Bello, eh, non c'è dubbio, io però intanto lo mollo qua, a pagina non so quanto, forse ottanta, forse cento, ché ho l'ebook e ogni volta che ingrandisco o rimpicciolisco il carattere le pagine scattano da ventotto a quarantadue o indietreggiano da centoundici a settantuno, lasciandomi come un antico marinaio cui improvvisamente abbiano oscurato le stelle (che non si dica che non so metaforare, io).
Pesante, questo libro, ma pesante, pesantissimo. Come una versione di greco da fare di pomeriggio, a sedici anni, quando invece puoi giocare a PlayStation (a PlayStation, non alla PlayStation!) o sederti in piazzetta a bere birra calda e fumare canne (una divisa in quattordici, ma vuoi mettere la ribellione...) o girare a Cagliari con la testa per aria o leggere un libro di Bukowski o fare qualunque altra cosa, tranne la versione di greco.
Dicevo, pesante, 'sto libro. E' la storia di una famiglia che si capisce da subito che è sfigatissima, con morti, disgrazie, lutti e quant'altro, per non farci mancare niente. Ma non è questo il problema, figuriamoci, io divoro le saghe familiari disgraziatissime e sfigatissime. Mi piacciono, proprio. Tipo quelle dei Singer, Israel e Isaac (Esther ancora non l'ho provata), oppure, uno a caso, McCourt. Mi piacciono, mi crogioulo, io, nei drammoni familiari. E allora qual è il problema? Io. Io che fatico a immedesimarmi in una storia, a cascarci dentro, se la storia non è raccontata bene. Certo, Marcello Fois scrive benissimo - sia indicato al pubblico ludibrio chi dice il contrario - usa persino la parola baluginio, che non sono mica tanti gli scrittori che la usano. Forse Erri De Luca sì, lui la usa (mi sta venendo voglia di aprire tutti gli ebook di Erri De Luca...). Erri De Luca, mannaggia. Si fosse chiamato Harry De Luca sarebbe stato ancora più figo. Harry, come l'amico di Derrick.
Ma torniamo a noi. La scrittura di Marcello Fois è una roba che io mi immagino lui, seduto alla scrivania di legno massello (altro che noi poveri recensori con scrivania Ikea in truciolato, se va bene), ecco, mi immagino lui alla ricerca di parole difficilissime, frasi wow, espressioni che Michela Murgia deve morire di invidia, quando le legge. Io me lo immagino così, preso a ricercare la musicalità del testo, la metafora che ti spiazza... me lo immagino che una mattina si sveglia con baluginio in testa (laddove io, al massimo, riesco a mettere insieme cesso e caffè) e allora si inventa qualcosa in cui ficcarlo, quel maledetto baluginio.
Lo so, però, è colpa mia. Io sono terra terra, non riesco a capire perché non si possa raccontare una storia nel modo più semplice possibile. Non capisco perché se ci sono un modo pesante e un modo leggero di dire le cose, si scelga sempre quello più pesante. Appesantendolo con baluginii vari. Fa molto scrittore, la scrittura difficile, e un'altra cosa che mi ha ricordato 'sto libro è sempre quando avevo sedici anni - spenta la Play, finito Bukowski, pure le canne scarseggiavano - e volevo fare il figo. Mannaggia, mo' vado in biblioteca e prendo, toh, Proust! E andavo tra gli scaffali, lo cercavo, lo portavo al banco dalla bibliotecaria facendo la faccia di quello che eh sì, leggo Proust, che cazzo ci vuoi fare?. Ecco, non sopporto la scrittura artefatta, artificiale, affettata e altre parole difficili. Non sopporto la scrittura che si compiace. Che cosa mi interessa, a me, se sai un sacco di parole? Raccontami una storia, ché quello voglio.
Attenzione, però, che tutte queste sciocchezze che ho scritto non appaiano come un inno all'ignoranza o, peggio, alla sciatteria. Tutto il contrario. Trovo molto più semplicistico - e ignorante, e sciatto - il ricorso a una scrittura artefatta, difficile, arzigogolata, complicata, pesante. Tipo brigadiere dei carabinieri che per far vedere che è ha fatto le scuole, lui, usa un italiano che esiste solo nella sua testa. E in quella dei suoi colleghi della Benemerita. Lo scopo di chi racconta una storia è quello di avere qualcuno che ascolta, e la speranza di chi ascolta è quella di sentirla, una storia. Invece con Marcello Fois, ma pure con tanti altri, sembra che lo scopo sia solo quello di fare i fighetti ermetici, tipo il suddetto brigadiere. Una figaggine ermetica che prende assieme scrittore e lettori, contenti il primo di essere un letterato e i secondi di capirne, di letteratura.
Sarà, io non ci capisco niente però, e preferisco un Lansdale a casaccio con scazzottate e sparatorie a questo baluginio qua...
E poi, ciò che mi ha fatto desistere definitivamente, è stata questa frase: per essere buono il vino deve sporcare il bicchiere... No! Sono andato avanti altre pagine, ma c'era sempre 'sto vino che macchia il bicchiere a ronzarmi in testa, fino a che non ce l'ho più fatta! Siano banditi tutti gli scrittori - in ispecial modo quelli sardi - che cianciano di vino che sporca il bicchiere! Dove andremo a finire, di questo passo? A dire che la Sardegna è bella tutta, signora mia, io amo soprattutto l'interno. E l'ospitalità? L'ospitalità dove la mettiamo? E la gente, la semplicità? La vita di una volta, i ritmi lenti... pane, formaggio e un bicchiere di vino... che resta macchiato, ovviamente!