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La mia corsa nel tempo: Romanzo di una vita

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“C’è un vento che spinge in avanti e un vento che rallenta e vorrebbe che tu rimanessi fermo.” La storia di Vittorino Andreoli comincia con il vento euforico del dopoguerra e continua in una corsa disseminata di piccole ma profonde rivoluzioni. La prima lo porta ad abbandonare l’impresa edile di famiglia per diventare “un medico dei matti”. Una scelta inconsueta segnata dall’incontro con alcuni uomini formidabili come André Breton e Eugène Minkowski. Dopo gli studi in medicina, intraprende l’avventura da scienziato puro con le ricerche sul ruolo della serotonina nei disturbi mentali a Cambridge e alla Cornell University di New York. Frequenta i laboratori della Nasa nel New Mexico. In quell’atmosfera surreale del deserto, insieme a un medico con nostalgie naziste, costretto a radersi completamente per sfuggire alle attenzioni degli scimpanzé interessati solo allo “spidocchiamento” della sua nuca, Andreoli capisce che la ricerca e la cura di un malato diventano possibili solo all’interno di una relazione. Si compie così la seconda rivoluzione. Andreoli lavora con Seymour Kety ad Harvard, rifiuta l’insegnamento universitario e prende servizio al manicomio di Verona. Ed ecco profilarsi innumerevoli altre rivoluzioni. Uomo di lettere, scrittore di romanzi e pièce teatrali, consulente dei più noti casi di cronaca criminale, da Pietro Maso a Donato Bilancia, acuto osservatore del malessere dei giovani, e del disagio dei loro genitori, Andreoli racconta le speranze, i sogni, le battaglie per cambiare il volto della follia.

560 pages, Hardcover

First published September 8, 2016

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About the author

Vittorino Andreoli

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Vittorino Andreoli, nato a Verona nel 1940, si laurea in Medicina e Chirurgia all'Università di Padova con una tesi di Patologia Generale sotto la guida del Prof. Massimo Aloisi. Continua la ricerca sperimentale presso l'Istituto di Farmacologia dell'Università di Milano, dedicandosi interamente all'encefalo ed in particolare alla correlazione tra neurobiologia e comportamento animale e umano. Dopo essersi laureato lavora in Inghilterra all'Università di Cambridge e successivamente negli Stati Uniti: prima alla Cornell Medical College di New York e successivamente alla Harvard University ,con il professor Seymour Kety, direttore dei Psychiatric Laboratories e della Cattedra di Biological Psychiatry. In questo periodo è assistente all'Istituto di Farmacologia dell'Università di Milano, dove si rivolge alla ricerca neuropsicofarmacologica. Il comportamento dell'uomo e la follia diventano ben presto il fulcro dei suoi interessi e ciò determina una svolta nel suo impegno verso la neurologia e successivamente la psichiatria, discipline di cui diventa specialista. Lavora alla Harvard University col Prof. S.S.Kety, con un'impostazione psichiatrica che sembra permettere l'integrazione tra interessi biologici sperimentali e clinica. Vittorino Andreoli è ateo ma preferisce definirsi "non credente": cfr. l'intervista di Roberto Carnero sul suo libro "Il Sacerdote" - Rizzoli, Milano, 2008; testo in cui sviluppa estesamente la differenza tra le due posizioni.
È stato direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona - Soave. È membro della New York Academy of Sciences. È presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association. Si oppone fermamente alla concezione lombrosiana del delitto secondo cui il crimine veniva commesso necessariamente da un malato di mente, e sostiene la compatibilità della normalità con gli omicidi più efferati. Nel periodo compreso tra il 1962 e il 1984 egli formula, e per certi aspetti anticipa, l'importanza della plasticità encefalica come "luogo" per la patologia mentale e, dunque, sostiene che l'ambiente contribuisce a strutturare la biologia della follia insieme all'eredità genetica.
Consegue la Libera docenza in Farmacologia e Tossicologia. Dal 1972 diventa Primario di psichiatria e da allora ha esercitato la professione nell'ambito delle strutture pubbliche con i diversi cambiamenti succedutisi dal punto di vista dei sistemi di assistenza al malato di mente e fino al 1999. È co-fondatore e primo Segretario della Società Italiana di Psichiatria Biologica. Presiede per molti anni La Session on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association di cui attualmente è President of Honour. Fondatore e co-direttore dei Quaderni Italiani di Psichiatria per vent'anni.
Membro italiano al Safety Working Party della The European Agency for the evaluation of Medicinal Products dal 1998 al 2001. Docente di "Psicologia generale" e di "Psicologia della crescita" presso l'Università del Molise negli anni 1998 - 2001. È Membro della New York Academy of Sciences, dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere e dell’Accademia di Agricoltura Scienza Lettere e Arti (Verona). I suoi contributi scientifici più significativi si legano ai seguenti temi: 1. La plasticità del cervello come "luogo" per la patologia mentale e quindi campo della psichiatria; in questo ambito sostiene che l'ambiente (l'esperienza) contribuisce a strutturare il cervello. 2. Le comunicazioni non verbali (ambito grafico, mimico, sonoro, ritmico) in psichiatria, come ampliamento del rapporto tra paziente e medico, ma anche come espressione che può giungere fino all'arte; 3. Il rapporto stretto tra cultura e psichiatria e dunque la psichiatria come disciplina che è anche parte della antropologia; 4. Lo studio dei comportamenti estremi e l'analisi dell'omicidio con un ì contributo alla psichiatria applicata alla giurisprudenza. In particolare sostiene la compatibilità tra normalità e omicid

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March 22, 2021
Una delle autobiografie più ispirate che abbia letto. Lo psichiatra (e romanziere, mai dimenticarlo!) Vittorino Andreoli apre ai suoi lettori uno spiraglio sulla propria esistenza, nel quale ci si fa strada in punta di piedi, scostando appena la porta sull'uscio per accedere a passo felpato. Pur procedendo in ordine cronologico, gli eventi sono raccontati alla luce della memoria che spesso gioca scherzi infausti oppure sorprende in un continuo scivolare tra la prospettiva clinica dell'uomo-cervello alla prospettiva umana dell'uomo dei matti.
Scriverò pure, sebbene sappia di meritarmi le ire dell'autore, che l'ultima sezione del libro è pedante, ripetitiva, poco ispirata. Le lamentationes per non esser stato considerato nel corso della sua esistenza romanziere tanto quanto saggista rivelano, forse inconsciamente, il motivo di tale scelta da parte del pubblico - e lo psichiatra, questa volta, mi perdonerà l'abuso terminologico: lo psichiatra Andreoli è l'uomo che ha molto e nuovo da dire, è quello della terza via della psicologia, quello del cervello plastico, quello dei "suoi matti", quello della criminologia e della lotta contro le sostanze stupefacenti. Lo psichiatra Andreoli è l'uomo del nuovo e delle scoperte. L'uomo che apre al futuro.
Il romanziere Andreoli, invece, è l'uomo dell'antico, punto dal desiderio di ripercorrere tematiche ancestrali (follia, gelosia, antieroismo, fragilità) che, proprio in quanto tali, hanno vissuto e vedono risplendere la propria stagione da fin troppo lungo corso. L'Andreoli romanziere è il drammaturgo della vecchia Grecia, sorpreso ancora e sempre dalle stesse complicazioni umane. E non perché Pirandello ne abbia scritto; e non perché Svevo ne abbia parlato; e non perché tutti i romanzi ottocenteschi dopo Freud non siano altro che la rappresentazione reiterata dell'interiorità dell'uomo che mi sento di bollare le ultime pagine come un vizio di forma. Non è perché si tratti di un tema abusato, anzi! Bisognerebbe gridare dello straniamento perenne in cui vive l'uomo contemporaneo a tutti i venti ma, verrebbe da aggiungere, non così. Se il significato è attuale per quanto abusato, il significante è semplicemente classico, di un classicismo che non trova le sue radici solo nella succitata Grecia antica, ma anche e soprattutto in quella Mitteleuropa prima novecentesca già da lungo corso fattasi tradizione.
Se i modi della narrazione non cambiano, non mi interessano le narrazioni e nelle pagine dei romanzi traspare tutta una tradizione che, sebbene sia imprescindibile, mostra tuttavia i suoi limiti proprio in quell'espressività urgente che invece Andreoli lamenta.
Ché a parte Capuana, tutti gli epigoni di Giovanni Verga avranno sì rinforzato un concetto attraverso il Verismo, ma non hanno lasciato traccia alcuna nei libri di scuola. Non basta avere ottimi maestri per diventarlo, serve primariamente un critico esercizio di costruzione di identità letteraria che, a quanto si mostra, forse non è mai completato.
Rimane, quella di Andreoli, la prosa più scorrevole.
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