Nessuna di quelle domande
“Il potere evidentemente sa quanto è affaticata la natura umana, quanto siamo impreparati ad ascoltare, e disposti ad accontentarci di menzogne. Il potere evidentemente sa che, in fin dei conti, preferiremmo non sapere. Il potere evidentemente ritiene, visto come vanno le cose, che il mondo si confaccia di più a chi perpetra i crimini che a coloro che arrivano a fatto compiuto, cercando giustizia, spiegazioni, verità. Il potere evidentemente considera patetici tali tentativi, eppure i parenti in lutto, i testimoni, gli investigatori e i cronisti non possono far altro che cercare una ragione del diabolico imbroglio”.
Questo è un bellissimo romanzo biografico e storico. Nel narrare la storia di un paese, l'autore sceglie lo sguardo di una famiglia, la sua, e della relazione composta di speranza e perdita tra padri e figli. Un padre che, come nel discorso moderno, è spesso sospensione e assenza, non vivo e non morto: finché Ulisse è perduto, Telemaco non può andarsene di casa; finché Ulisse non è a casa, rimane sconosciuto ovunque. Il fatto centrale della vicenda raccontata è un tragico martirio, un oscuro dolore che ha ferito l'intero paese, la Libia, il cui paesaggio storico viene descritto nel profondo dal colonialismo fascista in Cirenaica al colpo di Stato di Gheddafi, dalle primavere arabe fino al successivo scontro civile ancora in corso. Si tratta del massacro del carcere di Abu Salim, avvenuto nel 1996 nei pressi di Tripoli, quando trovarono la morte più di 1200 detenuti, oppositori politici del regime. Hisham Matar si confronta e dialoga con l'orrore e lotta per anni per avere risposta alla sparizione del padre, un importante leader, industriale e intellettuale, della dissidenza contro i militari. È incontestabile che la scrittura e la ricerca, nel tempo e nelle cose, tra le persone e i silenzi, siano state per l'autore una dolorosa pratica di resilienza per la verità e la giustizia, e la democrazia; di fianco a lui, il moltiplicarsi di morti, le fazioni violente, le porte chiuse, la privazione del lutto, la verità non concessa, il buio della sopravvivenza. Anni di prigione per i familiari: dove solo i libri erano oggetti di prezioso scambio, e tra le celle le poesie elegiache beduine, gli alam appresi a memoria, per resistere al nulla, alla nudità del cemento, alle voci della propaganda e alle torture. Diversi i luoghi dell'esilio: Londra, Il Cairo, Nairobi, New York. Matar scrive che il dolore, parte integrante di ciò che ha sofferto, come un'iniziazione al non essere, è una parte colma di speranza. Il suo stile non è mai sentimentale né enfatico, si scopre invece sensibilmente strutturato e elaborato dall'interno. Un libro che porta il lettore verso altre destinazioni, verso altri racconti e storie, verso pensieri che riflettono e riproducono la natura fragile e indefinita dei nostri legami e dei nostri sentimenti. Sondaggio nella grammatica dell'ignoto, dal passato al futuro, da anima a corpo, dal sangue alla parola alla storia.
“Essere un uomo significa essere un anello di tale catena di gratitudine e memoria, di biasimo e oblio, di resa e ribellione, fino a che lo sguardo del figlio si fa così sofferto e acuto che, guardando indietro, non vede altro che ombre. Il padre sprofonda ogni giorno di più nella sua notte, si spinge più oltre nella nebbia lasciando indietro resti di se stesso e il dato di fatto colossale quanto ovvio, insieme frustrante e misericordioso - […] - che per quanto ci sforziamo non arriveremo mai a conoscere davvero i nostri padri”.