Siete nati in una grande città, avete sempre vissuto in una grande città, siete abituati a ritmi frenetici, non siete avvezzi a chi vi sparla alla spalle, non siete gente che va al bar per fare 2 chiacchiere e vedere una partita di pallone?
Questo libro non fa per voi.
Qui si parla di gente di provincia, perchè la vita là non è facile come sembra.. In provincia - cito a memoria - la tua ex te la ritrovi nella stessa pizzeria tutti i sabati, nella grande città no. Perchè la provincia, con le sue malignità, i sotterfugi, le voci - "ma lo sai chi è quello?" "si, quello che.." - o ti fa scappare o ti tempra.
Di questo parla il celebre cantante. Non aspettatevi spezzoni di un gasato figlio di papà nato nell'interland milanese, qui si parla di ragazzi semplici, "con il sogno nel cervello di una moto per cavallo, a esaltarci per un niente, basta che sia divertente.." (Jolly Blue), ragazzi di provincia, che vanno avanti con due lire se hanno culo.
Mi viene molto difficile commentare questo libro, se non parlando di me stessa. Intanto una trama non c’è perché non è nè una vera e propria biografia nè un romanzo ma una sorta di storia del gruppo vista dal punto di vista del suo essere radicato nel territorio in maniera così forte da dar le origini alla maggior parte delle canzoni pubblicate che, per chi come me è stato fan sfegatato degli 883 dalla loro nascita, contengono tutte come tematica forte e sempre presente. Chi come me sia nato e vissuto alla periferia di una grande città capirà bene ciò che viene descritto nel libro: quella sensazione di estraniamento, di solitudine e di isolamento e di possibilità mai presentate, difficili da cogliere, ma contemporaneamente di luoghi conosciuti, cari e sicuri, di facce viste ogni giorno e di persone che si ritrovano come punti fermi pur quando le guardi cambiare. Erano i mitici anni Ottanta, quelli in cui le cose erano ancora diverse, ma il mondo intorno stava cambiando molto velocemente; c’erano tantissime nuove correnti ed influenze ma che in periferia arrivavano sempre in ritardo, e però non esisteva ancora la globalizzazione e la rete come oggi, e tutto quello che ti serviva era sempre lì a portata di mano. Anche se poi per noi ragazzi non lo era mai davvero e eravamo sempre insoddisfatti e alla ricerca di qualcosa di più, di diverso, per cui dovevamo sbatterci. La sensazione di vedere il mondo andare troppo forte intorno e cambiare mentre tu resti fermo legato dalla palla al piede del posto da cui provieni, in costante ricerca di qualcosa di più di quello che hai che ti sembra sempre poco, ma “alla ricerca di qualcosa che poi cos’è che è non lo sappiamo nemmeno noi”. Ho ritrovato in questo libro la mia adolescenza, la fase della vita trascorsa a sognare di andare via lontano, quella in cui prendevi un treno, spesso senza dirlo a nessuno, per andare in qualche altro posto, cercando un appiglio per sentirsi diverso e lontano da quel grigiore della provincia e da quel piattume di volti sempre uguali. Il farsi km per poter passare qualche ora in città, una città caotica ed immensa e che ti faceva brillare gli occhi e che ti faceva anche un po’ paura in fondo perchè non ci eri abituata, ma quelle poche ore anche solo per mangiare una pizza, in fondo bastavano ad evadere. Mi ha fatta un po’ commuovere ricordare quei momenti in cui Mauro ha abbandonato il gruppo improvvisamente, senza che si dessero spiegazioni ufficiali, e leggere che avesse intrapreso brutte strade anche a causa di chi, come tanti di noi, aveva commentato “ma che fa oltre a saltare?” mi ha fatta sentire decisamente in colpa. Ripensare a quegli amici che avevano fondato il gruppo con cui andavi nelle salette e nei locali a sentirli suonare e che sognavano un giorno di sfondare. E poi un bel giorno ti svegli e ti ritrovi grande e i sogni troppo grandi sono rimasti sempre lì uguali e ti accorgi che è ora di metterli da parte e crescere, che te lo dicono tutti intorno, e ti guardi intorno e vedi che è tutto cambiato e che le persone che conoscevi bene lo hanno fatto (anche se da lontano sembrano sempre tutti bravi, belli e realizzati) ma tu sai che in fondo li terrai sempre dentro di te e non li mollerai mai perché sono quelli il sale della vita e che danno la forza di andare avanti e che senza quelli saresti come tutti gli altri.
“Negli Ottanta, se non riuscivi a ottenere ciò che ti interessava, perché non era subito lì a portata di mano, ti sbattevi come una bestia per ottenerlo. Con l’overdose, con grandi pere di internet, rischi di diventare insensibile a qualsiasi tipo di messaggio: ti arrivano così tanti input che il tuo filtro mentale non riesce a reggere, a separare il buono dal meno buono, il nuovo dal vecchio, l’utile dal perfettamente inutile.”
“In provincia si vive sempre con un’atmosfera da catastrofe imminente. I miei genitori mi hanno inculcato la mentalità del foglio di carta, come se con un diploma o una laurea si campasse meglio. Poi: “Fatti un tetto sulla testa, compra quattro muri perché da lì non ti sbatte fuori nessuno.” Ma in affitto non va bene lo stesso? Chi mi dovrebbe cacciare via? Dulcis in fundo, il posto fisso: “Impiegati là, perché non possono licenziarti”. Fantastico, così mi tutelano come i russi sotto il vecchio regime, mi costringono a fare due stronzate in croce, sempre e solo quelle, mi obbligano a sbattermene e a lavorare il meno possibile.”
Piccola perla, breve ed essenziale come chi segue il Max nazionale sa. Sincero come un bel bicchiere di lambrusco. Sembra di sentirlo letto dalla voce di Max. Nostalgico e malinconico. Indimenticabili quegli anni. Guest-star i protagonisti delle canzoni degli 883 che qui diventano personaggi reali, presi da una Pavia che è provincia e specchio del mondo. L’Omero di Pavia
Ma focalizziamoci sul cammino del cantore di Pavia, il nostro Max nazionale, l’unico e inimitabile Max Pezzali, passato senza colpo ferire dal trucido in chiodo su Harley, da allevatore di struzzi a compulsivo divoratore di mozzarella light. Il segreto del suo successo è un mistero insondabile anche per lui stesso, piace perché trasuda sincerità, è vero come il buon pane di paese.
Decisamente mi sarei aspettata di meglio. Voglio bene alle canzoni degli 883 ma questo libro mi ha fatto passare la voglia di leggere gli altri. A parte che si tratta di un flusso di pensieri buttati a casaccio sul foglio, senza nemmeno una seria correzione dei refusi, in alcuni punti mi ha molto infastidita. Quali? Quando parla di Repetto come a dire che ha deciso di andare in America per dimostrare qualcosa, per esempio. L'ho trovato davvero poco carino. Meglio che continui ad esprimersi attraverso le canzoni e lasci perdere i libri.