“Un futuro prossimo e dissonante, metafora di un’irreversibile crisi dell’Occidente… una scrittura aspra e controllata, illuminata da sprazzi di singolare originalità” – (Giancarlo De Cataldo)In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli.Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra.Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.Opera al contempo intima e universale, XXI Secolo è una domanda fondamentale sull’identità e sulla capacità dell’animo umano di sondarne le profondità più nascoste; è il tentativo di comprendere quale significato possano ancora avere, negli anni che ci attendono, la parola “amore” e le sue molteplici forme.
Paolo Zardi è nato a Padova nel 1970. Ingegnere suo malgrado, è felicemente sposato e ha due figli. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani; il racconto “Un silenzio che non è assoluto” è presente nell’antologia Giovani cosmetici (Sartorio, 2008) curata da Giulia Belloni. Cura diversi blog, scrive solo in treno, durante i viaggi di lavoro, ascoltando musica di ogni genere, e quando scrive usa Open Office, carattere tahoma 10, giustificato, interlinea 1.
Avevo sentito parlare di questo romanzo (candidato allo Strega) che temevo davvero l'effetto ciofeca. Invece bello, bello davvero. E' la storia umanissima del protagonista, un rappresentante di depuratori d'acqua, la cui moglie entra in coma a seguito di un'ischemia (mi sembra). Mentre lui aspetta che la moglie si svegli (o che peggiori) e tenta di tenere in piedi la sua vita, i figli, il lavoro, ci racconta la sua storia, il suo matrimonio, il suo mondo. Bravissimo Zardi a creare un mondo non proprio post apocalittico ma sicuramente degenerato lasciandolo sullo sfondo, mentre in primo piano è il soliloquio del protagonista, dolente e coraggioso nella sua semplicità, quasi un uomo fuori moda. Consigliato.
Parto dalle critiche, anzi dalla critica. Mi è sembrata molto debole l'ambientazione e soprattutto non torna la cronologia. Non mi dispiace quando in una storia di questo tipo si sceglie di lasciar intravedere il mondo là fuori senza spiegoni, ma il fatto che le date non tornino un po' distrae il lettore.
E ora le cose che mi sono piaciute: la scrittura prima di tutto. Che Paolo Zardi sia un ottimo scrittore non è in discussione. È una scrittura da assaporare lentamente. La storia: questo tradimento vissuto senza poter veramente risolverlo perché la controparte, la moglie, non può spiegare, giustificarsi, confrontarsi. Il protagonista si trova veramente solo con i suoi dubbi, dubbi che potrebbero far esplodere la sua famiglia. Mi è piaciuto molto il punto di vista maschile del protagonista: molto poco scontato.
Un uomo torna a casa una sera (per tutto il giorno ha tenuto il telefonino spento!) e scopre che sua moglie è in ospedale, in coma, a causa di un ictus. Passa qualche giorno e sua figlia tredicenne gli rivela che la moglie lo tradiva. Intanto il mondo, là fuori, è andato a scatafascio: crisi energetica, climatica e chissà che altro. Dal momento della rivelazione, l'uomo cerca di recuperare informazioni sul rivale dalle amiche della moglie e poi trova un telefonino in un cassetto al cui interno, una scheda SD è piena di foto spinte della moglie e delle sue parti intime. Insomma una storia potenzialmente toccante, condita con dettagli improbabili e/o inutili. L'avrei abbandonato dopo venti pagine, se fosse stato più lungo e se non l'avessi incluso in un paio di liste di lettura.
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Di questo libro avrei voluto limitarmi a dire che racconta una storia inutile, ambientata in una distopia sciatta e priva di una struttura, e che nessuno dei personaggi riesce a risultare credibile e a suscitare empatia, o anche solo interesse, in chi legge. Avrei voluto dire solo che la distopia viene utilizzata come pretesto per tirare un lungo e fastidioso sproloquio da bar sul decadimento dei tempi attuali e sul “dove andremo a finire”, con informazioni sul contesto socio-politico che vengono buttate lì a caso e che non hanno la minima influenza sulla vita del protagonista.
Ma in questo libro c’è molto altro, purtroppo. Nonostante sia lungo poco più di 150 pagine, l’ho finito con estrema fatica solo per vedere fin dove si sarebbe spinto. Ho aspettato fino all’ultima pagina il momento in cui avrei capito che il narratore o perlomeno l’autore avrebbero preso le distanze dalle riflessioni e dai comportamenti aberranti del protagonista, ma questo non succede. Viene quindi da pensare che il personaggio sia un amplificatore dei pensieri di chi scrive.
Il protagonista viene raccontato come un bravo padre di famiglia che ha rinunciato a tutto pur di assicurare ai suoi cari una vita dignitosa, e che si trova ad affrontare due tragedie: il coma della moglie prima, la scoperta di un suo possibile tradimento dopo. Quindi, invece di restare accanto all’amata compagna – che è tutta la sua vita e che potrebbe morire da un momento all’altro – o di prendersi cura dei figli, pensa bene di trascorrere le giornate a indagare sul misterioso amante della donna, per scoprire infine che lei (col cuore) gli è sempre rimasta fedele. Il libro, in sintesi, vorrebbe essere una riflessione sulla vita, sull’amore, sulla felicità e tutto quanto.
Quello che però ne risulta è un romanzo cinico, sprezzante, profondamente misogino e, perché no, anche razzista. Per cominciare, la storia è infarcita di riflessioni gratuite e raccapriccianti sul sesso, che tradiscono una frustrazione e un rapporto malsano con il corpo femminile e con il proprio: ogni orgasmo è seguito dalla tristezza, la masturbazione maschile è vissuta come degradante, la fruizione della pornografia è umiliante, mentre qualsiasi membro femminile (anche coperto dai vestiti) che si trovi a breve distanza dalla faccia del protagonista è una “fornace umida” nella quale schiacciare il viso per annusarne “l’afrore dolciastro”. In tutta la breve durata del romanzo, almeno due vagine vengono descritte in modo dettagliato.
Ogni donna che il protagonista incontra viene osservata attraverso una lente sessuale. Ognuna può scatenare in lui una fantasia erotica ben definita “per individuare la combinazione più adeguata – da dietro? In bocca? Tra le tette?”. Delle amiche della moglie si conoscono solo i problemi in camera da letto, e quando il protagonista le incontra si sofferma unicamente sulle loro caratteristiche estetiche (purtroppo per lui, non sempre gradevoli: persino quella che un tempo aveva delle “tette enormi” ora è sfiorita a causa della tossicodipendenza), l’infermiera che si prende cura della moglie è grassa, l’avvocata è “una talpa scura e ingobbita” che pare avere una “naturale inclinazione al divorzio”. Persino la figlia di tredici (tredici) anni e le sue compagne di scuola non sono esenti da un’analisi pruriginosa: “Lei e le sue compagne di classe iniziavano ad avere il seno e il culo delle donne, ma il materiale di cui erano costituite aveva una formulazione diversa da quello delle loro madri – una consistenza pneumatica, un incomprimibile turgore”.
Naturalmente, le donne piacenti che il protagonista incontra lo seducono in modo più o meno consapevole: la cognata si mostra nuda e lo guarda ammiccante, l’amica della moglie lo accoglie con indosso solo una lunga maglietta e si offre di fargli un servizietto per soldi, la badante della suocera cerca la sua compagnia perché si sente sola (e alla fine i due si scambiano un bacio “con la lingua”), una giornalista in un bar gli lancia un sorriso malizioso, una modella della madre – sarta – si sfila languidamente il reggiseno davanti a lui quando ha solo otto anni.
La moglie del protagonista, Eleonore, è un personaggio bidimensionale. Viene descritta come un angelo del focolare, e il motivo per cui abbia sposato il protagonista è sconosciuto: lo ama e basta, e continua ad amarlo nonostante il tradimento. Le sue virtù sono la “tolleranza” e una “serena disponibilità alla convivenza”. A lei si contrappone l’odiosa gemella, aggressiva e sfacciata, che ha sposato un ne*ro (viene usata proprio la n-word) per vantarsi delle dimensioni del suo “ca**o smisurato”, con il quale “la apre in due”.
Nessuna delle persone o delle situazioni con le quali il protagonista entra in contatto dopo aver iniziato la sua ossessiva e noiosa indagine viene risparmiata da un giudizio feroce e pieno di violenza repressa: gli uomini sono brutti e falliti, come brutto è il cane che la famiglia adotta (e che lui, del tutto gratuitamente, avrebbe voluto “cacciare a calci, lasciar morire di fame o dare in pasto ai saprofagi”), i gemelli omozigoti sono delle “aberrazioni raccapriccianti”, il matrimonio è una farsa che cela un legame puramente sessuale e orgasmico, dove la sposa “avrebbe offerto i suoi buchi a un ardore peloso, e sudato, che non avrebbe più smesso di sbavarle addosso”. Le donne brutte sono però la cosa che più offende il protagonista: “Mariagloria: alta, braccia lunghe, scimmiesche, il viso ossuto, tette come chiappe anteriori, i jeans a vita bassa che lasciavano scoperte le mutande […] e un culo gigantesco. (Era un problema nazionale, quello dei culi enormi. Nemmeno la crisi era riuscita a smussare quei trofei del passato benessere, non ancora)”.
Il legame con Eleonore, ovviamente, si salva da questo squallore, è un amore dolce e incondizionato, che rimane intatto nonostante la rivelazione del tradimento, nonostante il disgusto che il protagonista prova davanti al corpo immobilizzato della moglie (accompagnato dall’immancabile “sacchetto di piscio”), salvo talvolta suscitare in lui alcune fantasie di omicidio così nitide da risultare a dir poco preoccupanti: se lei si fosse svegliata dal coma, “chi l’avrebbe difesa dalla sua rabbia? Chi si sarebbe preso cura di lei, se perfino il marito avrebbe voluto infilarle la testa in un sacchetto di nylon trasparente e guardarla crepare?”.
Nonostante siamo in un anno imprecisato del XXI secolo, il protagonista ha idee molto chiare su quale siano i ruoli di uomini e donne. L’autorità patriarcale lo autorizza a curiosare nel cellulare della moglie in coma e scoprire così le foto incriminanti. Sempre a lui spetta il compito di portare il pane a casa: le donne che si trovano un impiego finiscono “mangiate dalle famiglie, dai figli, da un lavoro infilato tra bambini da accudire, lavatrici, cene da preparare”; questo strazio, il magnanimo protagonista ha voluto risparmiarlo alla moglie (“lavorava lui per entrambi”), visto che l’idea che di occuparsi egli stesso dei lavori domestici e della cura dei figli gli risulta abominevole: in assenza della moglie, il protagonista corre l’orribile rischio di trasformarsi “in una mamma”: “A volte credeva che gli facesse onore; poi però pensava ai residui della sua dignità, e si sentiva sopraffare. Se Eleonore si fosse svegliata, l’avrebbe sorpreso in cucina con una traversa addosso intento a preparare una minestra di verdure o una crostata di ciliegie”.
Per fortuna, a sopperire al “bisogno fisiologico” della figura materna ci pensa la figlia tredicenne, nonostante le preoccupazioni paterne in merito (“Chi le avrebbe insegnato a diventare donna?”). Alla ragazzina quella trasformazione viene “naturale”, tanto che nel padre torna a suscitare pensieri ambigui (“sarebbe stata una moglie fraterna”), anche perché ha cominciato a truccarsi e sembra subito più grande; il padre scopre anche con sorpresa e imbarazzo che ha le mestruazioni e che deve comprarle gli assorbenti.
Torno rapidamente sulla questione razzismo per precisare che i due personaggi di colore presenti nella storia (un ragazzo alla reception di un albergo e il cognato del protagonista), oltre a rimanere anonimi, non vengono nominati con il loro ruolo ma come “il nero” o direttamente “il ne*ro” (ma d’altronde, se la moglie stessa è la prima a chiamarlo così, che problema c’è!).
Per concludere, a condire questa storia agghiacciante c’è lo stile, che avrebbe potuto mantenersi su un registro medio e pulito, mentre preferisce oscillare tra l’uso compiaciuto di espressioni e parole ricercate e l’abbondanza di termini triviali, creando un pastiche indigesto, come d’altronde è tutto il libro.
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Tre stelle e mezza. L’Autore ambienta il suo romanzo in un cupo universo prossimo venturo in cui, pur prevalendo i riferimenti al mondo che conosciamo, l’elemento distopico si sviluppa nello spazio creato dal contrasto fra questa mappa tranquillizzante e confortevole e il mondo che c’è sotto, in preda al caos e alla violenza. Il dissolvimento sociale è speculare a quello della vita del protagonista e voce narrante del libro, un uomo che aveva definito la propria identità solo all’interno della famiglia (“non era mai stato interessato ad essere se stesso”) e in funzione del suo ruolo di padre e marito e che improvvisamente, a seguito di un ictus della moglie, scopre di essere stato tradito. Sconvolto, cerca allora di capire chi fosse davvero la moglie, provando a contattarne alcune amiche o leggendone le mail personali, pur conscio che il non sapere “garantiva […] un passato migliore, e un futuro decente” e che “in amore i sospetti sono sempre fondati” anche se “si prega sempre che non sia vero ciò che il cervello istintivo ha capito in un nanosecondo”. Solo alla fine, rendendosi conto che la verità è “molto più complessa e delicata della menzogna” e che l’amore non è “una pena più grande della morte”, come aveva pensato subito dopo la scioccante scoperta, ma esattamente il contrario della morte, capirà che la famiglia continua ad essere per lui la cosa più importante: “è tutto quello che ho”. Una prova complessivamente convincente anche se mi sfugge la necessità dell’elemento distopico che, paradossalmente, mi sembra distragga il lettore dal nucleo emotivo della storia, anziché sottolinearlo. Anche perché, a ben vedere, il mondo descritto nel libro, in cui “l’odio di classe aveva lasciato il posto all’odio razziale che andava lasciando spazio a una forma inedita di risentimento primitivo, inclassificabile, destrutturante, totalizzato” e “la gente odiava la gente tutto il giorno, tutti i giorni”, non mi sembra poi così diverso da quello che troviamo ogni giorno uscendo dalla porta di casa.
Il genere distopico è molto in voga, si parla spesso di un futuro, quasi presente, ostile, greve, buio. Eppure in molti casi è solo un pretesto per descrivere la natura umana, il viaggio, o la speranza. Penso a Le cose semplici di Doninelli, o a Qualcosa là fuori di Arpaia o anche ad Anna di Ammaniti. Qui invece c'è una storia piuttosto banale, narrata con un tono quasi reazionario: sembra che non ci sia una distruzione prossima ventura, ma solo un lamento del decadimento dei tempi, con toni piuttosto fastidiosi.
Un libro bellamente escrito (y traducido) , con un ritmo muy peculiar, muy nostálgico.
No es una distopía como dicen, el escenario de la ciudad degradada es sólo metáfora de lo degradado de las relaciones humanas en este siglo. Y en medio, la historia de un marido que descubre, después de muchos años, que no conoce de nada a su mujer, que en realidad nadie conoce nunca del todo a nadie y que, como dice el libro "las personas somos intraducibles".
Contenida, escueta y bella. De lo mejor que he leído este año.
Ha l'aria di una distopia mancata, troppo banalmente - e tristemente - simile al presente, per giunta funestata da una serie di riferimenti contingenti (i Sofficini, Media World, etc.) che, rarissime eccezioni a parte, mozzerebbero il respiro a qualsiasi narrazione, imprimendole una data di scadenza tipo yogurt.
La storia "privata" che s'intreccia allo sfondo, poi, non aiuta, essendo delle più trite e svolta senza alcun apporto originale, bensì con qualche exploit comico suo malgrado, per troppa gratuità.
In piedi in mezzo alle rovine, con qualcosa di solido (delle certezze, dei valori, l'amore, il volatile amore, che diventa cemento) mentre tutto frana. Un libro cupo che accende una luce di speranza. L'ho mangiato, è una specie di viaggio nell'orrore di quello che può essere il quotidiano, ma ci sono sprazzi di vita così forti, così potenti, che, girata l'ultima pagina, ho sorriso. Mi ha smosso, tanto.
Ci sono ogni tanto errori gravi, come: "davanti la", "riguardo Eleonore". C'è uno sfondo distopico che sembra buttato lì: viene presentato in qualche riga sparsa tra le pagine e non lascia alcuna impronta sulla psiche sui personaggi. La storia è banale: una donna finisce in coma e il marito scopre che forse lei lo tradiva. Insomma: meglio leggere altro.
Tre stelle e mezzo, più o meno. Scorrevole, a tratti bello, romanzo d'amore, di resistenza privata e declino sociale. Non creativo nel world building o nel soggetto ma adeguato nello svolgimento.
XXI secolo è un libro sull'amore come ogni libro sull'amore dovrebbe essere: dolce, doloroso, apocalittico. Zardi porta quest'apocalisse ai suoi estremi: l'intera società occidentale sta collassando, quando la moglie di un tizio ha un ictus. Quasi per caso, lui, sempre durante il vertiginoso crollo della società occidentale, scopre un cellulare segreto della moglie, che contiene foto di lei nuda o che fa roba con un altro uomo. Doloroso e apocalittico. Ora, che XXI secolo abbia intenzioni pure sociali mi pare abbastanza innegabili, nel rappresentare una società che ha ormai raggiunto e superato il punto di non ritorno. La crisi economica, politica, sociale e umana s'è mangiata ogni cosa. E' un mondo che non è quasi manco più in rovina quello del XXI secolo. Zardi, in fondo, prende le caratteristiche di incertezza e crisi che stiamo vivendo ora e le amplifica. E' un mondo sull'orlo della guerra. L'economia italiana è quasi un ricordo. Gli immigrati hanno smesso di arrivare e cercano di fuggire. Viene descritto anche con una specie di ironia, tipo il cavallo SheHorse che si rivela trans e con tutti che vivono con il fiato sospeso per capire se vivrà o morirà dopo essere caduta. Ma, se si fa attenzione alle date, Zardi non descrive un futuro: Zardi descrive il 2015, anno in cui sta scrivendo. Quindi, o stiamo davanti a un'ucronia - possibilissimo, ma molto meno interessante - o quello di Zardi è un mondo esteriore che ricalca il mondo interiore. Ovvero, Zardi, per la sua storia d'amore di inizio secolo, fa crollare l'intero mondo, l'intera civiltà (come sta già accadendo, in fondo), proprio come la vita del tipo si sta incrinando, o, meglio, era già incrinata senza che lui lo sapesse. (Mi ostino a chiamarlo tipo perché è senza nome, il che è interessante in quanto in un passaggio lui stesso riflette sul fatto che le persone, per esistere, devono avere un nome). Comunque, in questo mondo devastato e in un crescendo di violenza e apocalisse, che, vorrei sia ben chiaro, fa da sfondo e non è personaggio, ci sta questa storia d'amore. O, meglio, questa riflessione su cosa sia l'amore. Su come si possa amare qualcuno che ci ha tradito così profondamente. Una volta scoperto il messaggio, il marito inizia a interrogarsi su chi sia la moglie. Si rende conto che lei è una sconosciuta. Quindi incontra le amiche. Le tipe con cui ha litigato. La madre. Magari anche la sorella. Insomma, cerca di tracciare un identikit della donna che ha sposato. Ha bisogno di comprendere per poter andare avanti. Solo che XXI secolo, se non proprio l'amore, se non proprio i rapporti umani, si reggono sul mistero, sul non detto: Eleonore in coma non può parlare, il cellulare bloccato mostra solo delle foto, le amiche si rifiutano di parlare, la madre è austriaca e matta. I rapporti non si basano sulla parola. Sarebbe, non dico facile, ma magari semplice se così fosse. XXI secolo, invece, è sorprendentemente coraggioso nell'accettare questo mistero infinito che ci separa gli uni dagli altri. Anzi: senza manco mezza remora di sembrare naif, dice piuttosto chiaramente che durante l'apocalisse, "l'odio, il tradimento, il desiderio, i baci, le carezza, le porcherie a letto, l'orgasmo, l'inganno, e le bugie, l'ubiquità, le foto, le mail. la nostalgia, la paura, e il dolore che non dava tregua, erano infinite gradazioni della stessa essenza", ovvero Eleonore, ovvero l'amore, ovvero il contrario della morte. Che poi, in fondo, basterebbe vedere giusto le cose con un po' più di attenzione: "credeva che il mondo fosse fatto di persone che si prendono cura gli uni degli altri". E, forse, in fondo è così.
Paolo questa volta ha centrato in pieno il bersaglio. E non a caso, credo, è stato quindi anche candidato allo "Strega".
Con una scrittura solida, scarna ed essenziale, ma efficacissima nel riuscire a condensare in un limitato numero di pagine (in fondo solo 160) e quindi di scene e relative immagini, una storia personale (un uomo attaccatissimo alla propria famiglia che scopre improvvisamente che la moglie, ricoverata per un ictus e caduta in coma, lo tradiva con un altro uomo) che emerge emblematicamente come in un altorilievo da uno sfondo nel quale tutti i malesseri del nostro tempo vengono portati alle più nefaste conseguenze: un declino inesorabile della civiltà occidentale, carico di violenza, di profondi segnali di ritorno al buio e alla barbarie, intravisti come lampi attraverso squallide immagini di periferie abbandonate a se stesse e rapidi flash di telegiornali captati qua e là, fino ad una scena sul finale di sapore vagamente apocalittico.
Così questo XXI secolo, inauguratosi in modo così pericolosamente scellerato, sembra essere solo l’epoca alla quale le nostre vite si vanno lentamente assuefacendo, senza riuscire a contrastare la discesa verso gli abissi, senza riuscire più neanche a immaginare e sognare un futuro per noi e per i nostri figli.
E proprio così è anche nella vita del protagonista del libro, che chiude al proprio esterno la stupidità dei tempi e cerca di salvare almeno il proprio nucleo familiare, pur nella sofferenza di non comprendere appieno se stesso e se la propria moglie, priva di coscienza, ne faccia ancora parte, o no. Tutti i personaggi hanno un nome (verso la fine si scoprirà anche quello dell’amante della consorte) meno che lui, che sembra regredito a una pre-vita nella spasmodica ricerca di un senso di se stesso oltre che in quella di ricostruire i pezzi in frantumi del l’immagine della moglie, di sapere chi fosse nella sua completezza, di colpo rivelatasi ignota. Forse perché “tutte le vite cominciano con un nome”. Fino a che il nome non c’è, la vita è come sospesa, in attesa di qualcosa che deve arrivare.
Non voglio anticipare il finale, la soluzione di una semplice vicenda che vale quel che può valere di fronte ad un abisso che sembra vicino allo spalancarsi nel nostro futuro dietro l’angolo. Ma che è pur sempre un “segnale umano”, uno di quei piccoli segnali che Zardi sembra continuamente intento a cercare nelle sue storie che, fin dai suoi precedenti racconti (pubblicati in un paio di raccolte a suo nome e in altre e più autori) e romanzi (La Felicità esiste), ci mostra di saper raccontare sotto uno sguardo solo apparentemente freddo e chirurgico, in realtà carico di empatia per le nostre affollate solitudini e timide, ma profonde, sofferenze.
Più che la storia d'amore in primo piano, comunque bella e ben raccontata, è lo sfondo di un futuro molto prossimo ad affascinare ed inquietare. Un vicino futuro dove non ci sarà un fulgido futuro tecnologico e di miglioramenti sociali, e nemmeno catastrofi mirabolanti, ma solo un lento inesorabile declino economico, sociale, culturale , morale. E quando il romanzo è stato scritto il Covid19 non c'era ancora!
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Un planteamiento que pudo haber sido interesante sobre una Europa en crisis. El relato y los personajes, salvo algunas imágenes y descripciones bien logradas,dejan mucho que desear: encontramos un protagonista plano y enfocado en el descubrimiento de los detalles de una infidelidad que rápidamente pierde todo interés. Lo distópico no se ve en ninguna parte.
Un'autore che non conoscevo e che, per me, è stato una vera rivelazione. Ho trovato, in questo testo, un punto di vista veritiero sul mondo occidentale, piuttosto triste, catastrofico volutamente esagerato, ma tangibile oggi. A salvarci saranno gli affetti? Sarà l'amore? Credo che l'autore abbia voluto affermare che sì, ciò che conta, è la solidità delle proprie emozioni.
3,5 su 5 Una bella storia, umana e pressante. Un futuro prossimo credibile, una vicenda tragica e una sequenza di eventi angosciante. Paga un po', a mio gusto, lo stile narrativo
Ho amato la scrittura di Zardi, scorrevole e mai noiosa, questo ha permesso di sviluppare un racconto di buona qualità. In poche pagine l autore è riuscito a trovare un dialogo adeguato con il lettore e a farlo riflettere sul significato dell'amore, in tutte le sue sfumature
Un futuro non proprio roseo quello descritto, in cui le piogge sembrano essere continue e la speranza sta lentamente scomparendo. Cosa può fare un marito per salvare la propria famiglia?
Capitolo dopo capitolo ci troviamo di fronte a uno scenario sempre più sconfortante per la famiglia del nostro protagonista. La moglie è ricoverata in ospedale e i due figli al momento sono un po’ spaesati. Devono vivere a casa di una nonna, che non ispira grande fiducia, in un quartiere a dir poco malfamato. Come se non bastasse il protagonista dovrà affrontare una grande rilevazione sul suo matrimonio, ritrovandosi senza alcun riferimento certo.
La società che viene descritta nella storia sembra essere allo sbando. Ognuno cerca di continuare a vivere la propria vita come se non ci fosse nulla di strano, ma le città si stanno lentamente sgretolando. Il protagonista deve viaggiare molto per lavoro e ci permette di scoprire alcuni angoli in cui si capisce che il declino è lento ma inarrestabile. La manutenzione anche degli aspetti fondamentali, come le strade o la spazzatura, è trascurata.
Non mancano ovviamente gli episodi d’isteria collettiva, che trascinano le persone a compiere atti a dir poco allucinanti. Assistiamo per esempio a una ragazza che rimane inginocchiata per ore, sperando che il suo idolo televisivo si salvi, finendo per ammalarsi gravemente. Ma agli occhi del protagonista queste scene sono ormai la norma, come se il senso comune della ragione fosse mutato.
Anche se il libro è ben scritto, non sono comunque riuscita ad apprezzarlo fino in fondo. Nonostante l’aria cupa e sconvolgente della trama, ci viene fornito un finale che ha l’aria di essere quasi troppo idilliaco per la situazione descritta. Infatti stride totalmente con quando è narrato nei capitoli precedenti e rovina un po’ la tensione che si è pian piano accumulata.
Zardi immagina un futuro in cui la crisi economica ha piegato l'Europa che assiste impotente all'ascesa dei paesi emergenti, crogiolandosi nella decadenza e nel ricordo di un passato glorioso, mentre chi manda avanti il mondo cerca di regalare fiducia alle persone.
Vendere è un atto di amore, dice il protagonista, venditore porta a porta di depuratori d'acqua: entra nelle case delle persone e le convince ad acquistare per 2.500 euro un depuratore, mentre gli anziani iniziano ad organizzare furti nelle case di altri anziani e i giovani derubano e picchiano chi esce dai centri commerciali. Commesse annoiate, residui di un'epoca di consumismo che oramai è crollata, mentre i palazzi si sgretolano e le ville dei ricchi giacciono abbandonate dai loro padroni e i gatti scompaiono di strada.
"Il consumo rende liberi" recita una scritta fuori dal centro commerciale, ma cos'è la libertà? Quale è il senso della vita quando scopri che la donna che ami ti ha nascosto qualcosa di fondamentale di sé, quando tutto viene a galla mentre lei giace in coma in un letto di ospedale?
Il libro si legge in qualche ora - l’estate è alle porte sarebbe un ottimo compagno sotto l’ombrellone - Paolo Zardi non gira intorno alle cose va diretto al dunque, con un po’ di sarcasmo, un po’ di ironia e qualche riflessione sul nostro tempo. Forse manca del pathos, almeno io, non sono riuscito ad emozionarmi mai: quando i due ragazzi scoprono la mamma a terra senza sensi, quando il cognato dà a “lui” la notizia della moglie in ospedale, quando “lui” va a casa della madre e riabbraccia i figli o quando porta i figli in ospedale … tutti fatti che nel reale capitassero ad ognuno di noi produrrebbero una rivoluzione di sentimenti, leggendo il libro rimangono fatti senza spessore emotivo.
In un futuro imprecisato ma non troppo lontano l’Europa è in ginocchio, prostrata dalla crisi economica. Si vive nella povertà, nello squallore, ci si ammala più facilmente; non c’è neanche più la speranza che esca il sole – piove incessantemente. Un uomo (il suo nome non lo scopriremo mai, anche se è il protagonista del romanzo) si ritrova a gestire da solo i due figli di tredici e sette anni: sua moglie Eleonore è stata colpita da un ictus ed è in coma.
Un bel libro, che merita di entrare tra i cinque finalisti del premio Strega 2015. Una storia che, una volta che si entra nel vivo del racconto, si lascia solo dopo esser arrivati all'ultima pagina. Una scrittura asciutta, in alcuni tratti poetica, senza fronzoli, che conquista.
L'autore avrà cercato di ricreare il declino, l'individualismo estremo, l'assenza di sentimenti veri del XXI secolo anche nella scrittura? Mi piace pensare di sì, sennò: piatto, asciutto, molto poco empatico. Un libro evitabile.