Il livido sulla fronte
Ancora una volta Nadeem Aslam ci trasporta nel cuore del Pakistan, la sua patria originaria, di cui pur essendosi trasferito da decenni in Inghilterra non riesce evidentemente a dimenticare i vincoli più profondi.
Continua a descriverci , attraverso le sue storie di gente comune, le ripercussioni dell’integralismo sulla vita di ogni giorno che condizionano, in misura a noi quasi incomprensibile, destini, aspirazioni, passioni, soprattutto il desiderio di una vita pacifica di convivenza a cui nonostante tutto, o proprio a causa di tutto, gran parte della popolazione anela.
Rispetto ai primi romanzi, in primo luogo Mappe per amanti smarriti che credo rimanga la sua opera migliore, Aslam sembra avere ridotto l’attenzione alla psicologia dei personaggi, che qui appaiono vagamenti stereotipati, rispetto alla realtà del quadro d’insieme che passa ancor più in primo piano. Ne risulta inevitabilmente un romanzo più interessante che appassionante dove, avvalendosi della sua esperienza, l’autore mira a farci comprendere un mondo caratterizzato da aspetti estremamente controversi e variegati.
Colpiscono l’attenzione i livelli di intransigenza sempre più folli con i quali l’integralismo religioso, rappresentato da una minoranza di fanatici, impone a tutto il paese la propria claustrofobica visione dell’esistenza. Emblematico a tal proposito “il livido sulla fronte” che contraddistingue i più invasati, auto inflitto tramite l’esecuzione particolarmente violenta e reiterata della genuflessione di preghiera e che diventa un segno di “devozione” ostentato e minaccioso verso il prossimo. Attentati suicidi che colpiscono luoghi di culto non solo cristiani o ebraici, ma anche di altre correnti spirituali islamiche, come l’esplosione che uccide decine di fedeli presso il mausoleo Sufi di Charagar, negozi pavimentati con mattonelle che rappresentano bandiere di Stati Uniti, Israele, Danimarca (è il periodo delle vignette danesi sullo Jyllands-Posten) per manifestare il disprezzo calpestandole, accuse di blasfemia con minaccia di arresto per qualunque comportamento ritenuto non perfettamente conforme ai dettami imposti dal fondamentalismo.
In definitiva l’atmosfera che si respira nell’immaginaria città di “Zamana” (che credo rappresenti Lahore) è illustrata con efficacia e determina empatia e profonda compassione per la comunità nel suo complesso, ma il romanzo vero e proprio, l’interesse del lettore per le vicende che coinvolgono Nargis, Imram, Helen e gli altri protagonisti, sfuma pian piano in direzione opposta, verso una progressiva rassegnazione, fatalismo o addirittura indifferenza.