L'esperienza musicale di Mila è segnata dalle molteplici passioni per Verdi, Mozart, Strawinsky, dichiarate in memorabili saggi. Passioni edite. Ma anche passioni inedite. Come quella per Wagner e Brahms, maturata nel confronto diretto con i testi e la musica o nella forzata astinenza musicale degli anni di carcere per antifascismo. La passione di Mila per Wagner e Brahms è proposta qui in una raccolta di scritti di varia epoca e di varia natura, dal fatidico 1933, anno del cinquantenario wagneriano, fino all'ultimo saggio su Brahms, del 1988, scelto per l'apertura del volume. Completano il volume la bibliografia, la discografia e l'indice dei nomi delle opere.
La musicologia potrebbe essere descritta come quattro semirette convergenti verso un punto in uno spazio tridimensionale. Il punto verso cui convergono, ovviamente, è la musica. I musicologi e le loro ricerche si collocano in vari punti dello spazio racchiuso tra queste quattro semirette (in sostanza, una specie di piramide però senza base), avvicinandosi più all’una o all’altra, più o meno vicino al punto di convergenza.
La prima semiretta è quella della musicologia scientifica. Quella che cerca di darsi dei metodi oggettivi - analisi, semiologia, eccetera - per capire perché la musica è musica, e perché un madrigale di Orlando di Lasso suoni diverso da una sinfonia di Beethoven. Va benissimo, se non cade nell’eccesso di tradurre le note in parole, se non perde di vista il fatto che la scomposizione in fattori troppo minimi uccide l’oggetto della ricerca.
La seconda semiretta è quella della filologia. E’ quella dei topi di biblioteca e d’archivio; quella che si bea di riportare alla luce il manoscritto di uno sconosciuto maestro di cappella al servizio di un altrettanto sconosciuto nobilotto dell’Italia meridionale e di farci tesi e pubblicazioni; che discute se nel Seicento l’arco del violino doveva essere impugnato così o cosà; che considera una scoperta epocale il ritrovamento di un foglietto con la lista della spesa di Haydn. Anche questa va bene, se non pretende di mettere alla pari il manoscritto dello sconosciuto maestro di cappella con una Messa di Bach.
La terza semiretta è quella che fa discorsi “attorno” alla musica. Racconta la vita dei musicisti, i loro amori, l’ambiente che li circondava. Delle note musicali fa un uso minimo, o le considera del tutto superflue. Ovviamente parla anche molto del senso della musica e della sua estetica; quindi si fa spesso filosofia, oppure psicologia e, perché no, talvolta ragionamento sulla fisica del suono. Ha il vantaggio di essere comprensibile anche ai non musicisti, purché essa stessa non diventi troppo criptica e non faccia riferimento a mondi e pensieri troppo lontani. Sicuramente è la più amata da coloro che frequentano abitualmente i concerti e vogliono capire qualcosa di più delle composizioni che apprezzano. E’ popolata anche da non professionisti: ci abita a pieno titolo gente come Thomas Mann o Stendhal.
La quarta semiretta è quella della critica musicale. Qui c’è spazio per il divismo, il pettegolezzo, ovviamente più su esecutori e direttori d’orchestra che compositori in senso stretto. E’ la parte “leggera” del discorso musicale, abita soprattutto sui giornali, dice al pubblico dei concerti cosa deve pensare e chi deve seguire. Parla più della schiena nuda di Yuja Wang o dei lupi di Hélène Grimaud che della loro musica. Qualcuno potrebbe dirmi: ma anche questo argomento non ricade nel mondo della terza semiretta? Rispondo: forse sì, ma è sostanzialmente per tener separati i Paolo Isotta e i Filippo Facci dagli Alfred Einstein o, appunto, i Massimo Mila.
E parliamo finalmente di Massimo Mila, che di volta in volta si colloca più vicino alla terza o alla quarta semiretta.. Grandissima autorità culturale torinese, la cui opinione aveva un peso enorme anche tra i non “addetti ai lavori”, cominciò a scrivere, di musica (ma non solo; anche di alpinismo, buddismo eccetera) quand’era ventenne o poco più. Sicuramente uno che ha fatto moltissimo per la divulgazione musicale, una grande capacità di scrittura che oggi appare un po’ datata ma comunque gradevole ed espressiva, una cultura universale che gli permetteva di fare collegamenti tra situazioni e persone tra loro apparentemente lontanissime. Comunque qualche gaffe clamorosa, tipo una discutibile presa di posizione a favore della pena di morte (va peraltro detto che eravamo negli anni del terrorismo e si era andati un po’ tutti fuori di zucca) o quando, col cappello del critico (quarta semiretta quindi), uscì sulla Stampa una recensione a sua firma di un concerto che non c’era stato, o se c’era stato era su brani che non erano stati eseguiti in quanto sostituiti dall’esecutore all’ultimo momento; quindi, scritta senza aver assistito al concerto. (In verità quest’episodio mi è stato riferito, non ne sono stato testimone diretto). C’è poi anche un’altra questione: lui è stato un po’ una specie di caposcuola che ha occupato con i suoi allievi, tutta gente del “quadrilatero di Primo Levi (*)” peraltro, e che ha una visione della musicologia affine alla sua, tutte le posizioni accademiche torinesi, rendendo molto problematico nell’area torinese un approccio musicologico alternativo che fosse meno “parolistico” e più tecnico.
In questo libro, pubblicato postumo, sono riuniti tutti gli scritti sui due grandi musicisti tedeschi tardo-ottocenteschi. La parte su Brahms sconta il fatto che di Brahms è difficilissimo dire qualcosa che non sia strettamente connesso agli aspetti formali della sua musica, dato che ha avuto una vita, vista dall’esterno, un po’ banale e noiosa (l’unico momento “pepato” potrebbe essere la liaison con Clara Schumann, la moglie di Robert; Mila si tiene accuratamente lontano dall’ipotesi che essa sia stata qualcosa di diverso da una casta amicizia, anche se negli ultimi tempi - non so su quali prove - si tende a pensare che qualcosa di carnale tra i due invece vi sia stato) e quindi, per quanto le informazioni fornite siano interessanti, sono un po’ ripetute e ripetitive, tipo il ribadire varie volte che il compositore della celebre Ninna Nanna (ma anche di molto altro) sia stato un esponente cardinale della seconda fase del Romanticismo, il ripiegamento manieristico su abitudini scontate e salottiere (il mondo Biedermeier, umbertino o vittoriano, a seconda del Paese di riferimento) superati i tumulti dell’età che lo aveva preceduto.
Con Wagner va molto meglio. Sia perché l’opera lirica offre molto più il fianco alla musicologia “del terzo tipo”, dato che l’elemento semantico vi è decisamente più presente che in una sinfonia o in una sonata; sia perché lo stesso Wagner ha lasciato una quantità enorme di scritti teorici, a latere delle sue produzioni musicali, oltre ad essere l’autore anche dei libretti e ad essere piombato come un meteorite nel mondo della musica del suo tempo, rendendo impossibile che qualsiasi cosa, e non solo di ambito lirico, rimanesse uguale a prima, e quindi consentendo la produzione di una massa immensa di scritti critici e analitici (tra cui quelli di Thomas Mann, e scusate se è poco) oltre a costringere tutti i musicisti, contemporanei o posteriori, a farci i conti sia che vi acconsentissero, sia che vi si opponessero (wagneriana è la prima musica di Schoemberg, quella di Bruckner o di Richard Strauss; altri, come Debussy, ne presero volutamente le distanze). A questo si aggiunge una vita dagli accenti romanzeschi, piena di qualsiasi cosa ci si aspetti da un romanzo: povertà iniziale, aneliti rivoluzionari, seduzioni ripetute, utilizzo assai opportunista degli altri come strumenti per addivenire alla realizzazione del suo mitico progetto; gli scritti teorici forse superiori, per numero di pagine, alla produzione musicale; una ponderosissima autobiografia e una massa di corrispondenze, e soprattutto la capacità quasi sovrumana di non perdere mai di vista il proprio obiettivo e di non morire prima di averlo visto compiutamente realizzato - il tutto, va detto, da parte di uno che non aveva mai studiato sistematicamente musica; in sostanza, una specie di autodidatta. Mi sono ricordato, tra l’altro, che ai tempi del liceo mi lessi tutto “Opera e dramma” - Wagner tra l’altro scriveva benissimo, in modo sorprendentemente moderno, e con disarmante chiarezza - grazie a cui feci conoscenza per la prima volta in vita mia della tragedia greca e dei suoi significati.
Gli scritti di Mila affrontano tutti gli aspetti del wagnerismo: tematiche, vicende biografiche e compositive, la fortuna della sua opera in Italia e a Torino, cogliendo tra l’altro un aspetto che mi riguarda da vicino: il fatto che spesso il fanatico italiano di Wagner era spesso un intellettuale o sedicente tale che guardava con degnazione il comune pubblico dell’opera. Io ero uno di essi, mi disinteressavo ostentatamente a Verdi e Rossini, anche se poi mi sono redento, avendo tra l’altro avuto anche la fortunata possibilità di cantare nella Messa da Requiem di Verdi (sommo capolavoro). In appendice c’è una interessante spiegazione della maggior parte delle opere wagneriane, utilissima come introduzione all’ascolto, con tanto di Leitmotive (e meno male che in altri punti del volume Mila tratta con ironia il popolo che andava in pellegrinaggio a Bayreuth portandosi le guide all’ascolto con l’indice dei Leitmotive…)
Gran bel libro, insomma. Forse non indispensabile al buon brahmsiano, ma da cui il wagneriano perfetto non può prescindere.
(*) Il “Quadrilatero di Primo Levi”, come mi piace chiamarlo, è una zona urbanistica torinese di cui ho sempre sospettato l’esistenza fortemente identitaria, ma di cui ho trovato conferma con sorprendente sincerità in un racconto di fantascienza di Primo Levi, che ne descrive magistralmente il carattere e l’etica dei suoi abitanti. Riporto qui il frammento:
“Noi siamo un gruppo di amici piuttosto esclusivo. Siamo legati, uomini e donne, da un vincolo serio e profondo, ma vecchio e scarsamente rinnovato, che consiste nell'aver vissuto insieme anni importanti, e nell'averli vissuti senza troppe debolezze. In seguito, come avviene, le nostre vie sono andate divergendo, alcuni di noi hanno commesso dei compromessi, altri si sono feriti a vicenda, volontariamente o no, altri ancora hanno disimparato a parlare o hanno perso le antenne; tuttavia, proviamo piacere a ritrovarci: abbiamo fiducia l'uno nell'altro, ci stimiamo reciprocamente, e di qualunque argomento trattiamo, ci accorgiamo con gioia di parlare pur sempre lo stesso linguaggio (qualcuno lo chiama gergo), anche se non sempre le nostre opinioni coincidono. I nostri figli mostrano una precoce tendenza ad allontanarsi da noi, però sono legati fra di loro da un'amicizia simile alla nostra, il che ci sembra strano e bello, perché è avvenuto spontaneamente, senza che noi intervenissimo. Adesso costituiscono un gruppo che sotto molti aspetti riproduce il nostro di quando avevamo la loro età. Ci professiamo aperti, universalisti, cosmopoliti; tali ci sentiamo nel nostro intimo, e disprezziamo intensamente ogni forma di segregazione per censo, casta o razza, eppure, di fatto, il nostro gruppo è così chiuso che, pur essendo generalmente stimato dagli «altri», nel corso di trent'anni non ha accettato che pochissime reclute. Per motivi che stento a spiegarmi, e di cui comunque non vado fiero, ci sembrerebbe innaturale accogliere qualcuno che abiti a nord di corso Regina Margherita, o ad ovest di corso Racconigi. Non tutti coloro fra noi che si sono sposati hanno visto accettato il loro coniuge; risultano in genere preferite le coppie endogame, che non sono poche. Ogni tanto, qualcuno si fa un amico esterno e se lo porta dietro, ma è raro che questo si integri; per lo più, viene invitato una, due volte, e trattato benevolmente, ma la volta successiva non c'è, e la serata viene dedicata a studiarlo, commentarlo e classificarlo.”
Primo Levi, che - tolta la parentesi di Auschwitz - fu sempre un fiero abitante di quell’area, ne traccia in realtà solo due limiti: corso Regina Margherita e corso Racconigi. Gli altri due sono un po’ sfilacciati, ma ugualmente facilmente identificabili: uno è corso Vittorio Emanuele, che però deborda nel borghesissimo quartiere della Crocetta; l’altro è il Po, con la precollina e la collina dall’altro lato, anch’esse exclavi dell’area élitaria.
Io, naturalmente, non ne faccio parte. Io sono uno di quelli che: “Dove abiti?” “A Lucento”. “DOVE?!” “A Lucento”. “Ma è ancora Torino, Lucento?”.