"Forse d'ora in poi scenderò dentro di me e cercherò più a fondo, più lontano. In un terreno vasto e sconosciuto che probabilmente costituirà l'ultima frontiera. Se riuscirò o meno ad aprirla, quella frontiera, non lo so. Tuttavia, scusate se mi ripeto, stabilire chiaramente il proprio obiettivo è una cosa fantastica. A qualunque età, in qualunque luogo."
“Come ho detto, quando si cerca di entrare in un campo che non è il proprio, qualunque esso sia, non si è visti di buon occhio dalle persone che vi appartengono, e che tendono a impedirne l’accesso, come i globuli bianchi cercano di eliminare dal corpo i microorganismi estranei.”
“Questa è solo la mia opinione personale, ma scrivere un romanzo è un processo lento e poco appariscente. Non vi si può trovare il minimo «glamour». Te ne stai chiuso in una stanza ad arrovellarti su ogni frase − forse è meglio cosí, anzi no, forse è meglio in quest’altro modo −, a porti domande seduto alla scrivania, e dopo aver passato un’intera giornata a perfezionare una riga, non c’è nessuno che sia lí ad applaudire. Nessuno che venga a darti una pacca sulla schiena dicendoti: «Bravo, bel lavoro!» Nessuno che noti il livello letterario di quella riga. Tutto quello che puoi fare è convincerti da solo di essere riuscito nel tuo intento, annuendo in silenzio. Questo significa scrivere. Un lavoro gramo che richiede tempo e fatica.”
“Scrivere un romanzo, anche un romanzo bellissimo, non è tanto difficile. Non si può dire che sia una passeggiata, ma non è impossibile. Per continuare a lungo però, come ho appena detto, è necessario avere qualcosa di particolare. Qualcosa che non ha relazione con il «talento». Ma come si fa a capire se lo si possiede o no? La risposta è una sola: per sapere se una cosa galleggerà o affonderà, bisogna gettarla in acqua. È una metafora, ma pare che la vita funzioni davvero cosí. A parte il fatto che si può vivere felici e contenti − anzi, direi che si vive meglio −, senza scrivere romanzi. Eppure ci sono persone che vogliono, che hanno bisogno di scrivere. E continuano a farlo. A quelle persone naturalmente, in quanto scrittore, do un sincero benvenuto. Prego, sul ring c’è posto.”
“A un certo punto però mi sono reso conto che mi stavo avvicinando ai trent’anni. Per me stava per terminare quel periodo della vita in cui si è «ragazzi». Ricordo che questo mi causava sentimenti complessi. Del genere: «Ah, la vita dunque passa cosí, in un attimo?»”
“Ma chi non possiede quel tanto di arroganza non può diventare romanziere, lo penso davvero.”
“Sopravvivere e possibilmente avanzare, questo è il compito che mi è stato assegnato.”
“In ogni caso, da giovani bisogna leggere quanto piú si può. Autori eccelsi, autori cosí cosí, autori insignificanti… non ha (alcuna) importanza, l’essenziale è leggere in continuazione. Far passare dentro di sé il maggior numero possibile di storie. Frasi scritte in modo meraviglioso, ma a volte anche mediocre. È un lavoro importante. Un compito da svolgere finché si ha tempo a disposizione. Serve a dare al futuro romanziere un vigore di base indispensabile, a fortificare gli occhi. Anche scrivere è importante, sí, ma nell’ordine di precedenza viene dopo, quindi non c’è fretta.”
“Seconda cosa − prima di iniziare a scrivere −, mi pare che sia necessario prendere l’abitudine di osservare in dettaglio le cose e i fenomeni che si hanno davanti. Osservare attentamente, con scrupolo, tutto quello che succede, gli eventi, le persone. E rifletterci su. Rifletterci, non dare giudizi di valore. È preferibile non cercare subito soluzioni, rimandarle a piú tardi. Quello che conta non è trovare una risposta chiara, ma fissare le cose nella mente nel modo piú fedele possibile, e da lí trasformarle in materiale.”
“In ogni caso, qualunque sia il motivo che gliene offre l’occasione, l’autore, quando inizia a scrivere un romanzo, è solo. Nessuno lo, o la, può aiutare. Al massimo, nel caso sia necessario fare qualche ricerca, può affidare a qualcun altro il compito di raccogliere dati e materiale, ma dovrà poi organizzarli nella sua testa personalmente, nessuno lo può fare per lui o per lei, nessuno può trovare le parole giuste. Quello che si è iniziato da soli lo si deve portare avanti e completare da soli. Non si può fare come i giocatori di baseball, che di questi tempi, dopo aver lanciato sette volte, lasciano il posto a un altro e vanno ad asciugarsi il sudore in panchina. Per gli scrittori non ci sono panchine. Una volta iniziata la lunga sfida, devono continuare a lanciare la palla, fosse anche quindici, diciotto volte, fino al termine della partita.”
“Dire che è un lavoro solitario parrà banale, ma è proprio cosí: scrivere un romanzo, soprattutto un romanzo lungo, è qualcosa che si fa in solitudine. A volte ho l’impressione di stare seduto in fondo a un pozzo. Nessuno ti viene ad aiutare, o a complimentarsi con te dicendoti: «Bravo, oggi hai lavorato bene», dandoti una pacca sulla spalla. L’opera finita verrà forse elogiata (se tutto va bene), ma sulla fatica fatta per scriverla nessuno dirà mai una parola di apprezzamento. È un fardello che lo scrittore si deve caricare senza fiatare.”
“Essere un romanziere significa raccontare una storia. E raccontare una storia significa, in altre parole, scendere di propria volontà al fondo della propria coscienza. Nella parte piú buia del proprio spirito. Piú il racconto è importante, piú lo scrittore deve scendere. Cosí come per costruire un palazzo molto grande, è necessario scavare delle fondamenta molto profonde. Piú la storia è intensa, piú le tenebre sotterranee si fanno dense e pesanti. Lo scrittore deve trovare in quelle tenebre ciò di cui ha bisogno − il nutrimento necessario al romanzo − e riportarlo con le sue mani nella sfera piú alta della coscienza. Poi trasformarlo in un testo che abbia una forma e un senso. A volte le tenebre sono piene di cose pericolose. La creatura che vive lí sotto può prendere forme diverse per confonderci le idee. Non ci sono né cartelli indicatori né mappe. È come essere in un labirinto. In una caverna sotterranea. Basta un attimo di distrazione per smarrire la strada, e non riuscire piú a tornare in superficie. Nelle tenebre, l’inconscio collettivo e quello individuale si confondono. Passato e presente si mescolano. Dobbiamo riportare indietro ciò che abbiamo trovato a scatola chiusa, ma in certi casi il risultato è pericoloso. Per resistere alla forza di queste profonde tenebre, per far fronte quotidianamente a tanti pericoli, abbiamo bisogno di energia fisica. Non posso indicare con precisione quanta ne sia necessaria, ma in ogni caso è molto meglio averne che non averne. Quella che è indispensabile a ognuno di noi, a prescindere da ogni criterio generale.”
“Quando si frequenta la scuola, gli ammonimenti fioccano di continuo: «Devi studiare con impegno. Se non si impara da giovani, poi, da adulti, lo si rimpiange». Sarà, ma io, una volta terminati gli studi, questo rimpianto non l’ho provato nemmeno una volta. Al contrario, mi dispiace non essermi divertito di piú, quando ero ragazzo. Invece di sprecare il mio tempo a studiare certe idiozie. Può darsi però che io sia un caso limite.”
“Come per scrivere romanzi è necessario leggerne un gran numero, allo stesso modo, mi sento di poter dire, per descrivere degli esseri umani bisogna averne incontrati tanti.”
“Magari un giorno mi metterò nei panni di una ventenne con tendenze lesbiche. Un marito trentenne che ha perso il lavoro. Infilerò le scarpe che mi verranno date, adatterò i miei piedi alla loro misura e inizierò ad avanzare. Tutto qui. Non devo trovare scarpe adatte ai miei piedi, ma fare il contrario.”
“In ogni caso, ci sono ancora tante cose che devo imparare sui personaggi che creo. E altrettante che loro devono insegnare a me. Ho l’intenzione di continuare, a perdifiato, a riempire le mie storie di personaggi strani, misteriosi, pittoreschi. Quando inizio un nuovo romanzo, mi chiedo sempre, pieno di aspettative: «Questa volta quali persone incontrerò?»”
“I miei lettori… Intendiamoci, non è come quando si avvia un’attività commerciale, che si fanno ricerche di mercato e si analizzano le fasce di consumatori, poi si fissa concretamente un target. Quelli che mi vengono in mente sono lettori fittizi. Gente che non ha né età, né professione, né sesso. Nella realtà ce l’hanno, è ovvio, ma sono fattori interscambiabili. È anche possibile che non siano elementi necessari. L’importante, quello che non deve essere interscambiabile, è il legame tra me e queste persone. Non so dove e in che modo, ma ho la sensazione che in un luogo profondo, buio, le mie radici e le loro siano connesse. Trattandosi di un luogo troppo remoto, non è possibile esplorarlo. Ma attraverso il sistema del racconto, riusciamo a percepire questo legame. Una sensazione vivida di nutrimento che va e viene.”
“Questo mi fa venire in mente che una volta un mio ex compagno di scuola mi ha chiamato e mi ha detto. «Mio figlio che è liceale ha letto tutti i tuoi libri, ne parliamo spesso insieme. Di solito noi non parliamo molto, ma dei tuoi romanzi discutiamo volentieri». Dal tono sembrava davvero contento. Ah, allora i miei libri hanno anche una qualche utilità sociale, ho pensato.”