Una delle autobiografie più ispirate che abbia letto. Lo psichiatra (e romanziere, mai dimenticarlo!) Vittorino Andreoli apre ai suoi lettori uno spiraglio sulla propria esistenza, nel quale ci si fa strada in punta di piedi, scostando appena la porta sull'uscio per accedere a passo felpato. Pur procedendo in ordine cronologico, gli eventi sono raccontati alla luce della memoria che spesso gioca scherzi infausti oppure sorprende in un continuo scivolare tra la prospettiva clinica dell'uomo-cervello alla prospettiva umana dell'uomo dei matti.
Scriverò pure, sebbene sappia di meritarmi le ire dell'autore, che l'ultima sezione del libro è pedante, ripetitiva, poco ispirata. Le lamentationes per non esser stato considerato nel corso della sua esistenza romanziere tanto quanto saggista rivelano, forse inconsciamente, il motivo di tale scelta da parte del pubblico - e lo psichiatra, questa volta, mi perdonerà l'abuso terminologico: lo psichiatra Andreoli è l'uomo che ha molto e nuovo da dire, è quello della terza via della psicologia, quello del cervello plastico, quello dei "suoi matti", quello della criminologia e della lotta contro le sostanze stupefacenti. Lo psichiatra Andreoli è l'uomo del nuovo e delle scoperte. L'uomo che apre al futuro.
Il romanziere Andreoli, invece, è l'uomo dell'antico, punto dal desiderio di ripercorrere tematiche ancestrali (follia, gelosia, antieroismo, fragilità) che, proprio in quanto tali, hanno vissuto e vedono risplendere la propria stagione da fin troppo lungo corso. L'Andreoli romanziere è il drammaturgo della vecchia Grecia, sorpreso ancora e sempre dalle stesse complicazioni umane. E non perché Pirandello ne abbia scritto; e non perché Svevo ne abbia parlato; e non perché tutti i romanzi ottocenteschi dopo Freud non siano altro che la rappresentazione reiterata dell'interiorità dell'uomo che mi sento di bollare le ultime pagine come un vizio di forma. Non è perché si tratti di un tema abusato, anzi! Bisognerebbe gridare dello straniamento perenne in cui vive l'uomo contemporaneo a tutti i venti ma, verrebbe da aggiungere, non così. Se il significato è attuale per quanto abusato, il significante è semplicemente classico, di un classicismo che non trova le sue radici solo nella succitata Grecia antica, ma anche e soprattutto in quella Mitteleuropa prima novecentesca già da lungo corso fattasi tradizione.
Se i modi della narrazione non cambiano, non mi interessano le narrazioni e nelle pagine dei romanzi traspare tutta una tradizione che, sebbene sia imprescindibile, mostra tuttavia i suoi limiti proprio in quell'espressività urgente che invece Andreoli lamenta.
Ché a parte Capuana, tutti gli epigoni di Giovanni Verga avranno sì rinforzato un concetto attraverso il Verismo, ma non hanno lasciato traccia alcuna nei libri di scuola. Non basta avere ottimi maestri per diventarlo, serve primariamente un critico esercizio di costruzione di identità letteraria che, a quanto si mostra, forse non è mai completato.
Rimane, quella di Andreoli, la prosa più scorrevole.