe fino a non permettere più altro che i dolorosi aneliti della schiavitù, che i sospiri della rassegnazione. Meglio la morte, quella vera, che sotto qualche palata di sabbia avrebbe accolto e protetto il riposo, piuttosto che lo strangolamento del foulard, piuttosto che il sacrificio di tutte le scelte di una vita!”
E poi un hayk (velo)...
”Poi aggiunse: «Sai, è molto pratico: un hayk è la tranquillità dell’anonimato. Io metto il velo e vengo lasciata in pace. Per strada, non si sa chi sono, né come sono. Tu, quando passi, sei presa di mira da tutti. Senza hayk, esci dall’ordinario, quindi sorprendi, sconvolgi. C’è anche chi dice che le ragazze senza velo eccitano gli uomini, li provocano e vanno incontro, se non proprio alla violenza, alla mancanza di rispetto». Hayk nascondi-miseria, hayk uniforme della negligenza, hayk morte della civetteria. Alla tua ombra, private della carezzevole luce dello sguardo altrui, le donne deperivano in fretta, come i fiori per mancanza d’aria. Hayk primo sudario delle sepolte vive.
Un romanzo intenso anche, e soprattutto, per l’atroce veridicità del contesto.
La mia personale opinione è che ci sia un buon equilibrio tra la realtà e una dimensione più intima. Ci sono, infatti passaggi lirici e, se si fa attenzione, si può notare come siano dedicati soprattutto alle descrizione del paesaggio naturale (il deserto, le dune) e ai racconti mitici della nonna Zohra.
Credo che la parte poetica sia un omaggio dell’autrice alla propria terra e ai propri affetti. Sicuramente un dono caricato di nostalgia per la Mokaddem che si è trasformata ai mie occhi in una grande emozione.
"L’indipendenza è prima di tutto un cammino, con gli occhi all’orizzonte e i piedi fuori dalle catene e dal letame"
“Les hommes qui marchent” Un libro che seduce all'inizio, tra racconti e suggestioni ma che perde il cammino strada facendo, aiuta però a capire il senso dello sguardo immortalato da Steve Mc Curry Lei non era di quelli che comprimono e contano il tempo. Lei, lei era nel movimento, scivolava col tempo e come lui fluiva, simile a una tranquilla feluca su un wàdì. Non lo sentiva. Non lo contava! Sembra di sentire il suono sofferto della voce narrante, suono di storie di sofferenza e piccole gioie, storie di gente del deserto, dura, scalfita dal sole e dalla fatica, ancorata alle sue tradizioni mentre il mondo cambia travolgendole senza rispetto. UNa vita da nomade, una vita passo dopo dopo passo, il bruciore della luce in fondo allo sguardo, la pelle cotta dalle mitragliate dei venti di sabbia e la polvere fin dentro l’anima. Ciò che le importava, era la sua vita di nomade attraverso il deserto: un cammino che era ricerca o fuga da sé? Un cammino al di là di ogni norma, al limite del sogno, nell’eternità del Sahara, là dove ogni possibile conto dei passi serviva solo a indicare com’era vicina la morte, e che la vita altro non era che una lunga serie di tappe. I Tuareg, i leggendari uomini blu del deserto costretti oggi a chiedere l'elemosina ai bordi delle strade trafficate, immortalati in un bellissimo libro fotografico The Tuareg or Kel Tamasheq and a history of the Sahara : «Gente dura, fiera, retta e generosa. Gente in cammino. Camminano perché la vita cammina troppo in fretta dentro di loro. Sono sicuramente in cerca di qualcosa. Non sanno cosa, e intuiscono perfino che non la troveranno mai; allora tacciono e avanzano in silenzio. Il cielo ha un bell’essere una fiamma, la terra un braciere e i loro poveri corpi straziati, aridi e screpolati come il reg: nulla, no, nulla ferma l’incedere lento della gente in cammino. Sono quel po’ di sangue rappreso che irriga ancora una terra bruciata. Sono l’intelligenza dei primi uomini, che capirono che per vivere bisognava spostarsi. E l’intelligenza degli ultimi uomini, che fuggiranno le apocalissi dell’immobilità e cercheranno di ritrovare, se non la purezza, almeno la serenità, nel cammino su terre aperte alla fuga dei pensieri. Sono uomini senza catene... La libertà, una certa libertà», diceva con aria sognante. In questo mondo di fatica e sofferenza restano i grandi sentimenti di solidarietà che aiutano a vivere, a dare, oltre alla sopravvivenza, altri motivi per continuare a sperare «L’amore di una madre è come una grande luce che il bimbo succhia insieme al latte, appoggiando il viso contro il seno materno. È questa luce che nutre gli occhi di gioia e di risa, e il corpo di salute. Rende il cuore leggero, sospinto dalla brezza della felicità, versa un po’ di miele nell’infanzia e ricopre di seta e di velluto il sonno e il suo giaciglio. Quanto al resto “Zohra, metti le tue preoccupazioni in un setaccio a trama larga e scuotilo vigorosamente. Quelle di cui non puoi disfarti, ti resteranno. Va bene! Le altre, dalle a quel buio che ti attanaglia.
"¿Acaso no se acomoda el orden con el aprendizaje de la sumisión por parte de las mujeres y el del machismo y la dominación por la de los muchachos?"
Con la guerra de la independencia de Argelia como escenario, lo que yo he visto es la historia de una mujer (¿biografía de la escritora?), que no quería amoldarse a lo que se esperaba de ella precisamente por ser mujer, que quería leer, aprender y no vivir para estar continuamente embarazada. La sombra del integrísimo está presente continuamente y resulta asfixiante para las (pocas)mujeres que, como la protagonista, Leila, quieren una vida distinta para ellas. Por suerte, ella consigue ese sueño: ser médico primero y escritora después, un sueño con el que había soñado en su "refugio", las dunas
Una hermosa novela que retrata la realidad que sigue hacia lo que se espera de la mujer musulmana y como esas costumbres son tan arraigadas que es casi imposible desligarse. Y como trasfondo nos relata la Argelia de los 50, su ocupación y su liberación para después quedar sumergida en su propia opresión.
not my cup of tea, così in generale, ma s'arriva a 4 stelle perché il racconto è intenso, il lirismo funziona, la storia è interessante, i personaggi ben sfumati e sfaccettati (più di quanto mi aspettassi dalla confezione), e mi ha pure commossa alla fine. la storia, autobiografica, di una famiglia di nomadi del deserto che colonialismo e guerre dividono e sedentarizzano, e del loro attraversare il dominio coloniale, il sorgere del nazionalismo, la guerra per l'indipendenza algerina e la rapida islamizzazione della nazione.
Un libro di una poeticità spiazzante, un lirismo che ti fa sentire la sabbia del deserto attorno a te mentre Zohra racconta la sua vita da nomade. Un racconto che mostra bene la deriva e disillusione dell’indipendenza algerina. Mi ha molto colpita, bellissimo romanzo, ci sono pagine intere che sono poesia
La storia della nascita dell'Algeria e delle immense sofferenze che l'hanno accompagnata vista attraverso gli occhi di Layla, bambina moderna e caparbia, e di sua nonna, l'ultima nomade, la donna delle parole. Purtroppo lo stile della scrittura è discontinuo, con momenti descrittivi e lirici e altri a malapena didascalici, spesso i rapporti di causa/effetto, che ovviamente alla scrittrice sono più che chiari, risultano invece impossibili da capire all'occidentale che legge, e molti cambi di scena sono frettolosi e inopportuni. Peccato, perché questo sarebbe potuto essere un libro fondamentale per capire la nascita del razzismo, dell'integralismo e di altri vari ismi in una comunità che pure avrebbe dovuto imparare dalle sue stesse sofferenze ad essere libera nella mente.
Y con la relectura el libro me ha gustado más que la primera vez, lo he leído de otra forma. Te hace ver lo mal que trató Francia a Argelia durante la guerra y como la protagonista no quiere vivir conforme a lo que la sociedad de su pueblo le dicta. Nota:3'5