ecco un perfetto esempio di libro di cui non colgo il senso. perché raccogliere articoli usciti sul venerdì di repubblica, e sparsamente altrove, e pensare che debbano godere di interesse costante nel tempo? non stiamo parlando dei grandi reportage di barzini, e anche kapuściński quando si occupa di culture troppo lontane dalla sua lo posso trovare bravo, ma con il tipo di circolazione che hanno oggi le notizie mi pare abbastanza immotivato leggerlo.
e poi sarò snob, ma diamine in questo libro ho trovato riferimenti alla versione albanese di striscia la notizia, alla battuta finale di una puntata de le invasioni barbariche, e il viatico introduttivo era stato il chiacchiericcio del transatlantico (quello maiuscolo) ove si aggirano minzolini e debora serracchiani, che (cito) «è più bassa e normale di quanto non appaia in tv».
per quanto rielli me la metta giù in chiave ironica, resto convinta che ci sarà un motivo se nel giro di 12 ore buona parte dei giornali è notoriamente perfetta per incartare il pesce.
ne il grande freddo, jeff goldblum interpreta un giornalista che a un certo punto si lamenta di essere «stufo che il mio lavoro venga letto nei cessi». qualcuno lo ammansisce che anche dostoevskij era letto al cesso, e lui chiosa: «non in una cacata sola, però». ecco, senza offesa (rielli sappi che io e il tuo libro ci siamo frequentati solo davanti a tazze di tè) trovo che raccogliere degli articoli in un volume solo per farli durare di più abbia le sue motivazioni da quelle parti lì.
infine una notarella di stile. mi dicono in molti che il ragazzo scrive bene, e sarà. ma se a pagina 19 trovo un «ahhhh (4 acca, ndr), esci da me, stile retroscenista!», qua e là degli (uff) tra parentesi, e dappertutto una quantità di inglesismi da lost in translation, mi vien da dire che nemmeno gli incarti del pesce sono più quelli di una volta. gli do due stelle, cioè sufficiente, con l'attenuante che di sicuro ho un problema personale con questo genere di operazione.