Il corpo celeste a noi più vicino, un planetoide in orbita sublunare conosciuto come Erewhon, è un'entità semiorganica i cui vertiginosi panorami di liquami e acidi corrosivi sfidano la resistenza dell'uomo. Si può uscire alla superficie solo protetti da tute ultra-resistenti, a lavorare per la Pulphagus® o a guardare la Terra e la Luna che sembrano irraggiungibili. È qui che si svolge l'appassionante ricerca di una ragazza scomparsa, Mirea, che il pulphago Shevek deve ritrovare dopo sette anni. La caccia comincia per ordine di Raskal, potente emissario della società che controlla Erewhon. Ma è subito chiaro che a imporre le crudeli regole del gioco sarà la stella di fango, un mondo semivivo, gigantesco divoratore capace di uccidere anche solo con i suoi rifiuti... Una storia drammaticamente orchestrata fra mondi estremi, dove vivere è difficile e anche le parole si pagano.
Duecento anni nel futuro un planetoide in orbita sublunare è stato designato come discarica dell'umido dell'intera Terra. Il corpo celeste è stato scavato e il suo interno terraformato per divenire una sorta di organismo che con liquami fetidi digerisce tutti i rifiuti organici che provengono della Terra.
La società del planetoide è bizzarra, corrotta e piena di problemi. Shevek, figlio di un lavoratore della discarica, è il nostro protagonista. La narrazione si divide tra due linee temporali: il passato, dove scopriamo Shevek sedicenne alle prese con le bande di baby gangster e l'amore per una ragazza, e lo stesso protagonista che sette anni dopo, ormai trasferito sulla Terra, torna sul planetoide per ritrovare quella ragazza, scomparsa da anni.
Questo libro è davvero ben scritto. Il world building è pazzesco, curato in ogni dettaglio e molto coinvolgente e realistico. Ma più di tutto le vicende di Shevek entrano nel cuore del lettore fin da subito perché in un mondo infernale lui cerca in ogni modo di rimanere umano, nonostante le ingenuità e l'emotività. Dopo un susseguirsi di scene sempre più intense, si arriva a un finale per certi versi quasi horror splatter che mi ha proprio deliziato, pur mantenendo la coerenza logica con tutto ciò che è stato narrato in precedenza.
Mi sono ricordato perché mi piaceva la fantascienza da ragazzo. Mi sono ricordato perché divoravo gli Urania a quindici anni. Questo è un romanzo crudo, ma vero e intenso, costruito su una logica ferrea ma che non rinuncia all'emotività delle vicende e a mostrare l'umanità in tutto il suo degrado. Come giustamente viene detto nella postfazione, la frase più adatta a descrivere questa opera di Kremo potrebbe essere un famoso verso di de André: "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".
VOTO: 3,5 L'ambientazione e alcune idee non sono affatto male dal punto di vista dell'originalità (geniale trattare i vocaboli come merce a marchio registrato), lo stile di scrittura e coinvolgente al punto giusto, peccato che la trama finisca con essere la classica ricerca da parte del protagonista dell'amata perduta, con le dovute variazioni fantascientifiche del caso. So tuttavia che è stato pubblicato altro materiale da parte dell'autore sullo stesso universo narrativo, pertanto il mio giudizio è fortemente limitato a questo singolo episodio. Come esordio, ribadisco, niente male, ma si sarebbe potuto osare decisamente di più, anche in virtù di diverse soluzioni narrative che conferiscono al romanzo quel quid di unico.
Un'idea potente e originale muove la trama di questa storia attuale, una fiction ambientale con personaggi ben costruiti e la giusta dose di speculazione. Il cliché della ricerca dell'amore perduto si intreccia alla deriva di un mondo schiacciato dal peso dei suoi rifiuti, destinati a nutrirne un altro, vicino e ostile.