Un romanzo che è un corpo a corpo fra padre e figlio, un confronto serrato ed estremo nella solitudine dei ghiacci artici.
La più grande avventura che mai uomo possa intraprendere: ritrovare suo padre.
Ci siamo. Ecco cosa capisce Carlo non appena riceve la telefonata di suo padre. Un pensiero immediato, che non lascia dubbi. Ci siamo. E infatti basta quella telefonata per spezzare in un attimo, in un breve scambio di battute, la regolarità della sua vita londinese, il lavoro allo studio di architettura, le sere e i fine settimana allegri con la moglie Francesca e i gemellini... Il padre - un padre debordante e iroso, intemperante e pieno di genio, da cui Carlo ormai da anni si tiene a distanza di sicurezza - lo chiama da Upernavik, Groenlandia, per chiedergli di aiutarlo a portare una barca, il Katrina, da lì fino in Canada. Perché il passaggio del titolo è il celeberrimo passaggio a Nord-Ovest, ed è su quelle acque pericolose e fra quei ghiacci, fra quelle solitudini e gli sporadici incontri con gli inuit delle coste, che ha luogo il confronto fra un padre e un figlio.
Ho affrontato questo romanzo sperando di fare un viaggio per mare ed in effetti per buona parte della narrazione i protagonisti si ritrovano su una barca a vela nelle regioni dell'artico. Belli i brani che parlano della traversata, forse un pò impegnativo per chi non è avvezzo ai termini nautici, ma nel complesso belle le descrizioni degli ambienti e della vita sulla barca. L'altra parte del libro racconta la storia della vita del protagonista e le dinamiche della sua famiglia. E qui il romanzo non mi è piaciuto. Avrei preferito si trattasse solo della descrizione di un viaggio, come i vecchi romanzi di avventura, invece cerca di parlare non solo del passaggio fra i ghiacci ma anche del rapporto padre e figlio e quindi il passaggio diventa una sorta di metafora. Il problema, quando ci si avventura nella psicologia dei personaggi, è che i lettori possono apprezzarli o meno. Cioè, non si parla di quello che fanno, ma di ciò che sono. Ed ognuno di noi ha delle tipologie di persone, o meglio di caratteri, che non sopporta. Ecco, a me il padre non piace. Non mi piacciono le sue scelte di vita, non condivido il fatto che molli la famiglia per soddisfare i propri bisogni, non comprendo come lo si possa giustificare dicendo che ha "una bestia dentro" , non apprezzo chi fa figli e li molla lì perchè deve rincorrere i propri sogni. Se vuoi rincorrere i tuoi sogni prenditi un cane, non fare figli che poi molli sulle spalle della madre. Il padre mi sembra un bambinone egoista che non chiede neanche scusa, forse non l'ho capito, di sicuro non l'ho apprezzato. E questo incide pesantemente sul voto che assegno a questo romanzo. Peccato, a mio avviso questa è stata una occasione persa.
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Ci sono viaggi che ti portano lontano. E poi ci sono quelli che ti riportano dove non sapevi di voler tornare
Se pensate che Il passaggio (Feltrinelli, 2016) sia 'solo' un romanzo di mare, fatevi un favore: lasciate perdere l’idea romantica di vele bianche e tramonti Instagrammabili giacché qui il mare è un tribunale, e il ghiaccio è il giudice incorruttible (e meno male che al referendum ha vinto il NO ✌️)
Carlo vive a Londra: lavoro, moglie, due gemelli, routine da adulto funzionale. Poi squilla il telefono. Dall’altro capo c’è qell'hippie di suo padre, che lo chiama da Upernavik, in Groenlandia, e con due parole gli spazza via la regolarità della vita 'in ordine'. Destinazione: Canada. Mezzo: il Katrina. Scusa ufficiale: una tappa del leggendario Passaggio a Nord Ovest. Scusa reale: sorry, niente spoiler.