Mi aspettavo un libro diverso, ma non ne sono stata affatto delusa, anzi, piuttosto positivamente sorpresa. Il filo conduttore è l’atto di bullismo compiuto dai cinque ragazzi ai danni di Mirko, loro compagno di classe la cui unica colpa è quella di essere troppo diverso, troppo strano, troppo fuori dal gregge ai loro occhi: Lucio, il più meschino del gruppo, arriva a definirlo un Untermensch, un subumano come nell’ideologia nazista, che per legge di natura è destinato a soccombere al più forte.
Quello che colpisce di più, oltre all’atto in sé, è il fatto che ognuno di loro per ventisette anni sia andato avanti con la propria vita, chi meglio e chi peggio, chi con un briciolo di rimorso (per Stefano, voce narrante, è impossibile ricordare una cosa qualsiasi, perché il ricordo lo porta inesorabilmente a quella notte in gita) e chi no, ma comunque senza sentirsi tanto colpevoli da avvertire l’esigenza di confessare. Anche quando il cerchio si stringe e le prove sono inconfutabili, cercano di negare ogni responsabilità e temono più di ogni altra cosa di finire in carcere, finché uno di loro crolla.
Quello che non mi aspettavo era l’aura da giallo/noir che si avverte fin da subito, con ritmi serrati e colpi di scena man mano che vengono fatte nuove rivelazioni e si resta fino alla fine con il dubbio: perché sono stati riuniti dopo tutti quegli anni? Cosa vuole realmente la madre di Mirko da loro?
È una lettura che consiglio sicuramente, perché tratta non solo un tema purtroppo molto attuale (leggendo è impossibile non pensare a Domenico Maurantonio, lo studente morto durante una gita scolastica nel 2015), ma anche di un altro tema fondamentale: il senso di responsabilità, la capacità di capire le conseguenze delle proprie azioni e decisioni, come spiega lo stesso autore nel Post scriptum alla fine del libro. Una qualità che molti ragazzi - e molti adulti - non hanno.
«Sapete perché è difficile individuare il proprio talento?» continua la signora Caiati. «Perché siamo sempre concentrati su quello che ci può rendere uguali agli altri. Coltiviamo l’omogeneità. Aspiriamo a far parte della massa, ci spaventa la divergenza. Cerchiamo di imitare gli altri, cerchiamo di stare in gruppo con loro. Cerchiamo di mimetizzarci. Di essere normali, nel senso di consueti, prevedibili, regolari; per non apparire, ovviamente, patologici. Non capiamo quanto arricchiremmo il mondo, se sapessimo valorizzare la nostra unicità, e se sapessimo tollerare quella degli altri. Se non considerassimo patologia la differenza.»