Edizione integrale. Un’epica storia corale, tessuta di inganni e travestimenti, di capovolgimenti e cospirazioni, e insieme (e soprattutto) la storia della rivincita personale di Blasco di Castiglione, intricata e perigliosa quanto quella dumasiana del Conte di Montecristo. Questo e molto altro è I Beati Paoli, il capolavoro di Luigi Natoli. Tra riverberi di lame nell’oscurità dei vicoli palermitani (nella città settecentesca, ricca di miserie e di sfarzi, mirabilmente ritratta in un vivido contrasto di luci e di ombre), prende le mosse una tragica vicenda di amore e odio, di vendetta e di rivalsa sociale. Qui, nel cuore della Sicilia barocca, illuminate da fioche candele, hanno luogo le riunioni della misteriosa setta dei Beati Paoli: hanno sempre indosso un cappuccio, perché neanche tra loro devono riconoscersi, tanto è alto l’ideale di giustizia che li anima. Cari alle fantasticherie del popolo, questi figuri intendono imporre con ogni mezzo le loro sentenze, animate da una mistica volontà di ristabilire un ordine superiore in favore dei deboli e degli oppressi. Per la ricchezza dell’intreccio e la felice leva sulle ambizioni e le passioni dei lettori, il romanzo ebbe uno strepitoso successo sin dalla sua prima pubblicazione, a puntate, tra il 1909 e il 1910. Ed è e resta, tuttora, con il suo ambiguo fascino a metà tra leggenda e verità storica, uno dei miti siciliani più noti e più appassionanti.
Luigi Natoli (Palermo 1857-1941) fu giornalista, storiografo e prolifico autore di romanzi. Tra le più di venticinque opere narrative d’appendice, pubblicate con lo pseudonimo di William Galt, la più celebre e celebrata è senza ombra di dubbio I Beati Paoli, fonte d’ispirazione, tra l’altro, dello sceneggiato televisivo del 1975 L’amaro caso della Baronessa di Carini.
Veniva da una famiglia di ardenti ideali risorgimentali: nel 1860, quando aveva solo 3 anni, sua madre, alla notizia dell'imminente arrivo dei Mille guidati da Garibaldi, fece indossare a tutti la camicia rossa: l'intera famiglia venne arrestata dalle guardie borboniche e portata nella prigione palermitana della Vicaria.
A 17 anni Natoli iniziò a scrivere per i giornali, quindi lavorò come professore di storia in vari licei italiani: pubblicò anche una Storia di Sicilia.
“I Beati Paoli discendono dai Vendicosi. I Beati Paoli sono vecchi di secoli. Qualche volta si addormentano; a un tratto, quando la misura è colma, si destano. Noi morremo e dopo di noi ne verranno altri, perché i deboli avranno sempre bisogno di chi li protegga, di chi li difenda.”
In bilico tra leggenda e realtà, quella de I Beati Paoli è la denominazione che si riferisce ad un’antica setta segreta operante in Sicilia e di cui sono rimaste tracce labili ed ambigue. La tradizione vuole che quella dei Beati Paoli fosse un’associazione dedita a riparare i torti subiti in epoche in cui le ingiustizie commesse dai nobili e signori erano la ferrea regola.
Giustizieri oppure piccoli germogli di ciò che fu poi chiamata mafia?
La mancanza di testimonianze reali fa sì che questa setta rimanga un mistero che parla di sicari incappucciati che si muovevano in una Palermo sotterranea ed istruivano veri e propri processi a favore dei più deboli.
Questo è lo scenario in cui si svolge il romanzo di Luigi Natoli dove la Storia dell’isola con il suo rimbalzare tra il dominio spagnolo e piemontese si va ad incrociare con una dimensione da cappa e spada.
Feuilleton che apparve in 239 puntate tra il 1909 ed il 1910 su Il Giornale di Sicilia incatenando il lettore ad una ricostruzione fedele della Palermo a cavallo tra 1600 e 1700 e mescolando personaggi reali a fittizi in un intreccio appassionante.
Una lunga ma scorrevole lettura che ha sicuramente il fascino delle vendette soddisfatte ma che, a mio avviso, dimostra una certa stanchezza nell’ultima parte dove la tematica diventa più romantica e ripetitiva. A tratti, comunque, un Dumas in salsa palermitana.
” Egli continuò con voce commossa: «Perché voi, prode, valoroso, leale, generoso come siete, non entrate, come me, nel fitto della vita cittadina e delle terre baronali? Ah, voi vedreste quante lacrime, quanto sangue, quante infamie la compongono e pensereste che non uno, ma cento di questi tribunali sarebbero necessari, per impedire i soprusi, le violenze, le ribalderie dei potenti. Io conosco tutte le miserie della vita; io ho penetrato nelle tane dei contadini, veri greggi di schiavi curvi sotto il bastone; ho penetrato nelle case degli artigiani che vivono di stenti; ho veduto la miseria che si nasconde per la vergogna e aspetta la notte per cercare fra le immondizie un pezzo di pane duro, un osso, un torsolo; ho veduto tutte le sofferenze umane e cento, mille, diecimila bocche singhiozzare e domandare giustizia! E allora ho chiamato d’intorno a me gli uomini di buona volontà e ho detto loro: “Siamo in difesa dei deboli e dei miseri!”.
Un romanzone storico in piena regola, con intrighi di corte, duelli, amori, esotismi e, soprattutto, società segrete nella Sicilia dei primi del Settecento. Non solo è un romanzo che non annoia mai, nonostante la mole, ma basta leggerne poche righe per ritrovarsi avvinti addentro alle sue pagine, in compagnia di personaggi ben congegnati e delle loro avventure. Unica nota di demerito: nonostante il finale presenti uno scioglimento dell'intreccio tutt'altro che scontato, l'ultima parte del libro si trascina un po' troppo per i miei gusti, rimpiazzando l'indole picaresca che connota in larga parte il romanzo con una deriva romantico-sentimentale che non mi è garbata granché e, inoltre, è del tutto assente la chiusa storica che pretendo sempre da un libro del genere (colpa di Hugo); per sapere come andò a finire la guerra più dettagliatamente sono dovuto ricorrere alla nota enciclopedia internettiana.
Pare che ne stiano girando anche una serie tv (la moda del momento?), certo è che il romanzo di Natoli si legge davvero piacevolmente. Con i suoi misteri, complotti, personaggi esasperatamente eroici e meschini ed uno stile narrativo semplice e coinvolgente, immagino abbia spopolato nella sua epoca (fu pubblicato a puntate negli anni 1909-1910).
Bella idea: un incrocio atipico tra I tre moschettieri ed Il Conte di Montecristo, farcito con rituali misteriosi ed un recondito spirito giustiziero/paternalista, alla Batman per intenderci, era un’occasione troppo ghiotta per il giornalista/scrittore siciliano Luigi Natoli per non farci un feuilleton che si legge benissimo anche oggi.
Non un capolavoro in senso assoluto, bensì un librone che mi ha fatto compagnia per molti giorni, facendomi immaginare una Palermo ed una Sicilia del XVIII secolo, ricostruiti con (apparente) fedeltà storico-geografica.
Il mio personaggio preferito non è stato l’eroico Blasco da Castiglione, ma il nobile Coriolano della Floresta. Ho trovato intrigante, seppure con molte zone d’ombra, anche la figura di donna Gabriella La Grua.
Irriducibile antagonista dei buoni è il terribile sbirro Matteo Lo Vecchio, un vero genio del male capace di ogni efferatezza pur di raggiungere i suoi scopi; è bravo l’autore a rendere questa figura così bene da farla diventare un vero e proprio catalizzatore di emozioni negative.
P.S. Finalmente ho avuto l’occasione di leggerlo, nonostante, nei miei ricordi, una copia d’epoca sia sempre stata presente nella libreria di papà.
Romanzo lunghissimo, ma che si fa leggere per lo stile accattivante e soprattutto per il susseguirsi di avventure e colpi di scena di cui Natoli infarcisce la storia. In una serie di momenti ho pensato: "be', ci siamo, siamo allo scioglimento delle vicende" e poi succedeva qualcosa e la storia riprendeva la sua corsa. Da un punto di vista prettamente avventuroso, il libro sicuramente merita. Ci sono due cose però che non me lo hanno fatto apprezzare del tutto: da una parte non vengono mai spiegate le motivazioni dietro la fondazione dei Beati Paoli. Sì, certo un "tribunale" contro le ingiustizie, ma chi ci sta dietro perché lo fa? L'altro aspetto che non mi ha pienamente convinta è che i personaggi sono divisi nettamente tra buoni e cattivi, tranne due Emanuele e Gabriella che passano da una parte all'altra; tuttavia questi cambiamenti sono sempre repentini e mai costruiti da motivazioni che siano più che accennate. La sensazione è che cambino in funzione dei bisogni della trama e basta, il che è un peccato perché sarebbe bastato poco per renderli più credibili. Chiudo con una nota di apprezzamento per Natoli che ha fatto una notevole opera di ricostruzione storica della Palermo e della Sicilia di fine '600, primi del '700 e dell'apparato di note e dell'introduzione che permettono acquisire informazioni in più e comprendere la profondità delle ricerche fatte dall'autore prima di scrivere il libro.
Il romanzo popolare di Luigi Natoli uscì a puntate sul Giornale di Sicilia dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910. 239 episodi firmati con lo pseudonimo di William Galt. Nel 1912 la casa editrice Gutenberg lo pubblicò interamente, sempre a firma di Galt. Sarà solo nel 1971 che il romanzo uscirà riportando il nome reale dell’autore, Luigi Natoli, edito da Flaccovio.
Sicilia, fine XVII, inizio XVIII secolo. Si muovono nell’oscurità di Palermo, i Beati Paoli. Sono ombre silenziose, talvolta vendicative. Non riconoscono la giustizia dello Stato di cui beneficiano solo i forti. “La giustizia del re è amministrata da uomini che vedono in essa non un dovere, ma il salario. Essi stanno non già a deliberare, a riconoscere il diritto di ciascuno, ma a garantire il più forte contro il più debole. I forti sono i feudatari, gli ufficiali dello Stato, i signori, il clero. Circondati d'immunità, irti di privilegi, foderati di pergamene, essi hanno un diritto per loro conto, che non è il diritto degli altri, dei deboli”. La loro legge non è scritta in alcuna costituzione regia, è impressa nei loro cuori; la applicano e obbligano a rispettarla. Ascoltano le voci degli ultimi, dei sottomessi, dei diseredati vittime di tante ingiustizie. Avvertono, prima. Poi agiscono. La loro arma è il terrore e il mezzo per servirsene l’ombra, il mistero. La loro giustizia non ha mai punito innocenti, ha invece asciugato tante lacrime. Con grande abilità Natoli mescola personaggi e fatti reali con altri di pura fantasia. È un crescendo d’intrighi, segreti, inganni, rancori, vendette, sete di potere. Ci sono tutti gli ingredienti per renderlo un grande romanzo. Di quelli senza tempo.
Fino all’ultimo sono stata incerta sulle stelle da assegnare al libro. Tre o quattro? Presa infine da un istinto di generosità ne ho date quattro, ma credo che il giusto sia tre e mezzo. E penso anche che abbia ragione Di Artemisia nella sua scelta di non dare stelle ai libri che legge, sto pensandoci seriamente. A parte la digressione, tornando al romanzo di Natoli, vorrei motivare le mie perplessità. Prima parlo di ciò che mi è piaciuto. Mi è piaciuta l’ambientazione e la ricostruzione storica precisa, penso che per un siciliano e un palermitano in particolare ripercorrere le strade, le piazze, i vicoli, rivedere gli antichi palazzi nobiliari, le belle chiese palermitane sia emozionante –è stato bello anche per me che a Palermo sono stata solo una volta-; pur non potendo definirsi il romanzo come un vero e proprio romanzo storico, le movimentate vicende storiche siciliane prese in esame, che riguardano gli anni dal 1698 al 1718 circa, sono complesse nei singoli accadimenti ma semplici nell’interpretazione: ogni dominazione che si sia succeduta ha cercato di arraffare il più possibile ed arricchire nobili e cortigiani a scapito della popolazione locale, sempre più impoverita e in balia di una giustizia che fa strano chiamarla in tal modo. Ho scoperto così che in quel breve periodo storico ci fu la dominazione dei Savoia in Sicilia, in seguito alla spartizione dei domini avvenuta con la pace di Utrecht al termine della guerra franco-spagnola. Nei miei libri di storia queste vicende non sono esposte ed io non conoscevo la breve parentesi piemontese nel governo dell’isola. Mi è piaciuta la Sicilia che emerge dalle pagine, la Palermo regale, raffinata capitale del regno e dell’isola, dove l’aristocratico senso di superiorità dei suoi nobili si affianca al sentimento popolare di “isolanità” che alita negli animi della popolazione, misera e affamata ma sempre orgogliosa. Mi hanno coinvolto le avventure e gli intrighi (forse un po’ troppi, a dire il vero, c’erano momenti in cui mi è toccato tornare indietro per capire cosa era successo prima a quel tal personaggio e collegare con il presente della narrazione) che si susseguono nel romanzo, rendendo la lettura (quasi) mai noiosa. Non mi sono piaciuti alcuni dei personaggi, che richiamano stereotipi del romanzo popolare e non se ne distaccano, rimanendo sullo sfondo, lontani : l’eroe buono e generoso che si batte perché il bene trionfi sacrificando i suoi sentimenti in nome della giustizia; la bella intrigante che svolge la funzione di “mettere il bastone tra le ruote” all’eroe e che poi, alla fine, con un espediente, viene tolta di mezzo; la fanciulla vergine buona e bella innamorata silenziosamente dell’eroe;il cattivo che con le sue azioni malvage ti fa diventare una iena mentre leggi perché gli vanno sempre tutte dritte, ma alla fine arrivano i Beati Paoli, i difensori della giustizia, i vendicatori degli oppressi, a rimettere le cose al loro posto. E’ anche vero che verso la fine ho notato un cambiamento, che ha portato come conseguenza un maggior coinvolgimento da parte mia nella storia e, a cascata, la decisione delle quattro stelle. Non mi sono piaciuti i ricorrenti errori di scrittura contenuti nel testo. Non ho gradito –ma è un problema mio- la voluminosità dell’opera.
La redenzione di donna Gabriella. Eccomi travolto da un romanzone cappa e spada ambientato a Palermo durante il breve regno di Vittorio Amedeo II (il cui acronimo VAII è curiosamente premonitore: il savoiardo assunse e mantenne il governo dell'isola dal 1713 al 1720, giusto il tempo necessario a imparare la frase "Ma cui mi lu fici fari", pronunciarla, immagino, e tornarsene in Piemonte, dopo aver inscenato una difesa posticcia quanto una scenografia). Ma VAII ha un ruolo minuscolo. I personaggi sono l'Eroe Blasco di Castiglione, che vale un D'Artagnan, il coprotagonsta Coriolano e i vari antagonisti (sì, OK, ***spoiler***, fermatevi, finché siete in tempo) sbaragliati uno dopo l'altro: Don Raimondo usurpatore del titolo di Duca della Motta, Emanuele, legittimo Duca della Motta e Matteo Lo Vecchio, "birro" e spia. Poi ci sono le damigelle, l'eterea Violante e la focosa Donna Gabriella. Quest'ultima è l'unico personaggio dinamico del romanzo, l'unico con un evoluzione degna di nota. Il Natoli ci tiene a far capire dall'inizio che non si tratta di una Beatrice: formosa, sensuale, non alta, bellissima, passionale, volitiva. Una giovane donna che civetta con leggiadria finché non si innamora, diventando una Donna Innamorata; poi s'avvelena di gelosia e diventa perfida, cattiva fino a tentare un omicidio; poi salva la sua acerrima nemica da uno stupro; infine per redimersi compie l'estremo sacrificio, lasciando via libera all'eterea Violante. Senza Donna Gabriella il romanzo è pallido, pallidissimo. Blasco è un bulletto attaccabrighe, Emanuele un ragazzetto viziato, Coriolano un bluff. Personaggi privi di spessore. Ma Donna Gabriella c'è, e il romanzo è un discreto divertimento. Personaggi superficiali, accuratezza storica, buona scrittura, tanti colpi di scena, passioni terribilmente infuocate. Un buon feuilleton del 1910. Ebook preso su amazon, edizione Newton Compton, ben fatta, a 4.99 euro.
Finalmente è finito! Ammetto di avere sentito la fatica della lettura, nonostante la storia prenda e scorra veloce. Ma mi sono mortalmente annoiata. L'unica cosa positiva è stata trovare i racconti di una bella Sicilia mia, fatti di storia mischiati a fantasia, scenari conosciuti e cari. Insomma poteva andare meglio. E al pensiero che ce ne sono altri 3 mi viene da piangere.
Un romanzone d'appendice, di ambientazione storica, con cappa e spada, eroi ed eroine, amori tormentati, cattivi fetenti, figli illegittimi, agnizioni improvvise. Praticamente "Beautiful" in versione nostrana: Sicilia del '700.
Divertente anche se alla lunga un po' ripetitivo nelle dinamiche di complicazione-scioglimento degli intrecci specifici e delle sottotrame. Il cattivo più cattivo sembra sempre morto ma risorge dalle proprie ceneri e tira le cuoia solo a poche pagine dalla fine. Cose così.
Poi, ti svegli e ti accorgi che è inquietante. Perchè per tutto il libro fai il tifo per questa setta segreta, i Beati Paoli del titolo, che si sostituiscono allo stato, quando lo stato si rivela inetto nel dispensare giustizia e realizzano una giustizia popolare. Sono invisibili, coperti dal popolo comune, implacabili e spietati, nemici del potere ma socialmente conservatori. Considerano infami i poliziotti (i birri) e i loro amici. Vengono a sapere tutto prima degli altri e ne approfittano per realizzare i loro scopi.
E siccome siamo in Sicilia da metà libro ti chiedi: chi è, in Sicilia, a essere coperto dalla omertà, ad agire da stato dentro (al posto) lo stato, spietato con le spie, che isola i magistrati, uccide i poliziotti, ricatta i politici? Quindi ti accorgi che stai facendo il tifo per una onorata società che potrebbe benissimo essere antesignana della Mafia. Quando le ultime 200 pagine le leggi con questo in mente di diventa difficile concentrarti sull'ennesima sfida a duello alle 6 dietro il convento delle Carmelitane Scalze.
“I beati Paoli’ è stata una piacevolissima sorpresa in mezzo a questa estate costellata da variegate letture. Un’avventura straordinaria e coinvolgente, con personaggi popolari indimenticabili e un ritmo davvero incalzante che tiene incollati dalla prima all’ultima pagina. Impossibile non sentirsi coinvolti dalle vicissitudini di Blasco, Coriolano, don Raimondo, donna Gabriella, e tantissimi altri personaggi della Sicilia settecentesca. Amori proibiti e amicizie inattese, segreti e intrighi, omicidi e vendette, ma soprattutto tanti, tantissimi colpi di scena: in questo romanzo non manca davvero niente.
Originariamente pubblicato a puntate (ben 239!) sul quotidiano palermitano "Il Giornale di Sicilia" tra il 1909 e il 1910, “I beati Paoli” di Luigi Natoli è senza dubbio uno dei più grandi romanzi storici della letteratura siciliana. La pubblicazione a puntate, pratica assai comune all'epoca, permise da subito un’ampia diffusione dell’opera tra tutti i ceti della popolazione, e grazie al grande successo di pubblico ottenuto, si arrivò già nel 1912 alla pubblicazione del romanzo in un unico volume.
L’avvincente storia è ambientata nella Palermo del XVIII secolo, un periodo caratterizzato da grande fermento sociale e politico. La Sicilia era infatti sotto il dominio borbonico, e la città di Palermo era un luogo di grande disuguaglianza sociale, con una netta divisione tra la nobiltà e le classi più povere. Questo particolare contesto storico fu un terreno fertile per le motivazioni e le azioni dei Beati Paoli, una società segreta che operava per difendere i più deboli e punire i tiranni. Nascosti nei sotterranei della città infatti, i membri della setta agivano come giustizieri, seguendo un rigido codice d'onore basato su lealtà, fratellanza e sacrificio personale. Le operazioni dei Beati Paoli, caratterizzate da metodi segreti e spesso violenti, sono effettivamente il fulcro di questo romanzo, nonché il fil rouge che lega le vite di tutti i personaggi straordinariamente raccontati da Natoli.
Lo stile di scrittura di Luigi Natoli è ricco e dettagliato, caratterizzato da una profonda conoscenza della storia e delle tradizioni siciliane. Natoli utilizza un linguaggio vivace e realistico, capace di evocare atmosfere e paesaggi con grande efficacia. Natoli riesce a intrecciare abilmente la storia dei personaggi con il contesto storico, creando un affresco vivido e coinvolgente della Palermo del XVIII secolo. Attraverso le vicende dei personaggi, Natoli esplora il conflitto tra bene e male, legge e giustizia, potere e resistenza. La setta dei Beati Paoli diventa un simbolo di ribellione contro l'ingiustizia e la corruzione, rappresentando la lotta eterna del popolo contro i soprusi dei potenti.
Un romanzo davvero bellissimo che mi sento di consigliare a tutti! Non fatevi intimidire dalla mole di 1280 pagine, perché è una lettura leggerissima che divorerete in pochissimi giorni. L’opera è disponibile anche in un solo volume, ma devo dire che ho particolarmente apprezzato questa splendida edizione in due volumi proposta dalla casa editrice palermitana Sellerio.
Uno dei libri più belli che abbia mai letto nella mia vita. Leggerò certamente anche il seguito Coriolano della Floresta, ma non subito perché voglio trastullarmi qualche mese in questo stato di nirvana in cui mi hanno lasciata I Beati Paoli. Cinque stelle sono un affronto. La bellezza di questo libro è inclassificabile.
Niente, cioè, libro della vita. C'è dentro qualsiasi cosa: personaggi straordinari (peraltro di una complessità anche rilevante, e analizzati dall'autore in maniera notevole, senza timore di perdersi all'interno di controsensi che sono frutto di emozioni e passioni vivide, senza i quali il romanzo sarebbe certo stato più lineare ma che d'altronde, asciugate, avrebbero tolto spessore alle figure così intensamente umane che si muovo all'interno della narrazione), una trama intricata e ricca di colpi di scena che è un piacere lasciarsi raccontare (la mia donna, alla quale riferivo puntualmente le vicende di Blasco, Coriolano e tutto il resto della combriccola ogni sera a cena, conferma), rapporti interpersonali curatissimi e descritti con una finezza ragguardevole (su tutto, i tre rapporti principali fra il protagonista, Blasco, e i personaggi che maggiormente ne influenzano la vita: l'affascinante Gabriella, Duchessa della Motta, sensuale e affamata di piaceri per compensare una vita che, prima di conoscere il protagonista, ne era stata avara; la timida e pura Violante, figliastra della Duchessa, forse della sua fede e in grado di tirare fuori un carattere inedito per una fanciulla dell'epoca; e infine la misteriosa e stupefacente figura del cavaliere Coriolano della Floresta, un uomo che è la vera incarnazione del concetto stesso di giustizia, onesto, coraggioso, implacabile, alle volte fino alla cecità), un protagonista che è quanto di più delizioso abbia letto in molto tempo (Blasco bb, che tu sia riuscito a sopravvivere a te stesso nonostante la tua stupidità e scapestrat...ezza? è un miracolo in sé e per sé), ma soprattutto una città, la Palermo dei primi del Settecento, che esce veramente dalla pagina per dispiegarsi di fronte agli occhi del lettore in una ricchezza di dettagli e particolari da lasciare senza fiato. Ne I Beati Paoli Palermo non la leggi, no, la attraversi, ne osservi le meraviglie perdendoti ora fra i ricchi quartieri residenziali delle famiglie nobili con le loro sfarzose ville, ed ora nei vicoletti sporchi dei quartieri poveri della città vecchia, all'interno dei quali la povera gente vive una vita di terrore, costantemente vittima di soprusi sia da parte dei nobili che da parte della polizia, al servizio dei poteri forti. Fra i due schieramenti, i Beati Paoli: un gruppo di uomini e donne pronti a tutto pur di far trionfare un ideale di giustizia al quale si aggrappano e che dà senso alla loro intera esistenza. Un romanzo storico immenso, intenso, che racconta non solo la storia di un gruppo di personaggi, ma quella di un popolo fermamente incastonato nel suo tempo, e quella di una città che, invece, offre istanti di eternità a ogni angolo. Non vedo l'ora di leggere tutto il resto della bibliografia di Natoli: se gli altri suoi romanzi sono belli solo la metà di questo, ho trovato l'autore della mia vita.
Un libro che non avrei mai letto se non mi fosse capitato tra le mani in una delle tante attività del gruppo GR Italia perché ho una notevole diffidenza nei confronti dei romanzi pubblicati a puntate; e se questa diffidenza l'ho superata per “I tre moschettieri” e “Il Conte di Montecristo” (anche se la motivazione è sempre la stessa) è perché si tratta di classici della letteratura che bisogna (secondo me) leggere sforzandosi di andare oltre i pregiudizi. E, contrariamente a quanto mi aspettavo, sono soddisfatta di aver letto “I Beati Paoli”, soprattutto perché finalmente ho potuto dare un volto a questi fantomatici giustizieri, di cui ho sempre sentito parlare.
Pubblicato sul Giornale di Sicilia in 239 puntate dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910, il romanzo scritto dal giornalista Luigi Natoli narra le gesta della società segreta dei Beati Paoli (e ne è la principale fonte popolare) in un periodo tumultuoso (uno dei tanti per la verità) della storia siciliana, cioè dal 1698 al 1719. Il protagonista è Blasco da Castiglione, un giovane avventuriero che non conosce le sue origini; attorno a lui si muovono molti altri personaggi che ostacolano o aiutano Blasco nel suo desiderio di conquistarsi un posto nella società come uomo d’armi e soldato valoroso e di nobili sentimenti. Potrei scendere nei particolari, ma la vicenda è talmente lunga (anche se abbastanza ripetitiva nei suoi schemi) che finirei per riscrivere buona parte del libro (e a questo punto meglio leggerlo oppure, se non ne avete intenzione, affidarsi alla sinossi di Wikipedia ricca di dettagli e, di conseguenza, di spoiler). Mi limito a scrivere che leggendo il romanzo mi è sembrato una sorta di soap opera con risvolti sociali e storici sul tipo di Un posto al sole (che, ci tengo a precisare, non seguo ma conosco perché mia madre ne è una fan accanita). Con questo accostamento tra il romanzo di Luigi Natoli e la soap made in Italy non voglio essere né cattiva né svalutante perché a me il libro è piaciuto e la sua lettura è stata un’esperienza gradevole (questo mi induce a pensare che, forse, sono una potenziale fan di Un posto al sole, ma preferisco non scoprirlo mai.)
La Sitibonda Romanzo d'appendice pubblicato nel 1910, è piuttosto piacevole nel suo genere. Racconta una storia palermitana che si svolge attorno al 1710: la storia è di fantasia, ma ha uno sfondo storico veritiero che ignoravo completamente, cioè la breve monarchia sabauda durata 5 anni. E' piuttosto interessante e affascinante l'affresco di vita siciliana dell'epoca, quella della nobiltà e quella del popolo, basato su fonti storiche attendibili. Non immaginavo per esempio che le carrozze dei nobili fossero precedute da portatori di torce (i volanti) che dovevano illuminare la strada: certo, le notti cittadine prima dell'illuminazione pubblica dovevano essere molto buie. L'autore pare conoscesse bene l'evoluzione urbanistica di Palermo e anche questo è piacevole per me e dev'essere molto bello per chi conosce bene la città. Ampio spazio hanno le gesta della setta dei Beati Paoli, che non si sa se sia realmente esistita; nel romanzo, sono sostenitori ed esecutori della giustizia, secondo la loro interpretazione della stessa. L'autore li rappresenta come duri e puri, paladini della verità e in questo senso la lettura è un po' imbarazzante, perchè il pensiero va alla mafia così come l'abbiamo conosciuta negli ultimi decenni. Comunque, questo è un romanzo scritto in tempi non sospetti. Non può mancare la storia d'amore e di cavalleria, che non è particolarmente ben riuscita: perchè la protagonista Donna Gabriella è una donna appassionata (“Sitibonda”: assetata di passione), con risvolti di gelosia patologica; la donna angelicata (Violante: nome petulante) è troppo esangue e il cavaliere Blasco da Castiglione, diciamoci la verità, è abbastanza combattuto (non se ne possono avere due?). I sentimenti dei quali l'autore è più convinto sono l'onore e l'amicizia maschile, perfettamente in tono col romanzo di appendice. Nell'insieme, è un piacevole romanzo a sfondo storico.
Scoperto grazie a una monografia di Eco, questo libro aveva iniziato a incuriosirmi e in contemporanea, sembrerebbe, ad affacciarsi in libreria con nuove edizioni; perciò, intrigata anche dall'ambientazione, allettata (e non sono ironica) dalla lunghezza, ero davvero entusiasta di iniziarlo. Purtroppo, però, mi rendo conto che i suoi pregi non rientrano nelle mie preferenze, e i suoi limiti mi hanno reso impossibile appassionarmi alla trama, anche solo come a quella di un "guilty pleasure". Ero convinta che il mio antico amore per Dumas fosse un indizio della mia attitudine al feuilleton, ma sembra più probabile che Dumas rappresenti uno dei picchi qualitativi di questa produzione "popolare" e tanto più ricca di quanto uno creda, e che in sostanza aver amato Il conte di Montecristo a dodici anni mi abbia reso del tutto impossibile apprezzare I Beati Paoli a ventotto. Sprovvisti di questo mio handicap, interessati al contesto, e/o appassionati di storie d'amore poco credibili, suppongo che si possa leggerlo con soddisfazione.
Quest'oggi ho finito di leggere il feuilleton I Beati Paoli, di Luigi Natoli, che per la prima volta aveva attirato la mia attenzione nel 2004 grazie a un invitante articolo apparso sul Corriere della Sera. Ho resistito a lungo, mi dicevo che a me, che detesto le storie scontate e stereotipate, non sarebbe mai piaciuto un romanzone d'appendice con i "buoni" contro i "cattivi", poi però ho ceduto, complice anche il fatto che l'ho trovato in offerta su IBS. Uno dei pochi libri che ho letto pochi giorni dopo averlo acquistato.
Si è rivelata una lettura assolutamente affascinante: più di 800 pagine, e scritte a caratteri piccoli piccoli, ma quasi non si riesce a interrompere, una volta iniziato! E anzi, dirò di più, questo è uno dei pochi romanzi che abbia letto in cui vai avanti e ti dici "oh, sono già a pagina 400? Fra solo altre 400 pagine finisce!!". Impossibile, ora, riassumere qui la trama! Se siete interessati, leggete la voce di Wikipedia che ho creato io: ci metterete un po', ma merita. Intendiamoci, è un romanzo d'appendice, non un capolavoro della nostra letteratura, le psicologie sono per lo più tagliate con l'accetta, l'eroe, buono, bello e valoroso, arriva sempre casualmente giusto in tempo per salvare la fanciulla in pericolo, le eroine sono sempre "bellissime", gli amori scoccano al primo sguardo e sono travolgenti e assoluti, alcune evoluzioni nella caratterizzazione dei personaggi sono a dir poco incoerenti e bizzarre (vedi alla voce "Emanuele"), ma è talmente alto il ritmo (ma non affrettato, come invece era il caso del brutto Tortuga: e ti credo comunque, con più di 800 pagine a disposizione!), le situazioni sono così varie e appassionanti, i personaggi così numerosi e, soprattutto, i dettagli e il contesto storico tratteggiati con tale cura, che si è disposti a chiudere un occhio sulle ingenuità e a lasciarsi trasportare dalla storia. D'altronde, non vai a cercare la sottigliezza psicologica in questo tipo di romanzi, sai in partenza quello che ti possono offrire, e cioè divertimento "puro". È un po' il piacere "inconfessabile" ma in fondo innocente di guardarsi avidamente le telenovele più sceme.
Come avviene sempre, almeno per quanto mi riguarda, ma specialmente in queste opere in cui i buoni sono veramente e indiscutibilmente buoni, e i cattivi al 100% cattivi, questi ultimi sono molto più fascinosi e interessanti. Infatti, più che Blasco da Castiglione, bellissimo, buono, onesto, coraggioso, virile, fortissimo, abilissimo (nei combattimenti, da solo contro 3, 4, 5 avversari, ha sempre la meglio lui!) e chi più ne ha più ne metta, o l'insopportabile Violante, bellissima, buonissima, innocente, pura, un angelo in terra, molto meglio quella matta isterica e gelosa di Gabriella ma, soprattutto, i miei idoli erano il duca Raimondo della Motta e lo sbirro Matteo Lo Vecchio. Psicologicamente, non è che fossero caratterizzati molto meglio dell'eroe: cattivi, cattivissimi, neanche uno sprazzo di bontà fino all'ultimo, o quasi, ma vuoi mettere quanto erano più sexy e divertenti da leggere? A dire il vero, neanche il povero Blasco si può definire odioso, ma era troppo programmaticamente perfetto per riuscirmi simpatico. SPOILER!!!! Non c'è bisogno di aggiungere che tutti i personaggi che mi piacevano hanno fatto una brutta fine. FINE SPOILER
Non do il massimo dei voti perché la quarta e ultima parte del romanzo non è all'altezza delle precedenti (e per forza! dopo l'uscita di scena di ***), la tiritera del triangolo amoroso (lui combattuto fra le due donne diversissime fra loro, l'una angelica e pura, l'altra passionale e sensuale) e dell'eroe che rinuncia nobilmente al grande amore che però non riesce mai a dimenticare aveva veramente stancato, e la necessità di trovare alla bell'e meglio un sostituto per il cattivo ha portato a un'evoluzione di un personaggio abbastanza ridicola.
Precedono il romanzo due saggi introduttivi, l'uno di Umberto Eco, l'altro di Rosario La Duca: quello di Eco è interessante, ma ho fatto bene a leggerlo solo alla fine, perché, sebbene non molto, qualcosa della trama lo svela. Ciò che appesantisce un po' la lettura sono le note al testo, che nel 90% dei casi si riferiscono alla toponomastica di Palermo, ai luoghi nominati nel romanzo, al nome o alla destinazione attuale di vie, piazze, palazzi, ex conventi, etc., tutte cose buone e giuste, per carità, e che dimostrano un grande lavoro di ricerca erudita di autore e curatori, ma che magari non mi interessavano granché e mi costringevano a interrompere la lettura con una certa frequenza.
This book is seriously worth reading. I read it for the first time many years ago as I was so intrigued by the "Beati Paoli" a secret sect that operated in Palermo during the 18th century. This amazing book has everything to keep you reading: intrigue and murder, power and revenge, secret sects and passion. A lot of mystery in a book that is absolutely a page turner and a book that endures in memory for a long time.
Fino alla terza parte mantiene un livello che non regge poi nell'ultima. Non ho amato alla follia nessun personaggio eccetto Coriolano, e mi è dispiaciuto soprattutto per quelli femminili. Sono rimasta comunque più che affascinata dalla setta e dai discorsi sulla giustizia che secondo me valgono da soli la mole dell'opera.
In una sera di gennaio del 1698 l’intera città di Palermo è in festa per celebrare la pace di Ryswick che pone fine a una lunga guerra tra la Spagna, di cui la Sicilia è vicereame, la Francia e altre potenze europee, ma il giovane Raimondo della Motta ha un ulteriore motivo di gioia: si è sparsa la voce che suo fratello maggiore, il duca Emanuele, sia morto in guerra, combattendo per la corona spagnola e lasciando la giovane moglie in procinto di partorire un erede che se morisse o si rivelasse una bambina lascerebbe il titolo nelle mani del secondogenito. Gelido, intelligente, ambizioso e spietato, don Raimondo confida nella benevolenza del fato, ma è pronto a dargli una spinta pur di sgombrare il campo e ottenere quello che desidera. Quindici anni più tardi, nel 1713, un aitante giovanotto di belle speranze entra a Palermo, di ritorno in patria dopo aver vissuto un’esistenza errabonda e avventurosa, per incontrare un frate che ha l’incarico di rivelargli il segreto delle sue origini: il giovane è Blasco da Castiglione e le sue rocambolesche avventure si dipaneranno per oltre mille pagine tra duelli, amori, intrighi, prigioni, battaglie, congiure di palazzo, incrociandosi con innumerevoli altri personaggi e in primis con la famigerata setta segreta dei Beati Paoli. Pubblicato a puntate su «Il Giornale di Sicilia» tra il 1909 e il 1910, I Beati Paoli è un romanzo d’appendice, un feuilleton, e in quanto tale presenta le inevitabili caratteristiche del genere, finalizzate a tenere viva il più a lungo possibile l’attenzione dei lettori: vicende avventurose e ricche di mistero che si sviluppano all’infinito, amori a prima vista, passioni travolgenti, intrighi machiavellici, colpi di scena e continui capovolgimenti delle situazioni. Un mix che cattura e affascina senza scampo. Certo, Natoli scrive letteratura popolare e non bisogna aspettarsi grande profondità storica o psicologica. I Beati Paoli non è Il Gattopardo o I Viceré, ma per essere letteratura popolare è scritta dannatamente bene. È un romanzo che va apprezzato per quello che è, senza chiedergli qualcosa che non può dare e godendosi invece fino all’ultimissima riga tutto il fascino, l’avventura, gli enigmi e il divertimento che offre. Sebbene non abbiano psicologie particolarmente sottili, i personaggi sono vivi e ben delineati e i più riusciti sono quelli che sfuggono a un facile inquadramento, caratterizzati da un ambiguo miscuglio di bene e male, come donna Gabriella o Coriolano della Floresta. Spicca, fra tutti, anche il birro Matteo Lo Vecchio, un cattivo fino al midollo dai mille travestimenti, nemico giurato dei “buoni”, del popolo, dei deboli e degli indifesi, che incarna alla perfezione l’assenza o addirittura il volto corrotto dello stato. La ricostruzione storica è eccellente, così approfondita e dettagliata da dare l’impressione di camminare nella Palermo del Settecento, tra lo sfarzo dei palazzi nobiliari, la miseria dei vicoli bui, la sfolgorante passeggiata degli aristocratici sul lungomare, il labirinto senza fine di grotte e cunicoli che è il regno sotterraneo dei Beati Paoli. Già, un regno vero e proprio quello dei paladini del bene e della giustizia che si riuniscono di notte sotto le strade di Palermo e, guidati da una figura che cela la propria identità, lottano contro soprusi e violenze e portano vendetta e protezione a chi non è in grado di assicurarsele da sé. Si parla di un presunto legame tra l’ideologia dei Beati Paoli, realmente esistiti, e la mafia. Per sviscerare la questione sarebbero necessari studi e ricerche specifiche, ma forse c’è un aspetto che balza subito all’occhio durante la lettura: la setta dei Beati Paoli è uno stato nello stato, una struttura gerarchica articolata e complessa che non riconosce il ruolo dello stato nazionale e amministra da sé la propria legge e in questo non può non ricordare la mafia. I Beati Paoli, tuttavia, agiscono solo ed esclusivamente nel nome della loro unica divinità, la giustizia, un meccanismo gelido e inarrestabile che non si ferma davanti a nulla e si compie anche a prezzo di grandi sacrifici, spazzando via i destini privati e ignorando i desideri e i meriti degli uomini. Le presunte analogie con la mafia, forse, si fermano qui e al lettore resta piuttosto da interrogarsi sul senso e il valore di una concezione della giustizia così asettica, fredda e implacabile da essere quasi spaventosa. «Per il bene superiore», dice il Grindelwald della saga di Harry Potter: se i Beati Paoli avessero avuto un motto, forse sarebbe stato questo.
Ho avuto un blocco del lettore verso metà, dovuto probabilmente a un'indigestione di bontà d'animo. Il desiderio di prendere Blasco a borsettate sul coppino è iniziata più meno lì e non è scomparsa del tutto quando ho ripreso in mano il libro, a distanza di settimane. Difficile parlare dei personaggi senza rivelare la trama, cosa che vorrei evitare, quindi cerco di prenderla alla larga. Si tratta di un romanzo d'appendice da cui dovete aspettarvi un pochino di brodo allungato, ma nulla di fastidioso o noioso. C'è l'eroe senza macchia e senza paura - Blasco, appunto - che migliora la propria posizione sociale suo malgrado, grazie all'aiuto dei Beati Paoli e di Coriolano, uno dei pochi personaggi sani di mente dall'inizio alla fine. I personaggi femminili sono quelli dell'epoca: donne nobili e bellisime che si infiammano di passione, con un triangolo amoroso tirato così per le lunghe che può finire solo come è finito. Mentre leggevo pensavo a Lucia Mondella: praticamente una scappata di casa a confronto di Violante, sua omologa siciliana. Matteo Lo Vecchio invece è un Javert senza coscienza, lasciato vivere così a lungo dai Beati Paoli solo per poter aggiungere altri capitoli al già corposo volume: se fosse uscito di scena prima del riconoscimento di Emanuele avremmo avuto un finale ben diverso.
Tutto sommato il romanzo è una lunga riflessione sulla giustizia. Quella ufficiale delle ronde corrotte e corruttibili, dei nobili che possono fare quello che vogliono e della povera gente che può solo subire. Poi c'è la giustizia dei Beati Paoli, che sembra fine a sè stessa. Blasco è per loro l'avvocato del diavolo, il grigio fastidioso in una setta che vede tutto bianco o nero. Punire un'azione abietta può sembrare nobile, ma perde smalto quando si considera che l'inflessibilità dei giudici ha ripercussioni su persone innocenti (il Duca della Motta e Violante). D'altro canto anche un'azione nobile, come restituire a un giovane orfano il titolo nobiliare e il patrimonio, può diventare motivo di rimpianto: Emanuele non sarebbe forse stato più felice a vivere da popolano, con Pellegra? Di sicuro sarebbero state più felici le persone che sono entrate in contatto con lui, o che sono state da lui abbandonate, dopo il suo ingresso in società.
L'unico a uscirne veramente pulito è Coriolano, personaggio ambiguo col complesso del dio. Ho scoperto che c'è anche un seguito proprio a lui dedicato. Vorrei leggerlo e non vorrei: credevo fosse il mio personaggio preferito, ma alla lunga questo suo ritenersi giudice inflessibile di situazioni e caratteri non mi ha convinto. In effetti a volte è sembrato dio, specie nei confronti di Gabriella: l'uomo che tutto sa e tutto vede l'ha lasciata sola nelle mani di Emanuele, sola con l'aggressore e la sua coscienza: vuol dire che i Beati Paoli non sono poi così onniscenti, o forse l'uscita di scena di Gabriella avrebbe aiutato i suoi piani? Anche nel tragico finale sembra che abbia capito tutto prima del punto di non ritorno, eppure agisce ancora una volta con un piccolo ritardo. E ancora una volta mi ritrovo a pensare che sia stata una scelta deliberata, per costringere Blasco e Violante nella situazione che lui ha sempre creduta l'unica giusta, e quindi l'unica possibile.
Meravigliosa la ricostruzione di Palermo nel '700, riuscito l' intreccio tra Storia e romanzo ma qualcosa per me non ha funzionato. Le prime 300 pagine sono coinvolgenti per le atmosfere da romanzo gotico e per la capacità dell' autore di svelare sempre più dettagli sui Beati Paoli senza intaccarne il mistero. Altro punto di forza sono i personaggi, si esprimono con un registro stilistico coerente con la classe sociale di appartenenza e con il loro tempo, per cui ogni voce si rende riconoscibile dando varietà al racconto. Purtroppo la mia valutazione è crollata alle ultime 200 pagine: le avventure di Blasco diventano sempre più contorte, nel frattempo i personaggi principali diventano bidimensionali soffrendo ogni guaio possibile e immaginabile senza fare una piega, oppure hanno dei capovolgimenti di personalità drastici palesemente per esigenze di trama. Non voglio dilungarmi poi sull' uso eccessivo del discorso diretto e sulla decisione di puntare tutto su tormenti amorosi esasperanti che sono interrotti solo da scene tra il pruriginoso e il violento che ci vengono pure proposte più volte. Infine ciò che mi ha dato il colpo di grazia è stato il finale flash di sole 5 pagine . Avrei preferito un testo più snello ma curato in ogni sua parte.
Società segrete, intrighi e avventure nei vicoli di Palermo
Molto affascinante, soprattutto per me che a Palermo ci vivo. Mi ha fatto vedere la mia città sotto una luce completamente nuova. Unico difetto, l'essere nato come romanzo a puntate (venne pubblicato originariamente sul Giornale di Sicilia): è palese come da un certo momento in poi l'autore abbia cominciato ad "allungare il brodo" in tutte le maniere possibili (per non scontentare i lettori e per sfruttare il grande successo dell'opera, immagino), riprendendo la storia quando proprio non se ne sentiva il bisogno e finendo per annoiare. Gli ultimi capitoli sembravano non finire mai!
Dunque, i Beati Paoli, ovvero un romanzo d'appendice / feuilleton at its best.
C'è tutto quello che ci deve essere: intrighi, vendette, complotti, agnizioni, misteri, azione, morti (spesso ammazzati) e il lieto fine con l'amore che trionfa - e ci mancherebbe altro che dopo tanto sbatti non trionfasse l'amore.
È un romanzo perfetto? Certo che no! È prevedibile, pieno di lungaggini, ci sono svariati momenti di stanca (e anche di solenni WTF), i personaggi sono monodimensionali, ma ehi!, è un romanzo d'appendice, e quindi così deve essere.
È una lettura che consiglierei? Sì ma solo a chi ha una spiccata passione per i mattonazzi di questo tipo. E allora sì che passerete giornate o forse settimane piacevoli in compagnia di Blasco sbruffoncello cuore di panna e tutta la gang.
P.S. Palermo è più bella di come la descrive Natoli ❤️
Molto interessante la ricostruzione storica della Sicilia dei primi del '700. Affascinante la descrizione delle viuzze e dei palazzi di Palermo. I personaggi però sono tutti "troppo". Troppo cattivi, troppo avidi, troppo vendicativi, troppo gelosi, troppo "santi" e troppo "diavoli". Sono talmente rigidi nella loro caratterizzazione che diventano prevedibili e noiosi. La storia, infine, mi è parsa talvolta narrare eventi un po' forzati e mi sarebbe piaciuta di più con un centinaio di pagine in meno. Mi rendo conto che all'epoca il romanzo era stato pubblicato a puntate su un giornale siciliano e quindi più durava, più vendeva però mamma mia che fatica!
The masterpiece by Luigi Natoli. Between legend and reality, it has the seductions of the historical novel immersed in the Sicilian light that makes it more violent rage and melancholy happiness. One of the hooded that rose in defense of ordinary people in one of the most interesting and mysterious of all the legends in Sicily. September 1713: Riding on his skeletal nag, the sword at his side, Blasco of Castiglione, soft-hearted, jovial and warm head, makes his entrance in Palermo. Wanting to discover the secret of his birth, he met Don Raimondo della Motta, who in order to wear the ducal crown has committed any kind of crime, the beautiful and turbulent Donna Gabriella, who knows what it means to love until death, the "cop" Matteo Lo Vecchio, champion of wickedness, Violante, as beautiful as a dream of purity, the mysterious Forest of Coriolanus. We discover a city of Arab palaces, the Spanish churches and Norman fortresses, with its neighborhoods and its catacombs where it meets the sect of Beati Paoli.
"I Beati Paoli sono come gli spiriti; si vedono, si sentono e non si acchiappano mai!" L'avevo sempre visto in libreria, il nome mi era familiare a causa di un gruppo new wave della mia città. (per chi vuole approfondire https://youtu.be/VmqzJCUC55o) Alla fine l'ho visto e l'ho preso, questo bel romanzo d'appendice ambientato nella Palermo del 700. Se avete letto "Il conte di Montecristo" di Dumas o altri romanzi di avventura e/o cappa e spada, e vi sono piaciuti, questo non sarà da meno, anzi sarà da più. Molti gli eroi, uno fra tutti Blasco. Più di mille pagine che corrono. E la setta segreta dei "Beati Paoli". Non crediate di potervi staccare dai capitoli. Questo è un romanzo "popolare" ed usciva a puntate ai primi del novecento sul "Giornale di Sicilia". Ed il libro divenne subito un grande successo. Non mi capacito del perché ancora non ne abbiano tratto una serie. E' perfetto. I buoni i cattivi, i cavalier, l'armi, gli amori...c'è tutto. Sarebbe perfetto per il piccolo schermo. Ah!
L’autore è uno storico erudito, appassionato di fatti locali, aperto alle pulsioni sociali, appassionato ricostruttore delle architetture cittadine. Lo stile è quello fiorito che mi proponevano come modello di bello scrivere le buone suore delle mie scuole elementari negli anni ’50. L’intreccio è quello dei feuilleton: sparizioni, usurpazioni di titoli, riconoscimenti, rapimenti e fughe, società segrete, prigioni e torture, santi frati e finti abati, travestimenti parrucche e barbe finte, fino ai tòpoi della lima nella pagnotta, delle lenzuola annodate, dell’arrembaggio in mare. Ma verso la metà non ne potevo più: le avventure si avvitano su se stesse, paiono sempre uguali, il lettore moderno è indotto a chiedere pietà - o almeno a scorrere rapidamente le pagine per arrivare un po’ più in fretta alla fine. Temo che non mi resterà nella memoria.
wonderful. The best book of italian lecterature. It is extraordinay like Luigi Natoli shows the character of each one. Blasco
Each part of the romance there are turnup, from Blasco to Matteo Lo Vecchio and Gabriella. Passion, love, poem chivalric, revenge. for me is the best italian book, and the same level of Don Chischotte or Comte of Montecrist.
M quanto ci sia di vero e di leggenda in questa storia rimarrà un mistero. Una Palermo ingiusta, i beati Paoli che rimettono ordine, Coriolano della floresta, Blasco da Castiglione un d’artagnan tutto siciliano. Avvincente, scorrevole da leggere tutto d’un fiato nonostante la mole. Per i siciliani è un dovere leggerlo.
«E ora vi dico com’è nata la Cosa Nostra. È nata ai tempi dei Vespri siciliani. Quando la gente si è ribellata, e sono nati pure i Beati Paoli. Gli uomini d’onore si rifanno ai Beati Paoli. Partono da fatti che sono successi a Palermo.» (Gli uomini del disonore - Pino Arlacchi)
Dopo aver letteralmente divorato 1000 pagine di romanzo, mi sono chiesto per quale assurdo motivo questo libro di Natoli non sia diventato famoso quanto e più del Conte di Montecristo. Le analogie con lo stesso (ma, più ancora, con I tre moschettieri) si sprecano, probabilmente perché Natoli si ispirò proprio a Dumas. Anche qui siamo di fronte a un romanzo d'appendice, anche qui il contesto storico è trattato nei dettagli, c'è un protagonista romantico e in cerca di riscatto, una storia avvincente e densa di mistero e fascino. Oserei dire che qui la contestualizzazione storica ha anche più attrattive e incide più significativamente nelle vicende del protagonista che si sovrappongono a quelle travagliate di una Sicilia in balia di più tentacoli e interessi. In tutto ciò, la giustizia è amministrata alla buona dai signorotti locali che fanno il buono e il cattivo tempo: i Beati Paoli fungono da ago della bilancia, per riparare qualche torto e restituire alle vittime un minimo di ciò che gli è stato tolto. A voler trovare dei difetti, mi sento di indicarne due. Uno più oggettivo e l'altro più soggettivo. Il primo è legato al reiterarsi di coincidenze che messe una di fila all'altra appaiono piuttosto improbabili: i protagonisti finiscono spesso per incrociarsi anche in situazioni in cui è improbabile accada, soprattutto i frangenti difficoltosi nei quali l'eroe del momento sbuca sempre fuori dal nulla perché si trovava casualmente a passare da quelle parti. Se ciò è giustificabile quando riguarda i Beati Paoli (le cui infiltrazioni sono oscure e quasi ubique), meno verosimile è quando coinvolge Blasco, che compare a proposito per un puro gioco di fatalità. E inevitabilmente ha la meglio su tutto e tutti. Il secondo è legato all'idealizzazione dello stesso Blasco che nel suo ostinarsi verso principi di onestà e giustizia finisce per incartarsi su se stesso e rinnegare gli stessi entrando palesemente in contraddizione. Il suo perseguire a tutti i costi dettami morali ma anche consuetudini sociali finisce per renderlo addirittura odioso e incoerente in certi frangenti, che per fortuna rappresentano solo una piccola parentesi. Da leggere e scoprire, troppe persone me ne avevano parlato bene per continuare a procrastinare la lettura. Grazie a chiunque lo consigli, fa un'opera di bene: questo è un romanzo che va annoverato tra i classici e la cui lettura arricchisce sotto più aspetti. Non perdete tempo a tuffarvici, come ho fatto io: apritelo subito.