La chiave di lettura del libro più che nel titolo, Storie di parole arabe, sta nel sottotitolo: il racconto di un mondo mediterraneo. Perché non si parla solo di parole arabe, inventate quindi dagli arabi o nate dalla lingua araba, ma soprattutto di parole che arabe lo sono state o lo sono diventate; parole in continuo movimento in quello spazio mediterraneo così interconnesso, e che hanno più volte cambiato, perso o acquistato nuovi significati. Seguendone l'etimologia e la storia attraversiamo secoli e luoghi diversi, facendo scoperte inattese. Per esempio, che due simboli importanti rispettivamente dell'Islam e dell'ebraismo, il minareto e la menorah, hanno la stessa radice (la parola "fuoco"):
"Così, gli arabi chiamarono manara anche i fuochi di segnalazione marittima e le torri su cui talvolta si ergevano. E in seguito, ovviamente, manara sarebbe diventata la parola per indicare il faro. Ma il fatto che si trattasse di una torre, elevata per necessità di indicare una direzione, fece sì che questa parola assumesse anche altri significati: è interessante, in fondo, che «minareto» venga da lì."
Oppure, seguendo il significato che nelle varie epoche è stato dato all'obelisco, dall'Antico Egitto si arriva addirittura ai nazionalismi arabi moderni:
"Così, ad esempio, la Tunisia ritrovò in Cartagine e nel «proprio» passato fenicio tanto la propria classicità monumentale quanto il segno tangibile della sua identità storica. La Turchia fece lo stesso con il mondo sumerico e ittita. Lo stesso avvenne in Egitto col movimento del «faraonismo» (al-far 'uniyya): un recupero artistico di temi propri dell'Egitto faraonico che cominciò a manifestarsi con le prime lotte per l'indipendenza, a partire dal 1919. Per anni l'Egitto faraonico riapparve in edifici pubblici, case private, stazioni ferroviarie e tombe. Poi declinò, come era inevitabile. Ma anche se le tracce monumentali si fecero più rade, la strada era ormai tracciata: i nuovi soggetti politici che stavano sorgendo dalle ceneri del mondo coloniale, le nuove istituzioni e le nuove società che animavano Tunisi, il Cairo o Damasco guardavano con occhi relativamente nuovi al proprio passato: la costruzione dell'identità nazionale aveva portato con sé la costruzione di una storia regionale che non poteva essere «islamica», ma che scavava più a fondo nel proprio passato trovando i germi della stessa classicità che aveva fondato i presupposti politici e culturali dell'idea di nazione."
Un'altra riflessione importante è quella attorno alla parola calamo, che ci porta a indagare il ruolo della scrittura e il confronto tra la tradizione scritta e quella orale.
"Gran parte del valore fondante che l'islam avrebbe attribuito a questi versetti si può dire che risiedesse già tutto in quel primo comando: «Grida!», in arabo iqra'. Seguendo l'interpretazione islamica, si preferisce tradurre questo imperativo con 'Leggi!', ma al tempo di Muhammad il verbo qara'a aveva piuttosto il significato di recitare ad alta voce. È da qui che viene la parola al-Qur'an, «la Recitazione», il Corano, termine con cui si designa la raccolta delle rivelazioni avute da Muhammad nel corso della vita. Contemporaneamente un messaggio inviato da Dio in arabo perfetto e una scrittura: il Corano, in altre parole, è la parola di Dio in senso assoluto, parola che Muhammad ha solo trasmesso e mai elaborato in alcun modo. Non un «testo sacro» nell'accezione cristiana o ebraica del termine, dunque, ma un testo sacro in quanto diretta e non mediata emanazione di Dio. [...] La parola, nel Corano, si fa scrittura: ma questo avviene in un senso più profondo di quello che condividono la Bibbia ebraica o i Vangeli: Dio, Allah, si fa parola, si incarna, per così dire, nel suo scritto, e il Corano - e con esso la lingua araba - è dunque il suo logos fatto libro, scrittura e inchiostro. Inutile dire che un simile punto di partenza ha delle conseguenze: il Corano diventa inevitabilmente il depositario di una lingua perfetta, di una grammatica araba definitiva e di una lingua inarrivabile per bellezza. È questa incontrovertibile inimitabilità di natura divina che renderà impossibile, per un buon musulmano, l'idea di una traduzione del Corano in qualsiasi lingua straniera: dal punto di vista islamico, l'arabicità del testo sacro è, infatti, uno degli elementi a fondamento della propria religione."
Queste non sono riflessioni oziose, ma attualissime. Per esempio, il rapporto con la lingua araba nell'Islam è fondamentale per capire perché la stampa a caratteri mobili si diffuse nell'Impero Ottomano solo secoli dopo la sua invenzione - una delle tante concause (forse la più importante) dell'inferiorità scientifica e tecnologica del Medio Oriente a partire dal XVII secolo. Addirittura fenomeni come la diglossia e l'alto tasso di analfabetismo possono essere fatti (parzialmente) risalire a questa caratteristica del mondo arabo-musulmano.
Insomma, nel complesso è un libro piacevole e stimolante allo stesso tempo, peccato solo per la brevità.