La macchina della conoscenza umana ha bisogno della grammatica del non. Perché lo zero, il vuoto e il nulla ci consentono di sporgerci su ciò che non sappiamo ancora, su quel non sapere che sempre circonda ciò che crediamo di sapere
Metti una sera a cena un matematico, un fisico e un filosofo: tre compagni di liceo si ritrovano dopo molti anni per intrecciare la nozione di zero, quella di vuoto e quella di nulla. Un dialogo da cui nasce un libro. Che cosa accomuna questi tre concetti? Di certo lo scandalo del paradosso: un numero per il "non essere", indispensabile ma inafferrabile; un "vuoto" che "riempie" la nostra vita quotidiana e che resta un’idea di frontiera della fisica moderna; un’assenza e una mancanza, una negazione effervescente e pensosa che ci attrae fino ai bordi del mondo.
Lo zero: un concetto matematico ben definito, la cui storia è chiara ma le cui implicazioni sono ramificatissime. Il solito saggio di Bartocci: ben meditato, colto, informato. A volte però travolto dalla necessità di far vedere quanto si è bravi a scrivere e a filosofare. Comunque pieno di notizie e riflessioni interessanti. Il vuoto: un'astrazione che è utile applicare alla fisica e che ci ha insegnato tante cose. Peccato che invariabilmente, quando a far divulgazione è un fisico, il tono diventa quello di Superquark, lo scientismo ingenuo fino a far tenerezza, la voglia di stupire alle stelle. Qualche buona intuizione per chi di queste cose non sa nulla, ma se la vostra infarinatura di Fisica equivale già a un buon Liceo scappate pure. Se poi il positivismo, come spesso succede, lo avete superato tra i 16 e i 20 anni il nervosismo cresce. Il nulla: un concetto filosofico mal definito e mal usato, applicato spesso come etichetta a ogni tentativo si sembrare saggi quando si riesce solo ad essere vaghi. Quando poi a scrivere è un filosofo, non invariabilmente ma troppo spesso, vi trovate a nulleggiare sul nulla in un terreno in cui analogia, metafora, racconto fantastico, wishful thinking, fraintendimento della scienza, si danno la mano e supercazzolano allegramente per dire tutto senza preoccuparsi di significare mai nulla, appunto. Chi studia filosofia viene il lupo e se lo porta via (se non siete stati giovani negli anni '80 astenetevi).
Di fatto, il libro consiste in 3 trattati distinti che vanno valutati individualmente. Complessivamente l'idea di avere una tale collezione non era male.
Lo Zero (Bartocci): 3 stelle Sarà una pecca mia, ma ho trovato l'aspetto matematico noioso. Era incluso però una storia interessante della scoperta/invenzione dello 0 in matematica. Anche sentire un po' della storia più recente della matematica aveva un suo perché, poichè al liceo si studia la matematica come se fosse la verità assoluta, nata in un momento come la cristianità. Era un po' confuso all'inizio, ma credo che alla fine l'autore ha fatto una decente distinzione tra 0 come simbolo (usato per esempio per 10, 100, il codice binario, etc) e 0 come concetto. Però non ho capito alla fine cosa dovrebbe essere lo 0 matematico.
Il Vuoto (Martin): 4 stelle Sicuramente la parte più interessante, parla della ricerca fisica e tecnologica del vuoto, dalla più banale cannuccia al vuoto dei tubi della LIGO. Include sempre un po' la storia del vuoto, anche se non in ordine chronologico, una spiegazione della forse impossibilità persino teorica del vuoto assoluto per come si capisce la fisica quantistica, e poi le applicazioni moderne del vuoto. Una domanda che mi rimane è riguardo allo "spazio tra particelle", ovvero anche se in uno spazio rimangono delle particelle, bensì in numero molto ridotto, a livello teorico deve esserci "più vuoto" tra queste particelle rispetto a prima. E questo vuoto in cosa consiste? Ho il sospetto che abbia a che fare con la fisica quantistica, e quindi non avrò una risposta facile.
Il Nulla (Tagliapietra): 1 stella Premetto che io odio la filosofia; la ritengo un modo proprio sbagliato per concepire il mondo, che pretende di spiegarla con il linguaggio della poesia invece che con chiarezza ed essenzialità. Questo trattato rientra bene nella mia concezione della filosofia. Leggerlo è come fare rafting lungo un fiume; se ti lasci trasportare dalla corrente, è bello facile, ma appena cerchi di fermare e dubitare di qualcosa, devi stare lì a sforzarti anche per rimanere fermi. Quando leggi qualcosa che dice "tutto l'agire umano è un procedere dal "nulla" ad un "qualcosa"", viene in mente subito che effettivamente, uno si alza perché ha sete, o allunga il braccio per prendere qualcosa. La curiosità non è altro che il tendere verso più conoscenza che prima non si ha. Ma se ti fermi un'attimo, controesempi abbondano. Quando uno si sposta dal sole all'ombra, è per un eccesso di calore, e quindi si tende al 'meno' caldo e luce. Quando uno copre le orecchie per rumori troppo forti, mette gli occhiali da sole, tappa il naso, va a dormire, è tutto un tendere verso il 'nulla' (o meglio, il 'meno'). E poi, una volta chiarito la stupidaggine di una tale frase, realizza che non si è ricavato niente da tutto questo giro di pensieri. Così è per quasi tutti i punti che solleva l'autore, citando vari filosofi e inserendo qulche riflessione propria. In generale, la gran parte di questi discorsi si fondano su due fallacie logiche/idee: la reificazione del nulla (indipendentemente dal vuoto fisico descritto prima) e dei pensieri coscienti delle persone. Quest'ultimo può essere rintriacciato nei filosofi storici che ovviamente non avevano la disciplina parallela della psicologia, ma non ha giustificazione nel 21esimo secolo. L'unica riflessione che mi sembrava avere un qualche volere era a proposito dell'esperienza di angoscia che si ha rispetto al nulla.
Se devo dire la mia sulla zerologia, direi che il nulla, il vuoto e lo 0 sono tutti modi per descrivere una mancanza, e non serve inventarsi molto altro. Giusto una piccola digressione verso l'uso dello 0 come origine nella geometria cartesiana, e quindi la differenza tra scale relative, in cui si fissa un origine e si parte sia in positivo che in negativo, e le scale assolute, come la temperatura, in cui 0 indica una vera e propria mancanza totale. I concetti che noi abbiamo come esseri umani hanno una funzione, non sono riflessi diretti della realtà, come ideali platonici. La funzione dello 0, del vuoto, e significativa; serve per indicare che in questo spazio (sia matematico che fisico) non c'è la cosa che si cerca. In matematica non pretendo di capire cosa potrebbe essere 0, ma mi piacerebbe che fosse un punto di partenza. L'origine di assi, le parentesi vuote di un insieme, una qualcosa che dice qui dovrà esserci qualcosa, ma al momento non c'è. In fisica dovrebbe essere esplicitato che il vuoto è sempre rispetto a qualcosa. In tal modo, si ha il vuoto rispetto alle molecole d'aria, il vuoto rispetto al campo elettromagnetico, il vuoto rispetto alla gravità, etc. Se effettivamente il vuoto non è vuoto rispetto a tutto, ma c'è sempre qualcosa, va bene comunque. Filosofia invece potrebbe interrogarsi di più sul dualismo tra mancanza ed esistenza. A livello pratico, per dire che qualcosa non c'è, quel qualcosa deve esistere. Se abbiamo un folgio di carta vuota, è solo vuota perchè noi sappaimo che ci si mettono simboli e disegni sui fogli vuoti. Se invece dai al gatto il folgio, per lui non è affatto vuoto: è un giocattolo che sarà divertente da strappare. Ma se deve esistere qualcosa affinchè ci sia un vuoto, cosa succede quando niente esiste? La mia risposta è "it doesn't matter, because things do exist", ma il filo filosofico sarebbe quello. Aggiungerei infine un contributo dal mio campo, psicologia/neuroscienze. I numeri sono concreti; un modo di conoscere il mondo per capire dove c'è di più e dove c'è di meno. Anche senza una corrispondenza biunivoca tra un simbolo e una quantità, anche senza la cardinalità, la magnitudine è importante. Ma così come possono esserci 10 frutti su un albero, e 5 su un'altro, è ancora più importante realizzare che non c'è nessun frutto su un terzo albero. In questo scenario, come in sostanzialemente tutti i scenari, devono esistere due concetti: l'oggetto ricercato e un contesto/contenitore in cui trovarlo (o meno). Se non si hanno entrambi, il problema non esiste. è inutile cercare una risposta quando il problema non si pone. Il non essere ha solo valore cognitivo in quanto non c'è la cosa che cerchiamo nel posto in cui lo cerchiamo.
Ho aspettato 9 anni per leggere questo libro ed è stata la decisione giusta per poterlo assaporare e comprendere appieno grazie alle scelte di studio che ho intrapreso in questo tempo. Un libro veramente interessante e pieno di spunti di riflessione per poter osservare il mondo da punti di vista differenti. Pensavo che la parte 'fisica' mi avrebbe messo in difficoltà ma è stata molto facile da seguire e comprendere.
Confesso che mi aspettavo qualcosa di più da questo libro dove un matematico, un fisico e un filosofo parlano dell'"assenza" nei loro rispettivi campi. Il risultato finale è però un po' deludente. Da un lato non ci sono molte interazioni tra le tre sezioni: in effetti non sarebbe così facile inserirle, ma i rarissimi esempi mi sembrano più forzati che altro. Le parti che ho trovato interessanti sono state la lunga disquisizione sullo zero nell'antica India, fatta con un taglio diverso da quello che si trova in giro; nella parte fisica il passaggio verso le varie definizioni di vuoto, anche se mi sarei aspettato qualcosa in più sul vuoto quantistico; nell'ultima sezione l'inizio che tendeva ai giochi di parole e la bibliografia sterminata, anche se solo accennata. Però alla fine della lettura mi pare non mi sia rimasto nulla... e questo non è un gioco di parole.