“Cerco ponti in cui lo spaesamento e il sentirmi a casa coincidano. E su quei ponti finiscono con l’apparire, teneri e meridiani, i fantasmi che mi riconducono là dove io sono cominciato e dove è cominciata, per me, questa città.” Questa è una ricognizione autobiografica ed è il racconto della città che l’ha ispirata. Si entra nella storia dagli anni l’infanzia nei nuovi quartieri periferici, con le paterne “lezioni di cultura operaia”, le materne divagazioni sulla magia del lavoro sartoriale, la famiglia comunista e quella cattolica, le ascendenze lombarde e quelle leccesi, le gite in tram, le gite in moto, la morte di John F. Kennedy e quella di papa Giovanni, Rocco e i suoi fratelli, l’oratorio, il cinema, i giochi, le amicizie adolescenziali e i primi amori fra scali merci e recinti incustoditi. E si procede con lo scatto della giovinezza, accanto l’amico maestro di vita e di visioni, sullo sfondo le grandi lotte operaie, la vitalità dei gruppi extraparlamentari, il sognante melting pot sociale di una generazione che voleva “occhi diversi”. A questa formazione si mescola la percezione dell’oggi, il prosciugamento della città industriale, i progetti urbanistici per una Grande Milano, le trasformazioni dello skyline, il trionfo della capitale della moda e degli archistar. Un romanzo autobiografico magistralmente scritto, lo sguardo teso della la storia di una città, di una generazione.
potremmo sottotitolarlo rollo e i suoi fratelli. anche se qui non ci sono la boxe, la degenerazione, la violenza. e anche se la morte arriva sì drammatica, ma senza ammazzamenti: a bordo di una cinquecento che non si ferma a un semaforo, nel cuore della notte, nel cuore degli anni '70. del film di luchino visconti, e dei racconti di giovanni testori da cui la pellicola era tratta, c'è però l'ambientazione contigua. identica quella geografica di emigrati dal sud, diversissima pur nei tratti comuni quella sociale: la famiglia di rocco parondi cercava l'avanzamento sociale come un riscatto, mentre i rollo in quegli anni '50 e poi a seguire avevano nell'appartenenza operaia una ragione fondativa, alimentata di concretezza e orgoglio. la vergogna era semmai l'ambizione piccolo-borghese della stanza in più, del tinello separato, del chiamare fabbrichetta quella che per il padre dell'autore sarebbe rimasta sempre un'officina. e poi in comune sullo sfondo c'è soprattutto il ponte della ghisolfa vicino al quale l'autore è cresciuto, e che torna infatti come citazione lungo tutto questo libro che sguiscia un po' via dalle classificazioni. perché con un'educazione milanese rollo ha scritto (invero proprio bene) qualcosa che è autobiografia e insieme recherche di un'identità collettiva, politica e moltissimo di classe. un'opera che mi è piaciuta (qualche capitolo parecchio, altri decisamente meno) ma che credo mi avrebbe appassionato di più se non avessi percepito così forte il continuo tentativo di riprendere il filo del titolo, come quando a scuola si aveva paura di andare fuori tema. e sicuramente molto di più (mi avrebbe appassionato) se non avessi letto a suo tempo milano dopo il miracolo di john foot. un testo - che rollo conosce indubbiamente bene, anche solo per esser stato pubblicato dalla feltrinelli di cui era fino a pochi mesi fa direttore letterario - che racconta le trasformazioni sociali dell'ultimo mezzo secolo attraverso la storia della città che più ne ha fatto propri i linguaggi, i codici, le contraddizioni. detta diversamente: foot passa dalla morfologia, dai quartieri, dalla trasformazione urbana di milano per raccontare quel che è avvenuto in generale in italia, a livello politico, economico, culturale. quel che ha fatto sì che gli armani e i prada abbiano preso il posto dei falck e dei breda nell'élite meneghina e nazionale. e lo fa innestandovi un'analisi del mito della cosiddetta cultura della classe operaia urbana, muovendo da una provocatoria citazione dell'"operaista" franco fortini: «nessuno è così ingenuo da credere che ci sia davvero una cultura proletaria». in quel caso si trattava di scandagliare degli stereotipi, nel caso di testori di raccontare storie che hanno saputo imprimersi nell'immaginario. qui siamo tra le due cose, tra la discussione antropologica e la ricognizione affettiva. nondimeno non riesco a non percepire un po' troppo sapore da luci-a-san-siro-di-quella-sera. dove alla 600 possiamo sostituire forse il guzzi rosso del padre su cui rollo saliva da bambino, ma resta l'epica dei suoi 20 anni e una ragazza che lui sa. in più, quantunque io sia un'appassionata delle metamorfosi urbanistiche (tipo che mi fermo a guardare gli scavi nei cantieri come i pensionati, sì) tanto all'inizio quanto alla fine ho trovato troppo dettagliato il resoconto (lo dico? lo dico) site-specific (l'ho detto) delle multiformi creazioni di architetti star. e questo pur comprendendo quanto l'idea alla base sia militante: nel momento in cui milano assume una nuova fisionomia, e recupera rieditandoli i luoghi della vecchia, farsi testimone pensante di fronte a una sorta di piano-regolatore-umano, prima ancora che architettonico. un genius loci che ha a che fare tanto col senso di spaesamento quanto con quello di appartenenza che la città sa rendere inscindibili. il punto è che l'operazione nostalgia è sempre in agguato ed è roba delicata, anche e soprattutto quando si intreccia con incursioni variamente analitiche: l'ultimo libro di questo campionato che ricordo di aver letto (fronte coscienza di classe borghese e non proletaria, però) è gli anni di annie ernaux. sul quale pure mantengo qualche riserva, infatti. tre stelle e mezzo, anche in questo caso.
Quanto è importante l'influenza della città in cui si vive sulla propria educazione? Non vale certo per tutti, ma per l'autore coincide con l'identità stessa della città. Si parte da una coscienza di classe operaia, quando da immigrati del sud si arriva nelle periferie milanesi, piene di vita nelle case ancora di ringhiera e con le prime case popolari. E Milano allora aveva una sua realtà industriale in cui la forza lavoro aveva importanza. Poi sono arrivati gli anni '60 e con il benessere economico la scoperta di un mondo intellettuale in fermento. Milano era anche quello, e l'autore comincia a farne parte, insieme alle contestazioni che non erano altro che fervore intellettuale. Poi arriva l'amore per gli edifici, l'architettura riscoperta, le mostre d'arte, il cinema, la metropolitana e, naturalmente la moda. Una bella lettura che non si crogiola nella retorica della Milano europea, ma che fotografa con le parole periferie, stazioni di metropolitane, fabbriche dismesse con qualche refuso che non ricorda, ad esempio, che la stazione Bonola non c'era a metà anni '70 e che confonde il Gallaratese con Gratosoglio.
Superate da subito le mie riserve nei confronti del libro che spontaneamente non avrei mai letto, mi son trovato preso dalla storia di Rollo che è la storia della mia generazione, scritta con grande sensibilità e anche con una prosa di tutto rispetto. Anche se i miei anni giovanili li ho passati in un'altra città e in un altro contesto, e anche se la mia vita è sempre stata una vita ai margini, più da spettatore che da attore, pure lo spirito del tempo l'ho vissuto anch'io e anch'io l'ho patito e un segno ha lasciato nella mia vita. Non amo ricordare e rivivere il passato, ma la lettura di questo libro mi ha, mio malgrado, riportato alla mente fatti e sensazoni che credevo definitivamente sepolte, in fin dei conti sono stato giovane anch'io, anch'io ho avuto sogni e delusioni e sono stato plasmato (piegato?) dalla vita come tanti. Il fatto è che io quegli anni li ho passati in solitudine, non ero contiguo a nessun gruppo e nessuna ideologia mi ha sedotto, sono sempre stato un nessuno, immerso nei miei pensieri, volevo andarmene, ma non sapevo dove, volevo fare, ma non sapevo cosa, e alla fine il caso ha deciso per me e siccome sono un ragazzo fortunato non posso neppure lamentarmi tanto dei risultati raggiunti, anzi. Ma questo cosa c'entra con il libro? Ecco, l'uomo che cammina per le strade di una città con mente aperta e attenta diventa parte del paesaggio, pensiero e panorama si confondono e si influenzano a vicenda. Case e strade e giardini e ombre e luci si animano delle vite vissute, la storia non passsa invano, come con grande delicatezza descrive Rollo tale situazione. Conosco poco Milano ma grazie alle parole dell'autore mi son trovato a desiderare di approfondirne gli aspetti meno noti.
«Com’è che si appartiene ad una città?». Entri alla libreria verso in Porta Ticinese, per un the con un’amica, e ne esci sereno e appagato e con un … Rollo in tasca. «Entrai in un cinema d’essai. Lo spettacolo era già cominciato. Lì mi sentivo al sicuro. Lì si raccontavano storie.». Io e Milano ci siamo incontrati quando io ero già grandicello e lei stava incominciando a perdere le sue fabbriche e, ahimé, la sua nebbia. Così ho potuto solo intuire cos’era stata questa città nell’immediato dopoguerra e negli anni dello sviluppo industriale. Anni che ne avevano fatto un punto di riferimento in Italia e in Europa in tanti campi della cultura e dell’economia. Ho vissuto la lettura di questo libro come fosse una piacevole ed istruttiva passeggiata in giro per Milano, in compagnia di un vecchio e cordiale amico con cui sento di condividere una scala di valori, che, senza enfasi, ma con fare tranquillo ed intrigante, mi ha portato a visitare angoli nascosti, a conoscere personaggi che hanno fatto grande Milano e a conoscere aspetti della vita sociale e culturale della città che mai avrei appreso senza di lui. «Ogni forma di educazione ha una durata, un’evoluzione e una conclusione. La ricchezza prodotta dal processo evolutivo ci dispone ad entrare nel territorio dell’esperienza, ma le cognizioni ricevute sono assimilate stabilmente. Lo stesso fa una città, e quando parlo di educazione milanese, anzi educazione milanese operaia, intendo un processo formativo che, forzando deliberatamente il credito delle scienze cognitive, è capace di creare un filtro, un’attitudine critica, una visione che, benché abbiano poco a vedere con la coerenza delle idee, anche sulle idee agiscono e modellano l’azione e il carattere». E avendo avuto modo di conoscere un po’ i meccanismi di sviluppo della città, non posso che trovarmi d’accordo con Rollo, quando afferma: «Che Milano non abbia mai conosciuto una elaborazione autoctona della sua forma urbis è piuttosto evidente e quando non ha più reagito assimilando, ha cominciato a spostare l’accento sul suo essere una città europea, che è un bell’esempio di menzogna-verità servita nel piatto della comunicazione, certo, ma anche nel piatto del cittadino che viene costruendo una identità, fuori dal conflitto di classe.». Grazie, lorin. Appendice 10 febbraio 2019 Tratto dall’articolo di Elasti, del 19 gennaio 2019 su “D” di Repubblica “Chi se n’è andato ci insegna come restare”. (http://www.facebook.com/Claudia.de.Li... Rimanere, quando altri che amiamo se ne vanno, ci investe del dolore, certo, del vuoto dell’assenza, ma anche di una responsabilità grande. L’ho capito veramente, come a volte succede, vedendolo scritto da altri. «… e allora chi resta deve vivere due volte, tutte le volte che lo sparire ha scavato buche dentro di noi», dice Alberto Rollo in “Un’educazione milanese”, un libro denso e intenso che, nel circoscrivere luoghi ed esistenze, regala uno sguardo universale sul lavoro necessario, arduo e luminoso di diventare grandi. E ancora: «Siamo condannati alla perdita, comnque sia. E nondimeno ad ogni perdita siamo messi bruscamente o progressivamente davanti alla fatica della bellezza del vivere.»
Verso la fine del libro, è lo stesso Rollo a definire la sua scrittura "né di invenzione né di mera evocazione biografica". E credo stia in questa osservazione, che presuppone un'indecisione fondante, l'origine dei limiti di questo libro, soprattutto rispetto all'apparente pudore che fa usare a Rollo l'aggettivo "mera" per riferirsi alla sua componente più biografica. Perché è proprio da quest'ultima, quando un certo controllo pare venire meno, che emergono le pagine più vere e coinvolgenti del testo, che scorrono via leggere e restano negli occhi. Altrove, quando il racconto è sotto il controllo di un'eccessiva razionalizzazione prospettica, si sfocia nel territorio della saggistica e soprattutto di una scrittura pesante e respingente. È davvero un peccato.
Nota a margine: finito di leggere il 26 maggio 2017, a poco più di un mese dall'elezione del Premio Strega cui questo libro è candidato. Mi stupirebbe vederlo vincitore - e, a titolo del tutto personale, non lo voterei.
Sentivo che la Milano di mia madre rubava spazio a quella di mio padre. Ma non era più la Milano di mia madre. Né tantomeno a quella di mio padre. E d’altro canto io avevo rinunciato all’una e all’altra.
Milano come la biografia di un autore. La biografia come una storia di collettività. Comprai questo libro tanto tempo prima di leggerlo, affascinata da una ‘vicinanza’. Io ho sempre considerato la mia città come una parte della mia biografia. Tuttavia, nonostante la vicinanza anche geografica con l’autore - non sto poi molto distante, alcuni riferimenti alle scuole, alle vie, sono scuole e vie che ho frequentato o frequento - mi sono ritrovata particolarmente poco coinvolta nella lettura. La scrittura, per quanto colta e molto chirurgica nella scelta dell’aggettivazione e della sintassi (mica ci si può aspettare di meno da uno scrittore con un curriculum così), a me ha fatto sembrare il tutto molto artefatto, più che rarefatto. Come se fossimo su Photoshop e fosse stato un filtro seppia sulla foto originale, così sembra ancora più autentica, del periodo, invece vedi subito che c’è il ritocco. È probabilmente una sensazione squisitamente personale. Però l’insistenza sui dettagli urbanistici, tende a far perdere il filo, più che ad appassionare. Poi c’è la vicenda umana, un coming-of-age, che si conclude con un incidente (mini spoiler).
Nel complesso, è una bella lettura, ma io mi aspettavo di meglio e non mi sono goduta del tutto la storia.
In Un’educazione milanese c’è la vita operaia, la periferia e il desiderio di diventare qualcuno ma c’è soprattutto il teatro, il cinema e la letteratura, quelle arti che sanno segnare i giovani come poche altre cose al mondo e che insieme a Milano diventano protagonisti di pagine che sono una continua crescita, il desiderio di scoprirsi attraverso ciò che si vive nella propria città con i suoi personaggi che la scuotono.
"Non si tratta di una vera e propria storia, l'autore parla della sua vita in modo frammentario e sconnesso e si dilunga in riflessioni e descrizioni che spesso non hanno ne capo ne coda. Per non parlare delle molte domande senza risposta e dei salti temporali continui, cose che mi hanno infastidita quanto il suono delle unghie su una lavagna. Ma in questo turbinoso e confuso mare di parole ho trovato anche delle parti che hanno riacceso il mio interesse come ad esempio qualche episodio dell'infanzia, la notizia dell'assassinio di Feltrinelli (fatto accennato che avrei tanto voluto fosse approfondito) ed un'altro episodio molto tragico, che è riuscito a darmi uno scossone dalla noia di questa lettura."
Compre este libro tras regresar a la ciudad donde viví 3 años. Le guardo un cariño especial a Milán, y buscaba en este libro re acercarme a la ciudad que me fue mi casa por un buen tiempo. El libro pinta un Milan a través de los años, un Milan que pasó por dictadura, depresión y la revolución estudiantil. No sé si el libro es una biografía, más bien se siente con un albúm de fotos en movimiento. El libro abre con una escena donde Alberto -el autor- de niño se pierde en la multitud y una persona que lo encuentra pregunta "¿De quién es este niño? ¿Lo quiere Milán?" De ahí parte la exploración, primero con el padre, luego con el amigo Marco y ya solo, como adulto. La narrativa del libro me costo, no lo encontré fácil y me tomó mucho tiempo leerlo, pero estoy contento de haber conectado con Milan de nuevo.
Un libro fatto della materia di cui sono fatte le nostalgie. Una narrazione che corre tra due poli, quello della memoria autobiografica e quello della ricerca di senso nel presente, col rischio che a volte alcuni fili vengano tirati e mai riannodati. Come passeggiare per Milano e buttare l'occhio oltre i portoni, intravederne la bellezza e non saperne mai davvero i nomi e le sorti. La parte sull'infanzia, la prima, è la migliore, quella sulla giovinezza apre voragini: avrei voluto saperne di più. Ma forse anche lui che ne narra.
Letto col GDL. Narra la trasformazione di Milano da città operaia e piena di industrie a città della moda, degli affari e degli archi star. L’educazione ricevuta dal padre, operaio comunista, con un forte senso di appartenenza a questa categoria si contrappone alla voglia di cambiamento degli anni ‘70. “Ora sappiamo che il vero potere è quello che inventa ricchezza e per governarla vuole disparità sociale”
Ho trovato molto piacevole e interessante questo libro, soprattutto nella prima parte, dove l'autore cerca di individuare una sorta di specifico milanese nella cultura che tiene insieme una comunità, esplorando la propria biografia.