Questo è uno dei libri più brutti che abbia mai letto.
Forse non è brutto in modo esilarante e plateale come Niente di vero tranne gli occhi di Faletti; non è lungo e noioso fino alle lacrime come certi classici della letteratura francese settecentesca; non è volgarotto come i libri di Ken Follett.
Però è un libro insopportabile e il fatto che sia pubblicato da Einaudi peggiora solo le cose.
Intanto è scritto in modo pretenziosissimo, con frasi ad effetto che provocano ilarità (me lo vedo un cagliaritano che parla della sabbia del Poetto dicendo che non è più quella di un tempo per colpa di un “improvvido ripascimento”), ma più che altro a irritarmi sono stati la trama e i personaggi, in particolare la protagonista e voce narrante, che non solo è la persona più piena di sé che mi sia capitato di incontrare in letteratura, ma è talmente convinta di sapere tutto e di doverlo far sapere anche al mondo, che ogni volta che apre bocca parte con un pippone che non finisce più, su qualsiasi argomento. Il momento più bello del libro arriva verso la fine, quando un suo caro amico le dice “Eleonora, vaffanculo!”. Dopo non so quanti anni di conoscenza, e centottanta pagine per il lettore, se l’era meritato.
Ma partiamo dalla trama: Eleonora è una trentottenne attrice (“di teatro di prosa” inserire gif di qualcuno che alza gli occhi al cielo qui, ma inseritela come recensione al posto delle parole e avrete capito cosa suscita questo romanzo), che ogni tanto prende degli “allievi” per insegnare non si capisce bene cosa: la vita, stare al mondo, le relazioni sociali, l'arte, boh. Per gran parte del libro è tutto lasciato in termini molto fumosi, a volte buffi credo involontariamente (ma se era voluto, allora la Murgia mi sta un pochino più simpatica), ad esempio paragonando la cosa all’addestramento dei cani. Non si capisce bene quale sia il punto di queste relazioni, tant’è che a un certo punto pure una sua amica le chiede come mai prenda solo “allievi” maschi (bella domanda, me lo chiedevo anche io: siccome a un certo punto aveva fatto tutto un discorso sui diamanti che lei trova in giro, mi sono domandata se non ci siano mai diamanti di genere femminile). Lei si picca e le dice che no, non se li porta a letto se è questo che l’amica stava chiedendo, ma che ovviamente c’è del desiderio (sidenote: uno dei suoi passati allievi aveva quindici anni), perché non si può imparare se non c’è desiderio. Boh, vabbe’.
Eleonora dunque inizia a spiegare la vita al suo nuovo alievo, Chirù. Nel primo incontro gli insegna dei riti, e parla con frasi di questo genere: “ Un rito è un segnale di riconoscimento reciproco”; racconta che lei ne ha uno col giornalaio che lo aiuta a sentirsi speciale visto che fa un lavoro anonimo (“[questo rito] serve a dare senso a un mestiere noioso in cui a nessuno importa chi sei”), e quindi quando lei va in edicola invece di chiedere La repubblica gli chiede “quella delle banane”, e quando vuole L’unione sarda, dice “quella che fa la forza”. Ed ecco, questo è il tipo di persona che è Eleonora, una persona che i giuovani d’oggi definirebbero “a special snowflake” che tutti, nel suo narrare, amano (la sua amica la definisce una “super stella” che attira tutti nella sua orbita), che può cambiare la vita delle persone e indirizzare le scelte di giovani menti, ma che può anche dare luce alla giornata del povero giornalaio col suo giochino. È talmente sicura di poter spingere verso la strada giusta, che con un allievo precedente si arrabbia perché lui, invece di scegliere di fare il poeta o il drammaturgo a tempo pieno (mia madre avrebbe detto “e poi cosa mangi, caschette?”), opta per la carriera accademica.
Alla seconda lezione con Chirù lo porta a una festa tra la gente dello spettacolo a Roma, e gli fa capire quanto sia inesperto dandogli del “coglione” perché si è annoiato con quello che poi si rivela essere il direttore di un teatro dell’opera (Chirù è un aspirante violinista), dicendogli che già dagli abiti avrebbe dovuto capire che tipo di persona importante quell'uomo fosse; così alla terza lezione lo porta in una sartoria (in cui i dipendenti guardano male Chirù perché, e vi ricordo che ha 18 anni, è vestito con “una felpa”) per fargli tastare con mano i vari tessuti così d’ora in poi potrà giudicare le persone dal modo in cui vestono; e però in un momento successivo Eleonora si stupisce che Chirù stia diventando “ipocrita” quando lo sente parlare male, di fronte agli insegnati del conservatorio, del suo migliore amico e dice di capire, adesso, perché questo ragazzo odora di foglie marce (?).
Ma Eleonora è anche il tipo di persona che, convinta come dicevamo di essere dotata di una saggezza fuori dal comune, ma anche di una grande consapevolezza di sé, può allo stesso tempo criticare delle persone appena conosciute per cinque minuti, e dire che lei non si sognerebbe mai di dire tutto ciò che pensa perché “quello che io chiamo pensiero non somiglia in nulla a un lampo illuminante, perché è il risultato di un delicato processo di risalita da certi fondali solo miei”. Questo succede quando, finalmente, dopo più di cento pagine passate a domandarmi “ma dove cavolo sono i genitori di questo ragazzino?”, compaiono il padre e la madre di Chirù, che Eleonora liquida come incapaci di capire cosa lei può dare al loro figlio (“un supporto economico e relazionale che aveva lo scopo di aumentare le possibilità del suo talento” - ma più avanti nel libro si scandalizza perché lui le ha chiesto “una raccomandazione”), perché la madre lavora in dogana (“una che misurava le cose a cabotaggio”) e il padre è farmacista (“[misurava le cose] a controindicazioni”). Dopodiché, sempre perché i suoi giudizi arrivano lentamente dai fondali marini or something, sentenzia: “ebbi la certezza che quel ragazzo sapesse quanto me che c’erano molti modi di essere orfani”.
Ed Eleonora è, anche, il tipo di persona che pensa che il suo allievo precedente si sia suicidato perché era troppo innamorato di lei, e che amici e parenti non abbiano la più pallida idea di cosa passasse per la testa del ragazzino, mentre lei sì, lei sa tutto.
Eleonora è il tipo di persona che la madre sceglie di non vedere prima di morire, presumibilmente perché, poveraccia, dopo il tumore e una figlia del genere vorrebbe almeno morire in pace.
Insomma, questo è l'andazzo, e mi spiace non poter riportare esempi più pregnanti della mirabolante prosa della Murgia, perché erano troppi e non me li sono segnati.
Il problema non è neanche che Eleonora è una mitomane a cui piacciono i ragazzini, il problema è che il libro è scritto male, in modo presuntuoso, la voce narrante non si sopporta per le poche pagine che dura il romanzo, i dialoghi risultano per lo più forzati e ridicoli, la trama non sta né in cielo né in terra, e anche il finale è abbastanza vergognoso. Però devo dire una cosa, vale la pena leggere Chirù almeno per godere della descrizione della pièce teatrale che Eleonora porta in giro per l'Europa.
p.s.: Murgia, la parola che cerchi per indicare un periodo di dieci anni è decennio, non decade.
p.p.s.: ma come si fa a scrivere a matita su gusci di uova fresche?
p.p.p.s.: Murgia, Ibsen era norvegese.