In Italia molti comitati e gruppi di cittadini resistono a grandi opere dannose, inutili, imposte dall'alto. Tra questi, il movimento più grande, radicale e radicato è senz'altro quello No Tav in Val di Susa, all'estremo occidente del Paese, fra Torino e il confine con la Francia. Un movimento che da venticinque anni sperimenta forme nuove - e al tempo stesso antiche - di partecipazione, autogestione, condivisione. Perché proprio in Val di Susa? Per più di tre anni Wu Ming 1 ha cercato la risposta a questa domanda. Si è immerso nella realtà del movimento No Tav, partecipando a momenti-chiave della lotta, intervistando decine di attivisti, incrociando storia orale e fonti d'archivio, contemplando la valle dall'alto dei suoi monti. Un viaggio che non promettiamo breve è il risultato di quel lavoro. La voce del narratore ci fa passare dal romanzo di non-fiction alla chanson des gestes, dall'inchiesta serrata alla saga popolare di ispirazione latinoamericana, con omaggi a Gabriel García Márquez e al Ciclo andino di Manuel Scorza.
Dopo Point Lenana, una nuova opera-mondo sulle montagne, il territorio e il conflitto.
Tutte le volte che mi appresto a commentare uno degli "oggetti letterari non identificati" di Wu ming sono in difficoltà e quasi intimidito, principalmente perchè l'opera del quintetto bolognese va a colpire al cuore la contraddizione del mio pensiero politico di emiliano, e di emiliano di sinistra. Contraddizione che alla fine della fiera è sempre la stessa dai tempi del primo governo Prodi a questa parte: lo scontro fra l'ambizione ad essere forza di governo per cambiare le cose dal di dentro, e l' irrinunciabile struttura rivoluzionaria, provocatoria, alternativa senza la quale i pensiero di sinistra sembra essere snaturato, almeno in Italia.
Non c'è compatibilità tra questi due aspetti, ed anche la pruridecennale e sofferta vicenda dei no TAV e della Val di Susa, che Wu Ming ci racconta qui dal punto di vista degli oppositori, non fa che confermarlo: il testa a testa tra la sinistra di governo (rappresentata da Piero Fassino) e la sinistra alternativa (i no TAV, ma anche i black bloc, ma anche gli anarchici che arrivano in questa tormentata valle attratti dalla comunanza ideologica con questa protesta) è solo apparentemente paradossale, in realtà è molto logica. quasi altrettanto logica dello schifoso e dittatoriale pugno d'acciaio che Berlusconi, Pisanu e compagnia bella fanno cadere senza pietà su questa gente quando al governo ci sono loro.
Un emiliano non può non provare simpatia per i Valsusini raccontati in questo libro con le loro eccentricità, il loro irriducibile spirito di sopportazione, la loro cultura ricca e vitale; quasi quanto mi stava sul cazzo la bellissima ventenne ricca e berlusconiana che attorno ad un tavolino in spiaggia si lamentava che per colpa dei No Tav lei non poteva andare a sciare a Bardonecchia. Resta quindi vero che per farsi un'opinione chiara ed equilibrata su cosa sta succedendo nei fronti di lotta alla cementificazione (in Val Susa ma non solo) libri come questi vadano letti, soprattutto dopo il bombardamento mediatico che giornali come la Stampa hanno esercitato nei confronti di questa terra e questa gente.
Poi però. Poi però è troppo facile e troppo comodo, come sempre, fare l'anarchico, fare l'alternativo quando i conti in fondo al mese non li fai tu, quando la riga in fondo al bilancio che è sempre invariabilmente rossa non è un problema tuo. La sinistra alternativa (ma anche il Movimento 5 stelle se ne sta accorgendo a sue spese) somiglia molto ai giovai studenti universitari con troppo tempo libero e troppo pochi problemi che riempiono la loro vita di sogni, che poi però quando mettono su casa e cominciano a lavorare diventano i più arcigni conservatori. In fin dei conti "Un viaggio che non promettiamo breve", come tutta l'opera di Wu Ming è una critica feroce ed argomentata ad un progetto di sviluppo feroce e nichilista che non guarda in faccia a nessuno ma la domanda è: siamo poi così sicuri che l'alternativa esista? Quando si tratta di fornire un reddito a quaranta milioni di persone (e fornirglielo insieme all'impressione di esserselo meritato, cosa che per mia esperienza almeno nel 40% dei casi è falsa), a quaranta milioni di persone che affollano un paese troppo piccolo e senza risorse, al di là dell'indubbiamente presente corruzione il sospetto che non ci sia spazio per una eccessiva delicatezza per le peculiarità locali esiste, ancor meno per un rispetto verso le ansie Nimby degli interessati di turno. Non possiamo dimenticare che il più grande crimine contro l'ambiente della storia dell'umanità (il prosciugamento del lago d'Aral) è stato commesso dal Comunismo, ovvero dall'unica alternativa seria all'economia turboliberale, evidentemente alle prese con gli stessi problemi. Non si può dimenticare che lo sviluppo di un paese, soprattutto alle prese con la crisi che stiamo vivendo, non può non passare per le grandi opere, e questo indipendentemente dalla loro redditività economica (che pure c'è). Il punto principale è che sia la classe imprenditoriale che la classe lavoratrice, in questi anni non sono più all'altezza della situazione: se lo fossero stati non saremmo in crisi. Quindi per smuovere le acque occorrono progetti grandi, semplici, dalla redditività misurabile e che inducano le persone a muoversi il più possibile. Altrimenti si torna al medioevo. Questo è vero in tutto il mondo, ed il fatto che in Italia ci scontriamo con la mancanza di spazio di cui parlavo sopra è la ragione per cui nascono tragiche storie come questa. Il punto è che i nostri imprenditori ed i nostri operai non sanno fare altro, e allora che si fa? Si torna alla servitù della gleba? I valsusini che lottano per non trovarsi un traforo davanti casa hanno il diritto di dimenticarsene, Wu Ming no.
Dei movimenti di cultura alternativa che si sono affiancati a questa lotta quasi non vale la pena di parlare. Parlano di lotta non violenta e sfasciano tutto, parlano di disobbedienza civile ma quando poi si tratta di pagare il conto si scandalizzano, parlano di guerra allo stato poi quando lo stato imbraccia le armi contro chi si dichiara suo nemico ne fanno un dramma storico. I collettivi anarchici che affiancano i valsusini citano Gandhi a sproposito, poi per una sorta di amnesia selettiva si dimenticano che il re della non violenza predicava di accettare a testa alta le ritorsioni e le punizioni per le leggi che deliberatamente avevano violato.
E' un libro che fa capire tante cose, a partire dalle ragioni di chi sta dall'altra parte della barricata in questo tipo di lotte. E' un libro che fa conoscere la Val Susa e fa venire voglia di andarle a vedere, questa gente e queste montagne. però è anche un libro scandalosamente di parte, volutamente miope. Come contrappunto alle badilate di merda che la stampa berlusconiana ha sbadilato sui rivoltosi, forse ci sta.
La grande novità di oggi è che adesso a Torino c'è il M5S. Coniugare le necessità di bilancio, le ancor più pressanti necessità di lavoro e di sviluppo in una terra dove imprenditori e lavoratori di alto livello non ce ne sono, con l'inimicizia verso le grandi opere che da sempre il M5S sbandiera, è la grande sfida di Chiara Appendino (che a dirla tutta, da qui non sembra neanche male come sindaco). Per adesso le barricate sono ancora tutte li, staremo a vedere.
Un libro che, semplicemente, dovrebbe essere letto. Per tanti motivi. Perchè è di Wu Ming (1) e, come tutti i libri di Wu Ming, è il risultato di un imponente ed attento lavoro di ricerca, documentazione e approfondimento. Per l'aspetto letterario, con l'orribile Entità, che tenta di impadronirsi della Val Susa, che ricorda il Recinto di "Rulli di tamburo per Rancas" di Manuel Scorza. E perchè è la storia della ventennale lotta al TAV, dalle sue origini fino ad oggi. Per quest'ultima ragione dovrebbe leggerlo chi in questa lotta è direttamente coinvolto. Perchè ritrovare qui tutta la sua storia gli servirà a ribadire il valore assoluto di quello che fa. Dovrebbe leggerlo poi chi del TAV pensa di sapere molto sulla base di quello che legge sui giornali, sente ai TG o ascolta nei discorsi di politici e "im-prenditori". Per rendersi conto che, in realtà non c'è nulla, ma proprio nulla, di vero. E dovrebbero leggerlo tutti quelli che invece non se ne sono mai interessati, come se la cosa non li riguardasse. Perchè avrebbero la possibilità di capire che, al contrario, li riguarda eccome. Per lo sperpero spaventoso di denaro pubblico, per le modalità incredibili con cui vengono gestiti i giganteschi interessi che ruotano intorno alle grandi opere, per le infiltrazioni mafiose a tutti i livelli, per la corruzione capillare. E per aprire gli occhi su come funzionano l'informazione, la gestione dell'ordine pubblico, l'amministrazione della giustizia quando si tratta di tutelare questi interessi.
“Un viaggio che non promettiamo breve – Venticinque anni di lotte no TAV), di Wu Ming 1, edizioni Einaudi, ISBN 978-88-06-22564-3.
Si tratta di un’opera di saggistica che riassume venticinque anni di lotta sociale e politica, soprattutto in Valle di Susa (provincia di Torino) contro la TAV, o meglio contro “il TAV”, declinato al maschile, come farebbero notare i valsusini (per “il treno ad alta velocità”). Si tratta, ovviamente di un libro di parte, ma che definisco fin da subito “eccezionale”. Questo lo affermo anche se non mi posso definire certamente un partigiano noTAV (anni fa, semmai ero all’opposto, poi, … goccia dopo goccia!).
Perché “eccezionale”?
1) Innanzi tutto per l’aspetto stilistico. Wu Ming 1 ha scritto un saggio di denuncia che, al di là di quello che potrebbe pensare il lettore sull'argomento specifico, tocca delle corde profonde, intriga, appassiona e “scorre” come un bel romanzo. Mica una cosa da poco per un soggetto così politicamente polarizzato e che, trattato diversamente, avrebbe potuto facilmente diventare uno fra i tanti “pipponi” ideologici e moralisti in salsa sinistro-anarco-catto-ambientalista (si, ci sono dentro tutti, forse manca solo il “guidaico”! :-)), sostanzialmente scritto solo per “addetti ai lavori” e professionisti dell’antagonismo. E invece no! Questo è un libro che ti pone domande e insinua dubbi … se per caso già non ne avevi! … Come mai un’intera valle, donne, bambini, uomini e vecchietti resiste da anni contro l’invasore come il piccolo villaggio gallico di Asterix? Sarà l’affinità con il sangue celtico? … Può essere un’intera comunità di valligiani pressoché totalmente composta da banditi, anarcoinsurrezionalisti o, quantomeno da inveterati rompiscatole afflitti dalla sindrome “Nimby” (“Not in my backyard” – “Non nel mio cortile”)? … Quale oscuro abominio, frutto di atmosfere da incubo alla Lovecraft, (Howard Phillips Lovecraft 1890-1937), Conan Doyle (Arthur Ignatius Conan Doyle 1859 – 1930) o Arthur Machen (1863 – 1947), si è incarnato in forma fisica infettando l’essenza stessa della vita della valle? Meno prosaicamente … i mass media, ce la raccontano giusta quando ci presentano le gesta efferate dei criminali noTAV? … Cosa c’entra l’ndrangheta in tutto ciò? … e tanto altro, tra il quale, molta storia della valle e delle sue esperienze, a partire da re Cozio (quello dell’arco augusteo di Susa – 9 a.C.) fino ai giorni nostri, un bel po’ appunto!
2) Poi per la precisione nella ricostruzione dei fatti e delle fonti riportate. Non mi risulta infatti che Wu Ming 1 sia stato querelato per le tante affermazioni forti e per le sue ricostruzioni dei fatti che, certamente, a noi possono apparire quantomeno “in contraddizione” con il tipo di informazione che riceviamo leggendo la “Stampa” (Ahi! Proprio quella leggo io!).
Attraverso la sua ricostruzione, un “branco” di facinorosi, disadattati, teppisti e professionisti della protesta assume tutt'altra coloritura e, si comincia ad avere il sospetto che tante siano state le ingiustizie commesse in nome del Popolo Italiano.
… Ohi! Sembrerebbe che siano finiti in galera degli innocenti! Black Bloc, pensionati e casalinghe assieme … C’è forse qualcosa che non quadra?
… la magistratura, appare un tantino troppo schierata, non è che si applicano due pesi e due misure?
Troppe domande scomode per un povero lettore poltrone troppo avventatamente curioso come il sottoscritto! Meglio lasciarlo stare questo libro e continuare a vivere tranquilli con in testa poche ma granitiche certezze!
Perché non c’è dubbio, il TAV è utile! … Vero? :-)
P.S. Nel testo viene citata diffusamente una lettura che, già in passato aveva messo in crisi la mia cieca aderenza ai dogmi della “geografia economica”, materia che tanto mi aveva appassionato durante i miei studi di economia e commercio. Si tratta di un’indagine che, mi risulta, sia nata da un’iniziativa del quotidiano “La Repubblica”:
In ogni caso, essa è stata formalizzata in un libro interessante che qui riporto come riferimenti: “Binario Morto: Lisbona – Kiev, alla scoperta del corridoio 5 e dell’alta velocità che non c’è”, di Andrea De Benedetti e Luca Rastello, edizioni Chiarelettere, ISBN: 978-88-6190-375-3.
Non era facile condensare 25 anni di lotte No Tav, per quanto in un volume tutt'altro che contenuto. WM1 c'è riuscito, concedendosi pure il lusso di non scrivere "solo" un resoconto storico o un reportage, ma un libro che crea un suo mondo. È un libro roccioso, per il tema trattato e per la gravità della materia, ma allo stesso tempo leggerissimo per la serenità che lo attraversa, anche nei momenti più cupi.
Un Viaggio Che Non Promettiamo Breve riesce ad essere allo stesso tempo la descrizione del movimento No Tav e la denuncia di un sistema giudiziario ai limiti della democrazia. È un appassionato resoconto di venticinque anni di lotta attiva in una parte d'Italia di cui l'Italia non sa abbastanza, una lotta portata avanti oltretutto per fermare qualcosa che interessa tutti gli italiani. È un libro sconvolgente come lo è rendersi conto che simili sprechi e soprusi avvengono a pochi chilometri da sé. Ti fa sentire impotente e indifeso contro la violenza e il potere dei vertici dello Stato, ma nel mentre riaccende la speranza in una resistenza popolare, in un senso civico che sembra essersi perduto. Il tutto è condito con lo stile ironico e vagamente strafottente tipico di Wu Ming, che rende il viaggio un po' più breve. Penso che sia una lettura utile per chiunque voglia rendersi davvero conto di cosa sia la battaglia contro il Tav e per chi voglia riflettere in generale sul tema delle grandi opere, ché ce ne è per ogni regione.
diciamo subito che non è un libro facile, ma è un libro necessario, un documento che rende l'idea di quello che la lotta no tav e in generale della resistenza ambientale e civile siano e continuino ad essere in Italia. una storia in cui convivono poesia, relazioni, reportage e attenta ricostruzione storica e presente e che deve essere un impulso per tutti alla difesa di valori e alla partecipazione.
Un libro inchiesta epocale. Dovrebbe essere letto da tanti. Anche semplicemente per provare a capire che, in mezzo a troppi protagonismi, la comunità è la cosa che funziona sempre di più. Perché siamo troppo abituati a lamentarci e a pensare che la nostra opinione sia solo nostra. Lo consiglio assolutissimamente.
Una cavalcata documentata, appassionata e partigianissima lungo l'avventura del movimento NO TAV, che da più di 25 anni si oppone alla realizzazione della linea AV Torino-Lione in Val di Susa finendo col diventare catalizzatore delle esperienze italiane di opposizione alle grandi opere, al "capitalismo selvaggio" e a certe tendenze antidemocratiche dello stato che si manifestano di quando in quando.
Premetto che non sono affatto NO TAV, anzi sono tendenzialmente a favore, se non fosse così difficile ignorare il modo con cui l'opera è stata imposta senza concertazione e portata avanti con repressione militarizzata supportata acriticamente e spesso dolosamente dalla politica e dalla stampa. E però se i progetti e le motivazioni dei promotori dell’opera hanno negli anni mostrato falle più o meno grandi, lo stesso si può dire delle controdeduzioni tecniche e ideologiche citate dai contestatori.
Per quanto mi riguarda uno dei motivi di maggiore interesse del libro è il permettere di far capire la peculiarità dei NO TAV valsusini: un calderone multiforme che in qualche modo unisce spirito della resistenza partigiana, lotte per i diritti civili, vittime della sindrome NIMBY, sacerdoti e fedeli cattolici, semplici cittadini, montanari idealisti, anarchici dei centri sociali e altro ancora. Il tutto in un clima di solidarietà, partecipazione, gioia e spirito di sacrificio che ne fanno una specie di laboratorio della partecipazione dal basso probabilmente difficile da replicare altrove.
Peccato che il libro lo racconti in maniera frammentata lungo più di 400 pagine rendendo il tutto un po' verboso per chi non sia veramente interessato, e soprattutto che la partigianeria di cui sopra non aiuti a prendere tutto quel che viene scritto per oro colato: la gioia che traspare quando si raccontano episodi in cui è stato possibile prendere in giro “le guardie”, osteggiare i “poteri forti” e più in generale riportare vittorie contro il nemico che è lo Stato, assieme al continuo collegamento con resistenze partigiane ai nazifascisti o lotte operaie contro i “padroni”, sono rivelatrici dell’ambiente di estrema sinistra bolognese da cui provengono i Wu Ming. Un idealismo tanto ammirevole quanto “comodo”, che permette di fare gli eterni contestatori senza sporcarsi le mani con la realtà.
Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1 è un libro che dovrebbe essere letto obbligatoriamente prima di parlare di Tav, indipendentemente dalle proprie opinioni in merito. Perché è un reportage appassionato e appassionante sulle lotte del movimento NoTav in Val di Susa e non solo. E perché è sì un libro di parte, nel senso che parteggia esplicitamente per la lotta del movimento, ma non lo fa per partito preso, ma sulla base di un lavoro di documentazione eccezionale e difficilmente contestabile. Il libro ripercorre 25 anni di storia del movimento NoTav, le sue lotte, le sue ragioni, la repressione che ha subito e continua a subire, per mezzo della stampa, quasi tutta allineata a sostegno del Tav, e per via giudiziaria. Senza contare gli innumerevoli episodi di violenza, spesso impuniti, da parte delle forze dell'ordine. Come promesso dal titolo, un viaggio non breve, ma necessario.
Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva… L’argomento era già stato toccato dal suo “collega di collettivo” (Wu Ming 2) ne Il sentiero degli dei, ma qui il ragionamento si fa organico, le parti in causa prendono forma e il confronto diventa personale. Alternando fatti di cronaca a racconto eroico, interviste a testimonianze personali, l’autore si prende il tempo di “mettere una faccia” al movimento NoTav e presentarlo in tutte le sue sfaccettature. Un documentario che, pur scivolando spesso in un diario di viaggio molto soggettivo, è molto utile per capire una situazione di conflitto tra Stato e collettività locale, goffamente descritta dal giornalismo tradizionale.
La migliore cronistoria che ho letto sul movimento No TAV. Un buon modo per capire questo fenomeno politico e sociale, la sua importanza e le ragioni che lo hanno spinto e che ancora lo spingono. Ci si mette parecchio a leggerlo, non perché non scorra via, ma perché è denso di pensieri, storie e narrazioni.
3,5* per difetto Diciamo subito che il libro è lungo a tratti noioso e, in generale, strutturato male. Diciamo anche che in realtà, più che di oggetto narrativo non identificato, si tratta di lungo resoconto di taglio giornalistico che di narrativo ha davvero poco (e di certo non le parti migliori). Detto questo, il libro di Wu Ming 1 è un appassionato racconto, a tratti autobiografico, della resistenza in Val di Susa, che non nasconde mai di essere di parte e non per questo perde di credibilità. Si può avere qualsiasi opinione sull'utilità del TAV per Lione ma ci si rende subito conto che l'enorme sforzo messo in campo dall'entità per reprimere le proteste, condizionare il dibattito pubblico e distorcere l'informazione non ha niente a che fare con l'interesse pubblico e, ancora meno, con la democrazia. Da leggere assolutamente.
Ho letto il libro, l'ho apprezzato e mi sono trovato complessivamente in disaccordo, soprattutto per quello che nel libro manca. Qui c'è il mio punto di vista in proposito:
Occorre liberare il campo da un paio di equivoci. Innanzitutto, il librone di Wu Ming 1 non è un libro sulla TAV (ovvero la nuova linea ferroviaria Torino-Lione): non si discute del progetto, delle ragioni del sì e del no, anche se tutte queste cose c’entrano. Il secondo equivoco è che si tratti di una storia del Movimento No TAV: non è così, se alla categoria del saggio storico si associano requisiti di rigore, stretta aderenza ai fatti, e chiarezza espositiva. Un viaggio che non promettiamo breve è una narrazione del Movimento No TAV valsusino.
Wu Ming 1 è stato un testimone appassionato e partecipe ed ha avuto accesso a documenti e alle molte voci dei militanti; il suo libro invasa una marmellata di episodi che, procedendo per accumulazione, forma un ritratto composito ma gelatinoso del Movimento. Ma – ed è questa l’operazione più interestante – nel farlo offre al lettore una cornice di senso del Movimento stesso. Un modo di inquadrare il fenomeno formato dall’assemblaggio di alcuni motivi ricorrenti.
Uomini e no Il Movimento No TAV, ovviamente, esiste in opposizione al progetto TAV Torino-Lione ed a tutti coloro che a favore di quel progetto operano ed hanno operato. Nel libro di Wu Ming 1 le due compagini sono rappresentate in maniera molto diversa: il Movimento No TAV è un collettivo di soggetti individuati, ciascuno dei quali ha un nome, un volto, una voce, una storia dalla quale emergono come splendidi filamenti gli intensi legami con la valle, talvolta lunghi due o tre generazioni; la controparte Sì TAV invece è rappresentata, alternativamente, sotto forma di una moltitudine indifferenziata (tipicamente la forza pubblica presente in valle, denominata di volta in volta “guardie”, “cerini” e “Blu di Prussia”), oppure della personificazione di forze astratte (“il capitale” o, più tipicamente, “l’Entità”) dotata di facoltà senzienti tramite la cosiddetta fallacia patetica.
Legame con il territorio Nella narrazione di Un viaggio che non promettiamo breve il Movimento No TAV è strettamente legato al territorio della Bassa Val di Susa. Il testo è disseminato di riferimenti alla compenetrazione territoriale fra militanza No TAV e Valsusa, con presidi e scontri ma anche case ed esercizi degli esponenti più in vista del Movimento che vanno a comporre una toponomastica militante doppelgänger sovrapposta a quella ordinaria. Più interessante ancora è la continuità storica fra No TAV e Resistenza valsusina: la richiama ogni pagina in cui i militanti No TAV si arrampicano su per i sentieri partigiani della valle; rieccheggia nelle ricorrenze di episodi della guerra partigiana che si sdoppiano man mano che ad essi si aggiungono, nelle stesse date e negli stessi luoghi, scontri con la polizia; più ancora, è innestata nella storia familiare di numerosi militanti No TAV; Wu Ming 1 rivendica implicitamente per i militanti del Movimento No TAV l’eredità morale della Resistenza. In definitiva, il Movimento No TAV è identificato con la Valsusa; una sua propaggine, una reazione di autodifesa prodotta da un corpo esterno irritante.
Comunità di militanza Un altro motivo interessante è la rappresentazione del Movimento No TAV come una comunità di militanza dai tratti idealizzati. La dimensione comunitaria della militanza, ovvero il conforto di un collettivo di prossimità con il quale condividere valori e battaglie, è un punto caro e dolente nella storia recente della sinistra. Dissolvendosi e compiendo la transizione al cosiddetto partito leggero, l’ex PCI l’ha mandata in soffitta, seguito a ruota dai sindacati in crisi di identità e di iscritti. Forse non è un caso se il Movimento No TAV è nato e prosperato nel medesimo venticinquennio in cui si è consumata l’estinzione della grande militanza organizzata a sinistra. Mentre le sezioni chiudevano o si riconvertivano in circoli (un nome infelice che a me ha sempre fatto venire in mente freccette e riviste vecchie, l’atmosfera un po’ stanca di un dopolavoro), i militanti valsusini riscoprivano la mobilitazione e formavano un movimento in cui chiunque potesse sentirsi protagonista. La loro controparte risulta invece un potere ottuso, i cui movimenti si possono ricondurre interamente al principio di autorità od alla procedura burocratica – e poco importa che il potere delle grandi organizzazioni si muova sempre lungo questo doppio binario autoritario/burocratico, anche quando la sua finalità non è controversa quanto la realizzazione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione.
Tirando le fila La rappresentazione del Movimento No TAV come un collettivo di individui fra i quali si forgia un’alleanza fraterna al fuoco di cento battaglie che li vedono contrapporsi ad un potere ottuso ed oppressivo nella difesa di un territorio ha un respiro irresistibilmente epico. Ma l’epica dello scontro non è paritaria, non canta dello scontro fra soggetti isomorfi e di pari dignità, bensì la lotta di un popolo contro un invasore moralmente squalificato che si presenta sotto forma di moltitudine indistinta, o di mostro vero e proprio solo agli occhi di chi lo sa vedere. Si tratta di un’epica in cui Omero cede il passo a Tolkien. In definitiva, è questa epica asimmetrica la cornice di senso che Wu Ming 1 offre al lettore per inquadrare il Movimento No TAV. A ben vedere, questa chiave di lettura è già visibile nella (bellissima) illustrazione di copertina di Zerocalcare, che riprende la bandiera No TAV (una croce rossa che cancella un treno lanciato a tutta velocità) trasformando la croce in uno squarcio aperto sul popolo No TAV, variegato e unito, uomini e donne, giovani e vecchi, nella resistenza contro un treno-entità minaccioso e senza volto. C’era già tutto.
Una volta terminata la lettura, rivisti gli appunti ed alcuni passaggi salienti, rimane aperto un interrogativo. La rivendicazione dell’impegno sociale, la complessità narrativa, la sperimentazione di punti di vista molteplici ed extraumani ed il ricorso alla fallacia patetica fanno di Un viaggio che non promettiamo breve uno di quegli “oggetti narrativi non identificati” che lo stesso Wu Ming 1 ha classificato come “New Italian Epic”. Con l’interessante differenza che il suo soggetto non è tratto né dal fantapassato né dal fantafuturo, è invece materiale narrativo vivente. Ma siccome a più riprese il vero poetico prende il sopravvento sul vero storico, mi sono chiesta se Wu Ming 1 abbia prestato la propria penna al servizio del Movimento No TAV, o se abbia preso in prestito in Movimento No TAV al servizio della propria penna. Non c’è malignità nella domanda, e ritengo probabile che, nel prestare la propria penna, Wu Ming 1 abbia inevitabilmente prestato anche la propria poetica.