Questo è uno di quei libri che mi spinge ad attribuire un numero di stelline che non si basa su un mio personale metro di giudizio, ma su ciò che mi suggerisce GoodReads. Preghiera nell'assedio non è un brutto libro, ma non è neanche un libro che mi è piaciuto come speravo (il tempo che ci ho messo a leggerlo parla da sé), perciò, per me, it was just ok e di conseguenza non posso assegnargli più di due stelline.
Ammetto di aver avuto grandi aspettative da quando ho visto questo titolo tra le nuove uscite della Keller. Mi incuriosivano il titolo e la premessa che si trattasse di un romanzo ambientato durante l'assedio di Sarajevo che non fosse un resoconto di fatti storici, ma il racconto di una persona qualunque che cerca di sopravvivere nella città occupata (l'autore, Damir Ovčina, che è nativo di Sarajevo, ha incluso anche elementi autobiografici). Nello specifico, la persona qualunque è un ragazzo bosgnacco che si ritrova bloccato a Grbavica, quartiere di Sarajevo in mano ai serbi, che in un primo momento viene inquadrato in un gruppo operativo incaricato di seppellire i morti e svuotare gli appartamenti per ordine dei serbi e poi costretto a nascondersi per anni in attesa della fine del conflitto e con la speranza di poter ritrovare il padre. Il titolo originale, Kad sam bio hodža (Quando ero un hodža), è un riferimento esplicito al ruolo che i serbi hanno attribuito al nostro anonimo protagonista-narratore, poco religioso ma costretto a dire qualche parola di rito durante le sepolture dei bosniaci musulmani trucidati dai serbi nei loro appartamenti (lo stesso protagonista dirà a una conoscenza che durante la guerra è stato un hodža). Quello italiano è meno diretto, ma credo renda comunque l'idea.
Il libro, che è narrato in prima persona, si divide in tre sezioni: la prima ci parla della malattia della madre del protagonista e degli ultimi giorni prima dell'inizio dell'assedio; la seconda, la più corposa, vede il protagonista bloccato a Grbavica e costretto a lavorare per i serbi; la terza, infine, ci racconta dei giorni, mesi e anni che il protagonista passa nascosto in attesa della fine dell'assedio. Pochi personaggi hanno un nome, nessuno ha un cognome; ho apprezzato molto questa scelta perché trovo che renda la storia universale e che aiuti il lettore a concentrarsi sui fatti, sui crimini di guerra, sulla distruzione della Sarajevo assediata dai serbi che riversano il loro odio sulla popolazione musulmana, uccidendo innocenti soltanto perché hanno un cognome "sbagliato", cercando di annichilire una intera popolazione. Non ci serve necessariamente sapere i nomi dei personaggi che il protagonista incontra sul suo cammino: occorre, a noi lettori, sapere cosa è successo loro, ma anche a tantissimi bosgnacchi negli anni '90.
Finite le cose interessanti, bisogna passare a quelli che per me sono stati i tasti dolenti: lo stile e la ripetitività.
La storia è raccontata in prima persona dall'anonimo protagonista, ma con una serie di frasi spezzate e di discorsi diretti mai segnalati dalla punteggiatura. All'inizio è stato pesante abituarsi, ma dopo le prime 100-150 pagine è subentrata la rassegnazione, dovuta anche all’idea che che il libro fosse scritto a mo' di diario, come se fossero gli appunti un po' riadattati che il protagonista, che vuole segnare nomi, fatti e tutto ciò che vede e sente durante gli anni di assedio per non dimenticare nulla, è andato annotando nel tempo. Così forte è stata la rassegnazione che le mie due tristi stelline non sono dovute, però, alle frasi spezzettate quanto alla ripetitività, ma ad altro.
Come dicevo più sopra, di Preghiera nell'assedio mi ha attratta la premessa che fosse un racconto più sul piano personale che su quello storico. Mi aspettavo racconti di cose apparentemente banali ma sinonimo di “normalità” in un periodo storico molto convulso, di vicende tristi, di speranze e aspettative, ma non che quasi ogni capitolo della seconda e della terza parte fosse più o meno la ripetizione del precedente. Mi spiego meglio e con qualche spoiler. Nella seconda parte, il protagonista fa sempre le stesse cose, più o meno: è costretto a uscire di casa, a seppellire i bosgnacchi uccisi dai serbi, a portare fuori elettrodomestici dagli appartamenti abbandonati per soddisfare i capricci di qualche serbo che vuole avere tutti i comfort anche in mezzo ai proiettili; c'è il compagno di lavoro musicista che gli mima di scrivere tutto quello che sente ogni volta che qualche sopravvissuto alle razzie serbe racconta la sua storia, come se il protagonista, alla centesima volta, non avesse capito cosa scrivere e cosa no; c'è la vicina serba che mantiene la sua umanità e salva il protagonista procurandogli cibo, libri, sicurezza; ci sono le notti passate con la vicina; così, a ripetizione, più e più volte. La terza parte, per ovvi motivi, diventa ancora più insopportabile: il protagonista è rinchiuso in casa, costretto a nascondersi, e ci tiene a ripeterci quante flessioni fa, quante pagine legge in quanti minuti, che esercizi di scrittura fa, come scandisce il tempo che passa, i segnali che scambia con la vicina per scendere/salire/etc. Non parliamo di una manciata di pagine, ma di ben più della metà delle 700 che compongono questo libro. Non avevo e non ho nulla contro il racconto della “normalità” di quella che è diventata la quotidianità del protagonista durante l'assedio, anzi, ma se le pagine fossero state di meno e si fossero tagliate le ripetizioni più ridondanti e la struttura dei capitoli non fosse stata così simile, avrei sicuramente apprezzato di più. L'errore, però, è mio, non di Ovčina: la lettura è stata sbagliata per me e io posso dire cosa mi sia piaciuto o meno, ma il libro non può cambiare per accontentare i gusti di una persona. La prossima sceglierò con più cura o dovrò ricordarmi di tenere basse le aspettative quando non sono al 100% sicura di un libro, anche se ha le giuste premesse per piacermi.