In magia e stregoneria l'impiego delle sostanze vegetali non si limitava a una forma di erboristeria, a una specie di farmacia primitiva e parascientifica. I sapienti d'un tempo conoscevano a fondo (in molti casi più a fondo di noi) le virtù terapeutiche delle erbe, dei semi, delle radici, delle varie parti di ogni specie di pianta; sapevano come trarne rimedi adatti alla cura di ogni genere di patologia. Ne conoscevano inoltre le virtù psicotrope: ovvero, i loro effetti non soltanto sul corpo fisico, ma anche sulla mente. Ma non limitavano a questo le loro cognizioni: sapevano che, al di là degli effetti fisici di una sostanza, essa era parte di una realtà immensamente vasta e complessa, e le sue funzioni non potevano essere spiegate compiutamente senza tener conto di tutta l'immensa trama di corrispondenze che avvolge, compenetra e rende coerente il Tutto. Da questo sapere e consapevolezza emergeva l'uso magico delle piante, un uso ben più esteso del semplice impiego come medicinali. In questo piccolo classico dell'esoterismo, apparso alla fine dell'Ottocento, il medico e rosacroce francese Emile Gilbert per la prima volta analizza le sostanze usate nella tradizione magica tenendo presente non soltanto l'aspetto scientifico, ma anche e soprattutto la natura "trascendente" delle sostanze vegetali in uso presso le comunità magiche. Nessun altro prima di Emile Gilbert aveva fatto alcunché di simile, e ben pochi l'hanno imitato, ancor meno con pari efficacia.
Di questo testo posso (a fatica) perdonare la sintassi, considerato che ha più di un secolo, ma scommetto che l'aria di condiscendenza che emana stesse un po' sul gozzo anche al lettore dell'epoca. Non so se Fusco, nell'introduzione all'edizione italiana, abbia ragione dicendo che Gilbert sia stato il primo a scrivere un testo che tratta di piante da un punto di vista esoterico, ma di sicuro si sbaglia quando sostiene che successivamente non se ne sia parlato "con pari efficacia". Ci sono testi migliori. Più approfonditi, meno boriosi, meno confusi. E ci vuole poco, visto quanto borioso, confuso e poco approfondito è questo testo.
Devo ammettere che ho iniziato questo libro già prevenuto. La prefazione del sign. Fusco ruota infatti attorno a un comune preconcetto secondo il quale la scienza moderna tratta la Natura in modo "asettico" ed è quindi miope e non è in grado di vederne aspetti che gli antichi riuscivano invece (e immancabilmente) a cogliere. Antichi che, in questa visione delle cose, erano più saggi di noi e "avevano capito tutto".
Tutta questa "saggezza" si esprime in questo libro come un lungo elenco di superstizioni atte a descrivere e interpretare ciò che gli antichi, privi della tecnologia moderna, non erano in grado di spiegare. La "magia" di cui si parla altro non è che un compendio di inspiegabili eventi, oggi per lo più chiari alla scienza moderna.
È un libro che sconsiglio sia per una sintassi datata e un'analisi estremamente parziale della questione.
Anche io mi aggiungo alle critiche prima della mia. Un libro noioso, va bene è scritto in modo demodè diciamo così, perché è antico. Però ti perdi con facilità se hai dei DSA come me. Poi io se un libro che mi parla di erbe mi deve andare indietro di 100 anni o 80 o 1000 per parlarne non mi interessa. Tu dimmi a cosa serve la Bella donna cosa farne e cosa no, oppure con la Lavanda, non dico in modo perfetto come fosse Farmacia, Medicina o Erboristeria. Ma che io ne abbia almeno le basi. Non 'sta palla!