Luca Fabio e Attilio Bandi hanno vent’anni e sono sottotenenti dell’esercito italiano. I due ragazzi sono inviati al fronte nel maggio del 1915, in occasione dell’entrata in guerra dell’Italia. Fabio è un convinto interventista, Attilio è nipote di un eroe del Risorgimento, ma la guerra si rivela molto diversa da come se la aspettavano. Raggiunto il Carso scoprono infatti l’impreparazione dell’esercito italiano e la terribile vita nelle trincee. Scritto nel 1930 e qui riproposto nella sua versione originale, Vent’anni è un romanzo amaro e fortemente autobiografico sulla giovinezza, la disillusione e la follia della guerra. Una storia che dice molto sulla generazione che, tornata dalle trincee, si appresterà ad acclamare e sostenere il fascismo.
Corrado Alvaro was an Italian journalist and writer of novels, short stories, screenplays and plays. He often used the verismo style to describes the hopeless poverty in his native Calabria. His first success was Gente in Aspromonte (Revolt in Aspromonte), which examined the exploitation of rural peasants by greedy landowners in Calabria, and is considered by many critics to be his masterpiece.
Non c'è giustizia a questo mondo e men che mai v'è giustizia nelle italiche lettere. Che questo romanzo sia fuori stampa, e che sia poco o nulla noto, è uno scandalo letterario. Mi sono occupato a lungo di letteratura di guerra, soprattutto di lingua inglese, ma anche tedesca, francese, indiana, giapponese. Nel panorama delle narrazioni della Grande guerra, Vent'anni di Alvaro dovrebbe essere una stella di prima grandezza, al pari degli straclassici di Lussu, Hemingway, Graves, Sassoon. Libro trascurato per l'essere difficilissimo da inquadrare in uno di quegli -ismi tanto cari alla nostra asfittica critica accademica, ma di impressionante originalità e profondità, radiografia di un'età ma anche di un'era, della guerra e dell'Italia che vi si cimenta dissennatamente, impreparata, dilettantesca, sguarnita; libro che presagisce il fascismo a venire, che scandaglia la miseria politica e culturale che ne è precondizione. Enorme la capacità di Alvaro di non cedere alla tentazione di razionalizzare, di racchiudere in formule (delle frasi fatte di stampa, Regio Esercito e propaganda il protagonista giustamente diffida); impressionante la scena finale della caotica presa dei Sei Busi; eccezionalmente potente, pur nella sua strana mutevolezza magmatica, la sua prosa. Questo è un libro da rileggere e rileggere; il grande classico dimenticato della nostra tragica guerra. Un capitolo da riaprire della nostra storia ed eredità letteraria.