06/06/2021 (*****)
Saggio molto godibile, scritto benissimo, e nel contempo molto onesto.
Consapevole del dibattito in corso negli anni di redazione del libro (2005-06), più ideologico che fattuale, Ward-Perkins cerca di dimostrare l'ovvio, ossia che l'epoca delle invasioni barbariche (o, più correttamente, delle grandi migrazioni), principale causa del collasso dello stato romano, fu un periodo catastrofico, di impensabile arretramento tecnologico e culturale.
A suffraggio della constatazione l'autore porta una serie di dati e testimonianze archeologiche e, dove presenti e accettabili dal punto di vista storiografico, letterarie. Dal tracollo della produzione e della distribuzione del vasellame (bene di fondamentale importanza in epoca romana) alla enorme rarefazione, fino alla quasi scomparsa, della circolazione monetaria, tutta la complessa e stratificata società romana collassò gradualmente verso uno stato di sostanziale caos e sottosviluppo. Questo passaggio, dalla complessità alla semplicità, avvenne in un paio di secoli caratterizzati da turbinii di guerre, saccheggi, invasioni e carestie, in cui la struttura economica e culturale romana arretrò a livelli (variabili, a seconda delle diverse zone del Mediterraneo centrale e occidentale) non dissimili da quelli di età preromana, con picchi di sottosviluppo impressionanti nelle aree più periferiche (in Britannia si persero sia l'uso della lingua scritta che tutta una serie di basilari tecnologie, fra cui l'arte delle costruzioni in pietra e il tornio per vasai).
Notevole è la chiusura, in cui l'autore cerca - con somma onestà - di capire i motivi ideologici alla base di quelle specifiche correnti accademiche che si sono, in quegli anni ma anche successivamente, poste l'obiettivo di dipingere la caduta della civiltà romana come un moderato pacifico e (addirittura) concordato passaggio di consegne fra popoli all'interno del medesimo orizzonte culturale. Cosa ovviamente falsa, dato che non ci nessun concordamento e che i popoli germanici ebbero la meglio con la forza su un Impero raffinato e complesso ma stremato a causa delle sue turbolenze interne e delle sue irrisolte tare strutturali, soprattutto in ambito di organizzazione economica.
Direi che non stupisce nessuno che questa impostazione, prettamente ideologica, si sia sviluppata nei think tank americani e abbia trovato terreno fertile anche in Europa (soprattutto in ambienti, putacaso, germanici e nordeuropei); molto meno attrattiva è risultata nell'Europa latina, e per una volta gli accademici italiani sembrano aver mantenuto una loro posizione più realista, suffragata soprattutto dai rilievi archeologici.
Questo nonostante l'Italia post-romana sia stata una delle zone occidentali in cui la civiltà subì gli arretramenti meno apocalittici: per tutto l'alto Medioevo il tessuto urbano italiano tenne sostanzialmente, anche se molto ritratto per dimensioni, qualità costruttiva, complessità e demografia. Tale situazione, unita alla favorevole posizione geografica al centro delle rotte commerciali, fu alla base del rilancio economico e culturale dell'anno Mille. Esiste ormai una importante branca di studi storici e archeologici inerenti l'Italia tardo antica e alto medievale, epoca prima negletta e schiacciata mortalmente fra i due poli culturali della nostra cultura (età romana e età bassomedievale), che ha decisamente reso lampante come i dati archeologici in nostro possesso dimostrano e suffragano in sostanza i resoconti letterari di cui disponiamo, pur con le necessarie mediazioni e interpretazioni su un periodo, quello dal V al VII secolo, in ogni caso da approfondire. Il fatto che sussistano sfaccettature diverse non significa però trasformare secoli di depressione e involuzione nell'esatto opposto.
La caduta della civiltà romana, di gran lunga la più complessa e strutturata dell'età antica (e tale rimasta almeno fino al Rinascimento), fu un processo relativamente lento, dovuto a varie cause e avvenuto in maniera violenta, che culminò nei tremendi secoli V e VI con un rovinoso collasso, che seppellì quasi del tutto un intero mondo di complessità, sapere, relazioni, azzerando commerci e riducendo in misura drastica la ricchezza nel bacino del Meditteraneo (con l'esclusione, importante, dell'Oriente, che ebbe la fortuna di non essere travolto dalle migrazioni barbariche e che sopravvisse e prosperò sotto uno stato unitario e forte).
Se da un lato il revisionismo e la messa in discussione di tesi prestabilite o di lunga durata sono parte di un meccanismo di discussione senz'altro utile e profittevole, sconcerta l'abuso che correnti ideologiche o politiche ne possono fare, arrivando a paradossali travisamenti o capovolgimenti di realtà fattuali e consolidate, basandosi sul nulla.
E' ormai una realtà di fatto del nostro mondo contemporaneo, esacerbata ulteriormente negli ultimi anni rispetto all'epoca in cui fu scritto il saggio, e gli esempi - mediatici - sono innumerevoli. Fa spavento, soprattutto in un'epoca di infodumping e superficialità di analisi come la nostra, in cui ogni teoria, anche la più bislacca, non fa fatica a passare.
Al netto di questo aspetto, in ogni caso fondamentale come l'autore stesso chiosa nell'ultimo capitolo, è un saggio curato, appassionante e ampiamente condivisibile. Non posso che consigliarlo.
Un'unica critica: i grafici sullo sviluppo della complessità economica per area, costruiti più sulle sensazioni che sui dati empirici (peraltro, impossibili da definire e ricostruire), non si possono vedere, anche se ne ammetto l'immediatezza a uso divulgativo.