Alla fine di uno spettacolo un attore, Svetlovidov, ormai avanti negli anni e ubriaco, si addormenta per risvegliarsi da solo e con il teatro al buio. Sono momenti di panico per lui in cui sente le forze abbandonarlo e quel teatro nero diventare sepolcro della sua vita, e in cui la sua vita così come il suo mestiere gli appare vuoto e vacuo.
“Capii allora che non esiste nessuna sacralità dell'arte, che è tutto delirio e inganno, che io sono uno schiavo, un giocattolo dell'ozio altrui, un buffone, un pagliaccio!”
L’incontro inatteso con il suggeritore gli permette di ricordare i fasti della sua carriera, rivivere emozioni che credeva perdute, splendere con le sue piume bianche in un ultimo canto del cigno.
Un dramma forte, in cui la morte si accosta alla vita, la luce all’ombra, in cui gli opposti si bilanciano rendendo lo scritto potente. Riflessioni sulla vita che scivola lo accompagnano.