Non so se questo romanzo mi sia piaciuto o meno, ma ha sicuramente dei tratti peculiari che mi hanno ammaliata.
La lettura è un viaggio a ritroso in un mare di ricordi, attraverso un passato pieno di gioia, di ricchezze, tramutatosi poi in dolore, solitudine, confusione. Il tempo della storia non è quello corrente per l’appunto, ma quello passato. E questa preponderanza della dimensione del ricordo e della nostalgia è troppo lontana, smarrita, eppure è ciò che occupa l’animo e i pensieri dei personaggi. La resa è anche visiva, dato che i flashback sono scritti tutti in corsivo e solamente sfogliando il libro si ha già un’idea.
La storia è quella della stirpe dei Corvo, vissuti nel paesello di Hegroz da sempre, ma più che una saga familiare, la narrazione si concentra sulla decadenza della famiglia, ponendo la lente di ingrandimento sugli ultimi membri con cui potenzialmente essa è destinata a scomparire. E tutti questi sono prigionieri delle glorie passate, eccetto uno, Monica, l’ultima della stirpe dei Corvo, l'ultima nata e ancora preda dell’ingenuità della gioventù.
È questa la condanna dei Corvo: il tempo, che passa inesorabilmente; la fame e la sete, di quello che è stato; e la risacca, questo moto continuo che ti fa avanzare e poi tornare indietro, in un ciclo senza fine.
L’immobilismo è in assoluto il tema centrale del romanzo. Tutti i personaggi pensano degli altri che siano dei morti in vita, e che passino la loro esistenza a rincorrere fantasmi. Per questo, altrettanto forte è il richiamo alla vita, che negli avvenimenti si traduce nella fuga dalla Encrucijada, la mansione di famiglia, immersa nel bosco e nelle montagne, che rappresentano a loro volta castigo e via di fuga. Sono infatti tutti prigionieri: delle proprie scelte, della propria casa, del paese racchiuso in montagne invalicabili. Ci sono poi anche i veri detenuti, che scontano la propria pena carceraria tra le montagne di Hegroz, lavorando alla costruzione di una diga.
E se quindi l’immobilismo governa la storia, la morte tesse le sue trame. D’altronde questa, nella sua accezione figurata condanna le sue vittime all’incapacità di VIVERE (nel senso assoluto del termine, non di esistere) il presente, mentre a quella fisica (la vera morte) condanna tutti i personaggi che sembravano avere il potenziale per una vita migliore, o che comunque avessero potuto avere un avvenire; per meglio dire, coloro che non si sarebbero fatti trasportare dalla risacca. Alla fine in entrambi i casi sono dei figli morti!
Ana Maria Matute gioca molto a trattare ogni tema sia sul piano del reale che del figurato. Così come la morte, anche la prigionia è sia una condizione dell’essere che una circostanza sostanziale.
C’è poi la questione della redenzione: beh in questo libro nessuno è redento. Tutti i mali vengono per nuocere e in questo circolo vizioso del tempo, in questa risacca che sballottola i protagonisti tra presente e passato, non esistono miglioramenti, se non puramente intenzionali. Leggendo mi sono chiesta a più riprese se ci fosse un personaggio in particolare che mi avesse colpita e mi dico che in realtà nessuno. I difetti sono fortemente accentuati: Gerardo Corvo, il capostipite, un ubriacone egoista e schiavo dei tempi ormai andati; Isabel, sua figlia, preda delle sue manie casalinghe di perfezione e dei disperati tentativi di riabilitare la grandezza dei Corvo; Daniel, suo cugino ribelle, solitario, egoista e timoroso, che nonostante l’odio per la sua famiglia, torna per morire a casa perché non ha nessun altro e nessun posto dove andare; Miguel, il giovane detenuto, è disposto a tutto pur di vivere, persino a commettere un omicidio.
La storia si svolge nel pre-, durante e post-guerra civile spagnola, ma la dimensione politica e collettiva della guerra non sono affatto menzionate. Tutto accade a livello individuale, la caratterizzazione dei personaggi occupa tutto lo spazio, e non c’è tempo per nient’altro.
Nonostante questo, la natura scandisce il ritmo del romanzo: le piogge, gli alberi, l’odore della terra, i lupi che abitano le montagne di Hegroz, i bambini che camminano scalzi per la foresta e giocano nel fiume. E' come se, grazie al contatto con la natura, l’autrice volesse riportare anche i personaggi al loro stato naturale, mossi da bisogni e desideri individualistici, atti a garantire la propria sopravvivenza.
In sostanza, mi ha rapita il modo di presentare i ricordi, molto realistico: non ci è dato sapere tutto, solo degli sprazzi del racconto, solo quello che è rimasto vivo nella memoria e che ha delle ripercussioni nel presente. Mi è piaciuto lo scorrere della storia, il modo stesso di raccontare, molto coinvolgente. D’altra parte, non è nata nessuna empatia con i personaggi e la scrittura non ha aiutato, soprattutto nei passaggi in cui un sostantivo era accompagnato da almeno una decina di aggettivi. Se non posso dire che il libro mi sia piaciuto, posso senz’altro dire che non mi è dispiaciuto!